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Notizie Cooperative

QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO .... di luglio

 - una fotografia neanche troppo cinica del reale - 

Sabato 9 luglio scorso abbiamo partecipato ad una bella iniziativa/sciopero davanti all' Essselunga di via Washington dove dei lavoratori provenienti dal Centro Africa, organizzati nel Si Cobas, hanno dato vita ad un presidio di protesta contro una condizione di sfruttamento inaudito. Stiamo parlando di lavoratori che percepiscono un salario di circa 900 euro al mese, con un orario di lavoro anche di 12 ore al giorno.
 

Ci interessa però poco ora far girare un'informazione specifica su questa lotta/vertenza per la quale si sta comunque aprendo uno spiraglio con un incontro in prefettura proprio grazie alla bella iniziativa di sabato molto comunicativa, determinata e "rumorosa" (slogan ininterrotti per più di 2 ore con il sottofondo di tamburi africani).


Ci interessa invece sottolineare quanto queste iniziative siano belle e importanti e rappresentino tanti piccoli pezzi di un conflitto che una prospettiva politica anticapitalista dovrebbe essere in grado ricomporre e di indirizzare verso una trasformazione rivoluzionaria di ciò che ci circonda. Piccoli pezzi di conflitto che rendono protagonisti i lavoratori e i proletari, certamente e oggettivamente ancora classe in sé senza la coscienza soggettiva del proprio ruolo storicamente determinato, ma già immediatamente in grado di capire, se sollecitati, che la solidarietà e la lotta sono l'unico strumento per modificare le loro e le nostre vite.

Un'altra piccola ennesima indicazione di ritorno al conflitto vero, un conflitto che attraversa il corpo di un proletariato reale e tangibile con tutte le contraddizioni che ciò comporta. Abbandonando l'immagine edulcorata e idealista o populista ("hanno ragione in quanto tali") di chi i proletari li esalta o li giudica paternalisticamente a prescindere. Esaltando magari una fotografia di rabbia senza mai porsi, e men che meno assumersi, la responsabilità di provare a creare alternative o dare prospettive politiche alle lotte.
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Uno scontro reale dove si vince o si perde perchè in gioco c'è la vita e la possibilità di un futuro per un corpo reale di proletari, e non ci si potrebbe permettere di sbagliare perché quando accade (e accade) la sofferenza è reale, perchè quando accade non si può dire (come accade in altri “ambienti”) … abbiamo sottovalutato il problema, l'iniziativa ci è scappata di mano, il gioco è finito rincominciamo da capo in un pseudo-radicale eterno infantilismo politico.
 
Uno scontro reale dove in ballo non ci sono solo i sogni frustrati degli "attivisti" (di militanti politici comunisti non è più di moda parlare) con  le loro "fantasie" (il termine sogno è troppo bello per sprecarlo), il loro parlarsi addosso, i loro fuochi di paglia pronti a ritornare nei ranghi quando la repressione si fa un pò cattiva, pronti a dividersi in base a "presupposti" che di basi teoriche ne hanno ben poche, in un'eterna autorappresentazione per dimostrare al mondo (o ai media ???) che c'è qualcuno che lotta ... ma sui social network son tutti profeti.
 
E intanto intorno a noi si sgretolano giorno per giorno diritti, si sparge a piene mani precarietà e individualismo, e l'impotenza porta ad un pacifismo compatibile alla ricerca di appoggi e sostegno in una sinistra istituzionale o para istituzionale ormai spazzata dalla storia (meno male) o al contrario a far sembrare che il rabbioso di turno che urla più forte sia più determinato perchè promette scontri epici contro il capitale.


E così, in questo processo di autocentramento, si è persa la misura e si sono smarriti i parametri del “che fare”, la capacità di dare organizzazione alle proposte politiche,  di dare organicità e intelligenza politica alla rabbia che vediamo davanti ai cancelli, o in piazza come sabato scorso. Senza coltivare la rabbiosità o la protesta contro la "casta" che ha portato all'espandersi di un movimento interclassista e generalmente reazionario come i 5 stelle ora e i forconi prima.
Senza più correre dietro agli aspetti fenomenologici delle contraddizioni ma con un occhio più attento a macinare e costruire prassi da cui far derivare una teoria da rimettere e riverificare nella prassi di un lavoro di massa costante, oscuro, molte volte sotto traccia, come unica speranza di una trasformazione della società in senso rivoluzionario.
A qualcuno questa "narrazione" potrà non piacere e giudicarla "superata", ma sinceramente ce ne fottiamo e lo invitiamo a girarsi da un'altra parte o se magari avesse voglia di utilizzare meglio il suo tempo lo invitiamo a rendersi utile nelle lotte e per le lotte, piuttosto che annebbiarsi il cervello su facebook o altri meccanismi e dispositivi di irregimentazione sociale perché la classe ha bisogno, ora più che mai, di un immaginario di società comunista senza più sfruttati né sfruttatori che non sia solo una lontana utopia, ma qualcosa di reale da poter verificare nelle lotte e nelle prospettive che le lotte si danno.
 
L'invito chiaro trasparente ed esplicito è quindi ad esserci nelle lotte, senza la retorica paracristiana di qualche miope “profeta” che scambia lucciole per lanterne o scioperi radicali per scintille rivoluzionarie, senza mitizzazioni di una classe purtroppo molte volte soggiogata culturalmente ad un modello di vita e di consumismo indotto dagli interessi del capitalismo, rifiutando ogni forma di “rottamazione” di un'analisi di classe considerata poco “moderna”, ma esserci perché è l'unico modo che abbiamo perché qualcosa cambi a partire dalla formazione stessa di militanti in grado di interpretare correttamente il presente.
Con la speranza che da settembre qualcosa cambi, con il contributo di tutti e tutte
 
i compagni e le compagne del Csa Vittoria

 

 
Comunicato del CSA Vittoria per gli operai di Pomigliano e Nola

Come compagni e compagne del CSA Vittoria esprimiamo vicinanza ideale e solidarietà di classe ai lavoratori FCA licenziati per aver manifestato contro Marchionne e denunciato le responsabilità per i suicidi di operai delle fabbriche di Pomigliano e Nola.

Una vera e propria rappresaglia padronale che ha colpito compagni da sempre attivi e protagonisti delle lotte operaie contro il "metodo Marchionne", fatto di deportazioni in reparti confino, intimidazioni, ritmi di lavoro massacranti e turni insostenibili, cassa integrazione.

Una storia di sfruttamento esemplare, direttamente proporzionale alla necessità del padronato di ottenere livelli di profitto in un periodo di crisi strutturale del modo di produzione capitalistico.

Una storia che non può tollerare critiche e che reagisce con ogni strumento e pretesto possibile per piegare la resistenza operaia.

Una storia che brutalmente descrive la cifra attuale del capitalismo (precarietà, distruzione delle tutele, ipersfruttamento dei lavoratori) esemplificando il fine coerente che il padronato consegue (il profitto) rimuovendo ogni ostacolo che si para, in primis la lotta dei lavoratori.

A ciò si unisce una vicenda processuale che disvela la limitatezza dello strumento legale per la sostanziale subordinazione, anche culturale, della magistratura nel salvaguardare i profitti padronali e gli interessi del capitale.

Ci uniamo quindi ai tanti lavoratori e lavoratrici, ai compagni e compagne che stanno dimostrando in queste ore con determinazione forte solidarietà ai licenziati politici FCA in vista del processo di Appello del 20 settembre.

A fianco di chi resiste ! A fianco di chi lotta ! 

La solidarietà è un'arma!

i compagni e le compagne del Csa Vittoria

 
SABATO 4 GIUGNO CORTEO a Milano
a fianco della classe operaia francese contro Loi travail= Jobs act
Con la classe operaia francese in lotta contro la precarietà e la demolizione di diritti 
La loro lotta è la nostra lotta!

Ormai da settimane i lavoratori e le lavoratrici in tutta la Francia si stanno mobilitando, occupando fabbriche e piazze e sfidando repressione e criminalizzazione, per fare muro contro la "Loi Travail".
Una legge sul lavoro che, in linea con ciò che padroni e governi hanno fatto già passare in Germania ed in Italia con il Jobs Act, conferma già ora il futuro di precarietà, sfruttamento e assenza di diritti che caratterizzerà il lavoro nell'Europa "democratica " del terzo millennio.
Ma in Francia questa manovra sta trovando una resistenza che Holland e Valls non si aspettavano e che può essere un'indicazione di lotta importantissima se la classe operaia italiana ed europea ne sapranno trarre insegnamento e sprone al conflitto di classe.
Un invito quindi alla ripresa della lotta, uscendo dal corporativismo, valido per ogni settore di classe impiegato nella produzione capitalista.

pace sociale vince il capitale - lotta di classe vincono le masse

Facciamo nostro  l'appello del Si Cobas e lo rilanciamo invitando tutti e tutte a partecipare alla manifestazione con corteo che si terrà

                                SABATO 4 GIUGNO 
Concentramento alle ore 14,00
in piazza della Repubblica

Csa Vittoria


Il comunismo è il movimento reale che cambia lo stato di cose presente (Marx)
 
11/5.Incontro con Ass.Nuova Colombia e Juilian Cortes
venerdý 06 maggio 2016
MERCOLEDI 11 MAGGIO
ORE 21.30
INCONTRO E DIBATTITO :
"DAL FALLIMENTO DEL PLAN COLOMBIA AI DIALOGHI DELL'AVANA"
CON L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE NUOVA COLOMBIA e
 JULIAN CORTES
Dopo dieci anni dal lancio del Plan Colombia e della fallimentare politica di "Sicurezza Democratica", si arriva al tavolo dei dialoghi di pace dell'Avana tra le due parti belligeranti. Tutti gli obiettivi strategici del Plan Colombia si sono infranti contro la resistenza popolare delle FARC-EP e l'attuale presidente Juan Manuel Santos, ex ministro della guerra di Uribe, ha dovuto aprire la porta della soluzione politica. Quattro anni di processo di pace si sono fatti strada in mezzo alle minacce della vecchia dottrina controinsorgente, creando nuove possibilità politiche.
Analizziamo questo passaggio storico con Julian Cortes, ex prigioniero politico, attualmente rifugiato in Europa.
Mercoledì 11 maggio ore 21,30
al Csa Vittoria
via Friuli angolo via Muratori
 
Dalla Siria
giovedý 21 aprile 2016

PUBBLICHIAMO DALLA RETE QUESTO CONTRIBUTO SULLA SIRIA, 

Che cosa sta accadendo in Siria? Manovre reazionarie contro il Rojava


NorthSyriaConflictAreasLa guerra in Siria, nonostante la disinformazione che ci viene propinata, continua. Sixmasud, popolato quasi interamente da popolazione curda, è uno dei principali quartieri di Aleppo, e da diversi giorni è sotto attacco da parte di Jaish al-Islam, la forza che presiede l'alto comitato per i negoziati a Ginevra (Hnc), con artiglieria pesante e armi chimiche (fatto confermato dal portavoce stesso di Jaish al-Islam) che hanno fatto in pochi giorni decine di morti. Obiettivo è operare una pulizia etnica dell'area, inducendo le migliaia di abitanti curdi ad emigrare. L'Hnc è l'interlocutore prescelto dall'Onu per i colloqui di Ginevra e siede al tavolo delle trattative su invito di Eu (con ruolo centrale dell'Italia), Usa e Russia. Il suo portavoce, Riyad Hijab, si era recato a Erbil, poche ore prima dell'attacco, per un colloquio con Massud Barzani, leader del partito curdo-iracheno di destra (Pdk); e forse non a caso all'aggressione ha partecipato anche un gruppo curdo islamista vicino al Pdk, Ehfed i-Salahittin. Non basta: in questi giorni le milizie dello stato islamico (Is) si sono ritirate da alcuni villaggi al confine con la Turchia, nella regione di Sheba – situata tra Kobane e Afrin – passando il testimone ad Ahrar ash-Sham, la più potente e radicale fazione salafita di matrice siriana (anch'essa membro a tutti gli effetti dell'Hnc) e posizionandosi più a sud, in modo da circondare completamente il cantone di Afrin già sotto attacco da parte della Turchia.

Che cosa sta accadendo? Un temibile accerchiamento politico, prima ancora che militare, è in corso, e la primavera che inizia vedrà una lotta decisiva per il vento di cambiamento che dal Kurdistan vorrebbe soffiare su tutto il medio oriente. Le forze reazionarie siriane, appoggiate da alcune potenze regionali, vogliono impedire la riunificazione del Rojava ed espellere il confederalismo democratico dalla storia della Siria. L'Arabia Saudita è riuscita, negli ultimi mesi, a farsi portavoce carismatico di un largo settore del capitalismo mediorientale (che comprende la Turchia e lambisce l'Egitto) interessato al controllo di tutto il territorio siriano e delle sue risorse energetiche, idriche e agricole. Il progetto di un rovesciamento di Assad – uomo vicino ad una fazione capitalistica antagonista, quella iraniana – appare oggi affidato più alla diplomazia che alle armi, mentre ciò che appare prioritario è accreditare l'Hnc come sola forza in grado di governare la futura Siria. La rivoluzione confederale del Rojava rappresentata dal congresso democratico siriano (Sdc), ombrello politico dell'esercito democratico siriano (Sdf) a guida Ypg, possiede una forza militare ormai troppo pericolosa, e un prestigio politico in grado di disturbare i progetti della borghesia mediorientale.

Le forze dell'Hnc, quindi, attaccano le Ypg a partire dal terreno a loro più favorevole, Aleppo; e Arhar ash-Sham inizia a sostituire l'Is quale interlocutore “presentabile” della Turchia sul confine, in attesa delle prossime evoluzioni. Chi sono, tuttavia, le forze dell'Hnc? Contrariamente a quanto afferma la nostra stampa, non si tratta del Free Syrian Army o Fsa (ex militari siriani che disertarono con l'appoggio di Washington nel 2011), ma dell'alleanza, sposorizzata dall'Arabia Saudita, tra ciò che resta del Fsa (circa 20.000 uomini secondo uno studio statunitense) e il Fronte Islamico (80.000 uomini), di cui i gruppi salafiti propugnatori dell'instaurazione di uno stato islamico, Jaish al-Islam e Ahrar ash-Sham, costituiscono la leadership politica e militare. L'idea di creare uno stato islamico in Siria non è, infatti, propria esclusivamente dell'organizzazione che ne ha fatto il suo nome. Anche altri attori dell'insurrezione siriana propugnano una simile evoluzione, e non soltanto il Fronte Islamico, ma anche il sempre più radicato e sempre più forte Jabat al-Nusra, escluso dall'Hnc per essere la branca siriana di Al-Qaeda ma che, in ogni caso, influenza l'Hnc attraverso Arhar ash-Sham, sorta di suo portavoce di fatto.

L'Is, d'altra parte, non è l'unico stato islamico della regione: l'Arabia Saudita è uno stato islamico a sua volta (con tanto di imposizione universale della legge coranica e continue decapitazioni pubbliche) e il suo principale nemico, l'Iran, non lo è di meno. Questo contesto è determinato dallo sfondo sociale della guerra in corso, in cui il richiamo dell'islam come elemento di secessione storica dalla colonizzazione occidentale fa presa su milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo musulmano, sebbene i vecchi “stati islamici”, come le monarchie del golfo, siano visti dalla nuova generazione come forze ipocrtite perché servili con l'occidente. Le Ypg, pochi giorni fa, hanno sequestrato a Shaddadi settecento passaporti indonesiani e malesi (con unico timbro turco) abbandonati da miliziani dell'Is dopo la fuga: la Siria è investita da un fenomeno storico-politico che ha radici sociali planetarie profonde, e l'attuale retorica della guerra “allo stato islamico” nasconde la scelta di combattere soltanto uno dei tanti stati islamici presenti o possibili, in Siria come nel medio oriente. La legittimazione internazionale dell'Hnc a Ginevra denuncia la tentazione, soprattutto da parte degli Stati Uniti, di rassegnarsi al fatto che non sarà possibile sconfiggerli tutti, e occorrerà venire a patti anche con alcuni tra i più temibili; ma a scapito di chi?

I movimenti salafiti animati dall'ideologia del purismo islamico, come al-Nusra, Is, Arhar ash-Sham e Jaish al-Islam soverchiano i propri nemici politicamente, prima che militarmente. Le umiliazioni, lo sfruttamento e le violenze brutali associate alla colonizzazione mondiale dell'American Way of Lifehanno fornito buoni argomenti a chi ha saputo presentarsi come unica opposizione moralmente coerente a questo processo, soprattutto tra le popolazioni arabe. L'idea degli Usa, fin dai tempi della resistenza antisovietica dell'Afghanistan, è che è possibile trovare accordi con queste forze corrompendole, ossia proponendo affari alle loro leadership, in cambio di pace. Tuttavia il continuo tradimento della causa da parte dei leader della prima ora non impedisce la persistente formazione di nuove avanguardie di combattenti intenzionati a purificarla, e le differenze tra Is e al-Nusra, o tra Is e Hnc, non impediscono tra loro alleanze stabili o intese contingenti – come mostra il cambio di consegne al confine turco – e rapporti con le monarchie del golfo e il governo turco (forze “apostate” e pervertitrici dell'Islam, secondo l'ideologia salafita, ma il cui supporto monetario, logistico e militare è pragmaticamente irrinunciabile).

Su questo meccanismo regionale si inseriscono gli interessi globali. Gli Stati Uniti hanno appoggiato il Fsa, oggi parte minoritaria dell'Hnc, tra il 2011 e il 2014, fino a che lo stato islamico è nato quale scissione teorica di Al-Nusra, destabilizzando l'area e attaccando l'occidente. Il Fsa, oltre ad aver accusato l'emorragia di migliaia di combattenti verso i gruppi salafiti, ed essersi mostrato militarmente inaffidabile, ha costituito con il Fronte Islamico un comando rivoluzionario unificato con base a Gazantiep in Turchia a fine 2014, presupposto militare della creazione dell'Hnc da parte dei sauditi. L'appoggio statunitense alle Sdf, nel 2015, è stato motivato quindi da ragioni squisitamente pragmatiche. Le Ypg erano unico interlocutore presentabile ed efficace sul terreno, benché venisseno da una storia diversa. Si erano formate nel 2012 per rispondere agli attacchi non solo di al-Nusra, ma anche delle Fsa armate dagli Usa. Il loro progetto è dichiaramente anticapitalista. Appoggiano l'insurrezione curda in Turchia, alleata degli Stati Uniti, e maggiore sponsor assieme ai sauditi dell'Hnc. Il voltafaccia statunitense del 2014-2015 potrebbe non essere l'ultimo.

Nè gli Usa né la Russia, in ogni caso, hanno obiettato ai movimenti militari contro Sixmasud e attorno ad Afrin almeno per il momento, sebbene sembrino preludere a un possibile scontro su vasta scala tra Hnc e Sdf. La forza della rivoluzione islamica in Siria fa sentire il suo peso, e fronteggia quella confederale. Il momento è favorevole, con la legittimazione che l'Hnc ha ricevuto dall'Onu a Ginevra, dove suo portavoce è il comandante in capo di Jaish al-Islam, intento in queste ore a gasare i civili curdi nel nord di Aleppo. L'Hnc sa di avere il sicuro appoggio della Turchia in caso di attacco al Rojava, e proprio i generali turchi hanno ricevuto militari Usa nelle ultime settimane, ponendo le loro condizioni per l'evacuazione dell'Is dalla regione di Sheba: nessuna rivendicazione territoriale da parte delle Ypg (sebbene si tratti di Kurdistan), appoggio aereo delle forze turcomanne del Fronte Islamico, e scorporamento dalle Sdf delle forze arabe che vogliono combattere nella zona, oltre che esclusione di quelle considerate politicamente inaffidabili (come Jaish al-Tuwaar, “esercito dei rivoluzionari” arabo alleato delle Ypg, che combatte contro Jaish al-Islam - “esercito dell'islam” – a nord di Aleppo).

Il presidente del Kurdistan iracheno Massud Barzani, intanto, d'intesa con Turchia e Hnc, ha chiuso completamente il confine tra Iraq e Rojava in entrambe le direzioni, e pratica arresti politici – connessi con la situazione siriana – in Iraq, segnatamente contro elementi di sinistra curdi e internazionali. Il suo partito-satellite in Siria, l'Enks, partecipa ai colloqui di Ginevra sotto l'ombrello dell'Hnc, rendendo possibile la frottola di una presenza curda nei colloqui di pace. Staffan de Mistura, Cristina Mogherini e François Hollande stringono le mani del portavoce dell'Hnc mentre quest'ultimo coordina con l'Is l'accerchiamento di Afrin o il massacro di Sixmasud, e quelle di Davutoglu mentre la Turchia bombarda regolarmente non soltanto Afrin e Qamishlo, ma minaccia pubblicamente di usare l'aviazione contro Azaz. I media internazionali calano un velo su tutto questo. Ciò che accade nel nord della Siria è dimenticato sotto il nome di “processo di pace” e “cessate il fuoco”, ma a ben vedere è un fuoco controrivoluzionario quello che si sta propagando. Le Ypg e le Ypj si muovono per il Rojava impazienti di sferrare l'attacco a Jarablus, primo avamposto dell'Is sulla via per Afrin. Si preparano a muovere verso Aleppo per porre fine all'assedio dell'Hnc. Il loro morale è alto mentre si salutano con il motto “Serkeftin”, vittoria: la Siria non cesserà di mettere alla prova gli equilibri internazionali.

Dall'inviato di Infoaut e Radio Onda d'Urto a Qamishlo, Rojava 

 
Contro il Sessimo
mercoledý 30 marzo 2016
Ci teniamo a proporre il redazionale a cura di tutta la redazione di Radiondarossa sulla cultura dello stupro - nato a seguito delle gravi frasi pronunciate dai microfoni della radio inneggianti al piacere dello stupro - per rimettere al centro dell'agire politico la lotta al sessismo e per rimarcare ancora una volta che non esistono problemi di serie A e B.
Non c'è rivoluzione senza liberazione - Non c'è liberazione senza rivoluzione 
Per ascoltare: 
13marzo2016 
20marzo2016 
Di seguito il nostro vecchio contributo

ADESSO BASTA!

Contro il sessismo fuori e dentro il movimento

Al disgusto e allo sdegno che dobbiamo provare non c’è mai fine. Le donne oggi più che mai vengono umiliate e attaccate, umiliate da chi crede che il corpo femminile esista solo per il piacere maschile, nato per questo e per nulla più che questo, attaccate da chi è convinto di poter decidere del nostro corpo, delle nostre scelte di vita, dall’aborto al concepimento, dalla contraccezione all’ru486 (pillola abortiva). Le donne non possono scegliere: se una donna rimasta incinta non vuole un figlio non può abortire senza “la punizione” di un intervento invasivo, mentre spesso chi vorrebbe averne uno non ne ha la possibilità perché vive di contratti precari senza futuro. Il corpo delle donne viene ogni giorno spogliato, spiato, desiderato e venduto, nei programmi televisivi d’entertainment come nei discorsi del premier, apice dell’assenza di vergogna che regna incontrastata in questo paese in cui il più ignorante si gloria di esserlo, felice di aver raggiunto quello per cui lavora dagli anni ’80 sia in televisione che fuori, l’incontrastata violenza dell’uomo sulle donne, la totale riduzione di quest’ultima ad un ammasso di tette, culi e cosce, al massimo inframmezzati da occhiatine e sorrisi ammiccanti. Ma non vogliamo qui ripresentare l’ennesimo discorso incentrato sullo sdegno che proviamo per il comportamento di Silvio Berlusconi e per il suo modo di fare spettacolo che ha aperto le porte all’odierna tv spazzatura, vogliamo anzi soffermarci sul lato opposto, se così si può dire, della barricata. I discorsi del premier non sono solo stati ripresi com’è ovvio da giornali e telegiornali, ma sono stati anzi interiorizzati e fatti propri persino da coloro che avremmo voluto considerare almeno “di sinistra”, dalla stampa ai cosiddetti “movimenti”, dall’articolo in prima pagina del quotidiano Liberazione intitolato “…e l’Italia va a puttane...”, addirittura ripreso poco tempo fa da una realtà studentesca milanese per un manifesto, alle parole dette all'interno dei cortei con e senza microfono. Ci rendiamo conto dei limiti della fase in cui ci troviamo, ma questo non giustifica nulla, anzi rende ancor più grave la colpa di chi dovrebbe nettamente rifiutare i discorsi e i contenuti della destra radicale al governo e al contrario utilizza gli stessi schemi, ed anche le stesse parole, spianando la strada al maschilismo e confermando la subordinazione delle donne agli uomini in questa società. La questione della condizione delle donne nella società capitalista è un tema che all’interno di quello che una volta veniva chiamato Movimento Antagonista dovrebbe invece essere considerato al centro dell’agire politico e personale di tutti. All’interno di molti collettivi e realtà politiche questa contraddizione non viene spesso affrontata. La sensazione, spesso appurata da fatti, è che il problema dell’oppressione dell’uomo sulla donna venga considerata da molti come un problema di serie B, come una paranoica e bacchettona questione morale e di genere che poco ha a che fare con temi più importanti come il conflitto Capitale/Lavoro. Spesso molti compagni dimenticano, o trovano più semplice non voler ricordare che in questa società esiste non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma anche quello dell’uomo sulla donna. Spesso si ricalcano meccanismi e strategie proprie di ciò che combattiamo. Nel vivere quotidiano all’interno delle nostre realtà dovremmo cercare di pretendere che si individuino, riconoscano, e bandiscano atteggiamenti, e perché no anche linguaggi che non fanno altro che ricalcare logiche incentrate sulla prevaricazione e sul sessismo, sulla visione delle donne come oggetto sessuale, sempre pronte ad assecondare voglie, desideri e passioni del maschio di turno.

Perché ad un compagno, o sincero democratico, non verrebbe mai in mente di apostrofare un suo amico di origini africane come “negro” e invece non si fa nessun problema se si tratta di offendere una donna con epiteti riguardanti il suo sesso? Perché all’interno di un corteo sindacale di movimento si sentono interventi politici sessisti e nessuno dice niente? E poi perché le compagne dovrebbero armarsi di santa pazienza e andare a spiegare al compagno in questione che la prostituzione non è una libera scelta? Nessuno mai entra nel merito dello stupro legalizzato che è la prostituzione. Queste donne vengono sfruttate sia sessualmente che economicamente, vengono mantenute in schiavitù con la forza e sono molto spesso vittime di innumerevoli violenze sia da parte dei cosiddetti “clienti” che dei loro “protettori”. Sappiamo che la condizione delle donne costrette a vendersi in strada è ben differente da quella delle donne che vediamo citate in questi mesi dai mass media, ma ci teniamo a precisare che la situazione di subalternità in cui una donna viene tenuta fin dalla nascita a volte rende, purtroppo, molto difficile mettere in discussione il ruolo imposto da una società economicamente, socialmente e culturalmente patriarcale, senza con questo voler minimamente giustificare il loro ruolo corrotto e corruttore di arrampicatrici sociali. Ma domandiamoci ancora perché in questa società le ragazze si convincono fin dall’adolescenza che l’unico strumento di “falsa emancipazione” debba essere per forza il loro corpo, arrivando persino a vendersi a dei coetanei per una ricarica del cellulare. Queste ragazze e queste donne hanno perfettamente introiettato il modello che gli viene imposto adeguandosi al loro ruolo di bambole di plastica atte unicamente a soddisfare desideri maschili, e non fanno altro che convincersi di ciò che gli viene suggerito dall’esterno, cioè che l’unico mezzo che hanno per aspirare al denaro o ad una fetta del potere sia usare il loro sesso. Hanno ormai interiorizzato l’assunto per cui una donna non può avere altre potenzialità a prescindere dal suo corpo, e per questo si convincono che l’unica via per perfezionare sé stesse debba essere modificare l’aspetto fisico allineandolo al modello dominante con interventi di chirurgia plastica, ormai pratica diffusa anche tra le adolescenti. E’ veramente il caso di dire che per queste ragazze una donna ha solo il suo corpo, e deve sfruttarlo e auto-sfruttarsi, per “fare strada”, e che anzi una donna non è altro che il suo corpo, non è altro che l’oggetto da utilizzare ad uso e consumo dell’uomo, oggetto agli occhi dell’uomo ma ormai anche agli occhi delle donne stesse, che aderiscono alla visione maschilista e la perpetuano, felici quasi di poter essere sempre più donne-oggetto rispetto alle altre, perché così facendo, grazie a cene e favori sessuali, salgono i gradini del “successo” politico o televisivo.

Ma la questione che qui vogliamo affrontare è come si pone la cosiddetta “sinistra” di fronte a tutto questo. Noi abbiamo deciso di non voler stare zitte e zitti, abbiamo deciso che la questione delle donne appartiene a tutte/i noi, che non solo deve essere pratica politica ma che dovrebbe essere anche una discriminante nell’agire politico di un movimento che intende essere portatore di un cambiamento rivoluzionario. Perché non cercare di scardinare alla base quel meccanismo di ruoli in cui segregare le proprie madri, sorelle, mogli, compagne e amiche? Perché non cercare di rompere quell’immaginario collettivo che vede le donne subalterne sul posto di lavoro e in famiglia? Perché dobbiamo continuare a far finta di non sentire o di non leggere, spesso su siti di movimento, frasi che ricalcano un sistema ideologico patriarcale? E perché nel momento in cui si denuncia questo si passa per moralisti? Fondare il proprio agire politico su discriminanti antisessiste, antiomofobe e antirazziste deve essere, nella pratica politica, la premessa affinché si possano creare le basi di uno stravolgimento reale della società. Sinceramente siamo stanche e stanchi di dover in qualche modo spiegare perché non si dovrebbero gridare in un corteo frasi sessiste. Allora forse dovremmo ammettere che in qualche caso siamo stati collettivamente tutte e tutti noi incapaci di tracciare una linea netta di delimitazione tra cosa siamo noi rispetto a quelli contro cui combattiamo nelle nostre lotte. Sarebbe bello poter non solo ripensare all’aggregazione politica su altre tematiche e questioni ma agire anche sul nostro quotidiano individuale e collettivo cercando, nella sperimentazione politica, spazi di confronto e di azione che considerino centrali le questioni di genere.

Ci teniamo a precisare che non ci interessano le trite e ritrite scuse “d'ufficio”, questa non intende essere una lettera aperta ai compagni e non del movimento o agli uomini e donne di sinistra per chiedere di “stare più attenti”, o per sentirsi rispondere per l’ennesima volta “scusate, non ci eravamo resi conto, non ce ne eravamo accorti, non ci avevamo pensato”. Sottolineiamo inoltre ancora una volta che questa non vuole neanche essere una spiegazione o una lezione, perché chiunque si consideri un compagno dovrebbe sapere bene che utilizzare termini dispregiativi per indicare le prostitute, come se avessero colpa e fossero responsabili, come se non fossero costrette da necessità, significa avvallare il discorso sessista e maschilista che vi sta dietro. Abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta solo per dire una cosa semplicissima, ma che va detta nel modo più duro e schietto possibile, senza sorrisi né scuse. Ma non vi vergognate?? Ma non vi vergognate di uscire con titoli del genere in prima pagina?? Ma non vi vergognate di intervenire davanti ad un corteo di lavoratori e lavoratrici dicendo che un uomo a 70 anni “è normale che vada a mignotte”, anzi “deve” farlo, ma l’importante è che non sfrutti i lavoratori”?? Ma come si può anche solo pensare una frase del genere, e come si può dirla apertamente con un microfono in mano alla fine di un corteo?? E come si può, lavoratori/ici ma anche compagni/e, sentendo un intervento simile detto da un palco, applaudire e festeggiare chi lo ha pronunciato?? Come possiamo pensare che siano slegate le rivendicazioni di libertà e di diritti le une dalle altre, come possiamo credere che la libertà delle donne e i diritti delle donne di decidere del proprio corpo e della propria vita vada messa in secondo piano di fronte alla crisi economica come se fossero questioni separate tra loro?? Questa domanda è diretta a noi, un “noi” allargato a tutta la cosiddetta sinistra, non alla destra: ma la risposta c'è ed è una sola: vergognatevi ! adesso basta !


Le compagne e i compagni del Centro Sociale Vittoria 
 
SolidarietÓ a chi lotta ľ Contro la repressione lotta di classe
martedý 12 gennaio 2016

Questo non è e non vuole essere un appello contro la repressione con ragionamenti e toni legittimamente tattici mirati all' ottenimento di consenso o a sollecitare una qualsiasi forma di solidarietà.

Sono sintetiche riflessioni sulla repressione che vengono sollecitate dall'attacco frontale contro i movimenti fiorentini con un maxiprocesso con 86 denunciati con l'utilizzo di reati associativi, che andrà a sentenza a febbraio e dagli ultimi gravissimi attacchi contro i lavoratori della logistica Penny Market di Desenzano del Garda e della Bormioli di Fidenza.

Sono quasi didascaliche riflessioni per ricentrare la bussola del nostro agire politico e per far emergere un punto di vista di classe anche sulla repressione che mettiamo a disposizione degli altri compagni e compagne come contributo per un possibile confronto.

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