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Notizie Cooperative

BASTARDI ASSASSINI

un lavoratore assassinato dai padroni a Piacenza.

La conosciamo bene la GLS, multinazionale del settore facente capo al gruppo Royal Mail e tra i leader europei del trasporto e del magazzinaggio merci.

La conosciamo dal 2010, quando il movimento di lotta che sta scuotendo l'intero comparto della logistica ribaltandone equilibri e rapporti di forza dati per ineluttabili era quasi agli albori.

Ricordiamo i facchini in sciopero e i compagni e le compagne, più volte caricati di fronte ai cancelli del magazzino di Cerro al Lambro, e la determinazione contro l'enorme dispositivo repressivo messo in campo dalle forze di polizia, chiamate a difendere per oltre due mesi gli interessi padronali con un presidio fisso di camionette.

Un tassello, tra i tanti, che ha contribuito a creare la consapevolezza che l'unità e la solidarietà tra lavoratori sono un'arma reale ed efficace contro la guerra di classe scatenata dal padronato contro il lavoro nel nome del profitto.

Determinazione e solidarietà che hanno poi costituito la costante del rinnovato protagonismo operaio che, in un settore strategico del capitalismo nazionale ed europeo, è riuscito a migliorare le proprie condizioni materiali scatenando un conflitto diffuso e capillare, magazzino per magazzino. Un conflitto che continua e che il padronato tenta di fermare con ogni possibile strumento: dal crumiraggio ai licenziamenti politici, dall'automazione alle sospensioni, giungendo ad aizzare, come nella tragica notte passata, i camionisti contro i lavoratori in sciopero. 

Abdelsselem El Danaf è morto così, schiacciato dalle ruote di un tir lanciato su ordine di dirigenti contro i lavoratori che chiedevano il rispetto di un accordo per il reintegro di propri colleghi precari e licenziati.

Ucciso mentre lottava per condizioni di lavoro dignitose al fianco dei propri compagni.  

Perchè in una fase di crisi ogni lotta travalica ormai la connotazione della vertenza per diventare oggettivamente lotta politica che mette in discussione il potere e, quando questo accade, la reazione è attuata con ogni mezzo: repressione poliziesca, denunce, processi, fogli di via, misure cautelari fino all'assassinio come stanotte a Piacenza.   

Noi ci sentiamo profondamente  feriti anche perchè, altre volte, episodi simili sono finiti in un modo diverso come davanti all'Esselunga di Pioltello, davanti al Gigante di Basiano e in altre occasioni quando camionisti aizzati dai padroni delle cooperative hanno provato a sfondare i presidi, ma possiamo ora solo immaginare l'abisso di dolore della famiglia di Abdelsselem, di sua moglie,  dei suoi 5 figli e dei suoi compagni di vita e di lavoro a cui esprimiamo la nostra vicinanza e solidarietà.

La promessa che facciamo e che la nostra rabbia e quella di tutti i facchini sarà portata avanti con la lotta e in tutte le lotte che verranno: il movimento di lotta non si ferma e continua nel prossimo sciopero e nel prossimo presidio.

E sarà nelle piazze insieme ad altri lavoratori di altri settori e di tutti coloro che faranno proprio la voglia di dignità e di lotta che in questi anni sono stati la base per le conquiste dei lavoratori della logististica.

Esprimiamo il nostro dolore e la nostra massima vicinanza e solidarietà di classe ai famigliari e ai compagni di lotta di Abdelsselem.

Esprimiamo tutto il massimo dell'odio di classe possibile per il  sistema economico capitalista basato sullo sfruttamento di classe che schiaccia diritti e immola la vita di un lavoratore per il profitto.

I compagni e le compagne del CSA Vittoria di Milano

Parteciperemo e invitiamo a partecipare al corteo di sabato 17 a Piacenza

 
QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO .... di luglio

 - una fotografia neanche troppo cinica del reale - 

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Comunicato del CSA Vittoria per gli operai di Pomigliano e Nola

Come compagni e compagne del CSA Vittoria esprimiamo vicinanza ideale e solidarietà di classe ai lavoratori FCA licenziati per aver manifestato contro Marchionne e denunciato le responsabilità per i suicidi di operai delle fabbriche di Pomigliano e Nola.

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Comunicato del Csa Vittoria
martedý 06 settembre 2016
Dal 30 agosto un nostro compagno è sottoposto, per 7 mesi e 15 giorni, a misure cautelari per   ................  "essere seguito nel percorso di reinserimento nella società civile".

La provocazione in sè si liquida in 2 righe:
Il pretesto per la la misura cautelativa nasce dall' allontanamento di un provocatore da un'iniziativa in ricordo del compagno Dax che in seguito lamentò 6 giorni di prognosi.
Questi presunti sei giorni sono serviti alla polizia per giustificare e imbastire quella che è esplicitamente una vendetta, una provocazione e una sorta di intimidazione mafiosa  che, alla fine dell'iter processuale, ha portato alla condanna a 7 mesi e 15 giorni per una nostra compagna e per un nostro compagno.
La compagna è libera ma il nostro compagno con la recidiva per altre condanne in giudicato, oltre che all'arresto per aver respinto la provocazine fascista in piazzale Loreto il 25 aprile del 2001, è ora sottoposto a misure cautelari con l'affidamento ai servizi con limitazioni alla sua libertà di circolazione, di frequentazioni, di orari e luoghi e sottoposto a possibili controlli notturni da parte della polizia oltre ai colloqui con gli assistenti sociali che provvederanno al suo ......... "reinserimento nella società civile".

A parte l'insopportabilità e l'inaccetabilità per un compagno o una compagna della privazione anche di un solo secondo della propia libertà personale e politica da parte della giustizia boghese, raccontiamo questa ridicola storia non certo per sostenere tesi innocentiste o meno, ma per far meglio comprendere l'intenzionalità di una condanna che è calata precisa e puntuale su compagni impegnati in prima persona e in prima fila nel sostegno alle lotte dei lavoratori e nella creazione di una prospettiva politica di classe più complessiva insieme a tutti gli altri compagni e compagne che a livello nazionale si stanno impegnando in questo progetto di ricomposizione dal basso di un fronte di classe.
Da qui la loro pericolosità politica che vogliono cosi colpire, ma questa vendetta e minaccia preventiva, indirizzata al provare a tenere fuori  questi nostri compagni dai percorsi di lotta, fa parte di una "guerra a bassa intensità", con provvedimenti giudiziari a pioggia, dichiarata contro il movimento dei lavoratori della logistica e non solo, organizzati nel Sicobas, sempre più oggetto di un violento attacco repressivo e contro i movimenti d'opposizione reale che agiscono nei diversi settori di conflitto come lavoro, casa, e territorio e da questo punto di vista  crediamo che il movimento No Tav abbia, in particolare, rappresentato un luogo di sperimentazione repressiva.

L'unica risposta possibile, che crediamo di dover dare a questo atto repressivo/intimidatorio, è quella di respingere la miserabile provocazione, incrementando il lavoro politico pratico e teorico e il sostegno alle lotte dei lavoratori nello sforzo di rendere possibile, con ogni mezzo necessario, la trasformazione    rivoluzionaria della società capitalista in una società di liberi e di uguali senza più classi padroni e repressione.

i compagni e le compagne del Csa Vittoria

“Il comunismo per noi, non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovràconformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose  presente"K.Marx                               

 
11/5.Incontro con Ass.Nuova Colombia e Juilian Cortes
venerdý 06 maggio 2016
MERCOLEDI 11 MAGGIO
ORE 21.30
INCONTRO E DIBATTITO :
"DAL FALLIMENTO DEL PLAN COLOMBIA AI DIALOGHI DELL'AVANA"
CON L'ASSOCIAZIONE NAZIONALE NUOVA COLOMBIA e
 JULIAN CORTES
Dopo dieci anni dal lancio del Plan Colombia e della fallimentare politica di "Sicurezza Democratica", si arriva al tavolo dei dialoghi di pace dell'Avana tra le due parti belligeranti. Tutti gli obiettivi strategici del Plan Colombia si sono infranti contro la resistenza popolare delle FARC-EP e l'attuale presidente Juan Manuel Santos, ex ministro della guerra di Uribe, ha dovuto aprire la porta della soluzione politica. Quattro anni di processo di pace si sono fatti strada in mezzo alle minacce della vecchia dottrina controinsorgente, creando nuove possibilità politiche.
Analizziamo questo passaggio storico con Julian Cortes, ex prigioniero politico, attualmente rifugiato in Europa.
Mercoledì 11 maggio ore 21,30
al Csa Vittoria
via Friuli angolo via Muratori
 
Dalla Siria
giovedý 21 aprile 2016

PUBBLICHIAMO DALLA RETE QUESTO CONTRIBUTO SULLA SIRIA, 

Che cosa sta accadendo in Siria? Manovre reazionarie contro il Rojava


NorthSyriaConflictAreasLa guerra in Siria, nonostante la disinformazione che ci viene propinata, continua. Sixmasud, popolato quasi interamente da popolazione curda, è uno dei principali quartieri di Aleppo, e da diversi giorni è sotto attacco da parte di Jaish al-Islam, la forza che presiede l'alto comitato per i negoziati a Ginevra (Hnc), con artiglieria pesante e armi chimiche (fatto confermato dal portavoce stesso di Jaish al-Islam) che hanno fatto in pochi giorni decine di morti. Obiettivo è operare una pulizia etnica dell'area, inducendo le migliaia di abitanti curdi ad emigrare. L'Hnc è l'interlocutore prescelto dall'Onu per i colloqui di Ginevra e siede al tavolo delle trattative su invito di Eu (con ruolo centrale dell'Italia), Usa e Russia. Il suo portavoce, Riyad Hijab, si era recato a Erbil, poche ore prima dell'attacco, per un colloquio con Massud Barzani, leader del partito curdo-iracheno di destra (Pdk); e forse non a caso all'aggressione ha partecipato anche un gruppo curdo islamista vicino al Pdk, Ehfed i-Salahittin. Non basta: in questi giorni le milizie dello stato islamico (Is) si sono ritirate da alcuni villaggi al confine con la Turchia, nella regione di Sheba – situata tra Kobane e Afrin – passando il testimone ad Ahrar ash-Sham, la più potente e radicale fazione salafita di matrice siriana (anch'essa membro a tutti gli effetti dell'Hnc) e posizionandosi più a sud, in modo da circondare completamente il cantone di Afrin già sotto attacco da parte della Turchia.

Che cosa sta accadendo? Un temibile accerchiamento politico, prima ancora che militare, è in corso, e la primavera che inizia vedrà una lotta decisiva per il vento di cambiamento che dal Kurdistan vorrebbe soffiare su tutto il medio oriente. Le forze reazionarie siriane, appoggiate da alcune potenze regionali, vogliono impedire la riunificazione del Rojava ed espellere il confederalismo democratico dalla storia della Siria. L'Arabia Saudita è riuscita, negli ultimi mesi, a farsi portavoce carismatico di un largo settore del capitalismo mediorientale (che comprende la Turchia e lambisce l'Egitto) interessato al controllo di tutto il territorio siriano e delle sue risorse energetiche, idriche e agricole. Il progetto di un rovesciamento di Assad – uomo vicino ad una fazione capitalistica antagonista, quella iraniana – appare oggi affidato più alla diplomazia che alle armi, mentre ciò che appare prioritario è accreditare l'Hnc come sola forza in grado di governare la futura Siria. La rivoluzione confederale del Rojava rappresentata dal congresso democratico siriano (Sdc), ombrello politico dell'esercito democratico siriano (Sdf) a guida Ypg, possiede una forza militare ormai troppo pericolosa, e un prestigio politico in grado di disturbare i progetti della borghesia mediorientale.

Le forze dell'Hnc, quindi, attaccano le Ypg a partire dal terreno a loro più favorevole, Aleppo; e Arhar ash-Sham inizia a sostituire l'Is quale interlocutore “presentabile” della Turchia sul confine, in attesa delle prossime evoluzioni. Chi sono, tuttavia, le forze dell'Hnc? Contrariamente a quanto afferma la nostra stampa, non si tratta del Free Syrian Army o Fsa (ex militari siriani che disertarono con l'appoggio di Washington nel 2011), ma dell'alleanza, sposorizzata dall'Arabia Saudita, tra ciò che resta del Fsa (circa 20.000 uomini secondo uno studio statunitense) e il Fronte Islamico (80.000 uomini), di cui i gruppi salafiti propugnatori dell'instaurazione di uno stato islamico, Jaish al-Islam e Ahrar ash-Sham, costituiscono la leadership politica e militare. L'idea di creare uno stato islamico in Siria non è, infatti, propria esclusivamente dell'organizzazione che ne ha fatto il suo nome. Anche altri attori dell'insurrezione siriana propugnano una simile evoluzione, e non soltanto il Fronte Islamico, ma anche il sempre più radicato e sempre più forte Jabat al-Nusra, escluso dall'Hnc per essere la branca siriana di Al-Qaeda ma che, in ogni caso, influenza l'Hnc attraverso Arhar ash-Sham, sorta di suo portavoce di fatto.

L'Is, d'altra parte, non è l'unico stato islamico della regione: l'Arabia Saudita è uno stato islamico a sua volta (con tanto di imposizione universale della legge coranica e continue decapitazioni pubbliche) e il suo principale nemico, l'Iran, non lo è di meno. Questo contesto è determinato dallo sfondo sociale della guerra in corso, in cui il richiamo dell'islam come elemento di secessione storica dalla colonizzazione occidentale fa presa su milioni di giovani e meno giovani in tutto il mondo musulmano, sebbene i vecchi “stati islamici”, come le monarchie del golfo, siano visti dalla nuova generazione come forze ipocrtite perché servili con l'occidente. Le Ypg, pochi giorni fa, hanno sequestrato a Shaddadi settecento passaporti indonesiani e malesi (con unico timbro turco) abbandonati da miliziani dell'Is dopo la fuga: la Siria è investita da un fenomeno storico-politico che ha radici sociali planetarie profonde, e l'attuale retorica della guerra “allo stato islamico” nasconde la scelta di combattere soltanto uno dei tanti stati islamici presenti o possibili, in Siria come nel medio oriente. La legittimazione internazionale dell'Hnc a Ginevra denuncia la tentazione, soprattutto da parte degli Stati Uniti, di rassegnarsi al fatto che non sarà possibile sconfiggerli tutti, e occorrerà venire a patti anche con alcuni tra i più temibili; ma a scapito di chi?

I movimenti salafiti animati dall'ideologia del purismo islamico, come al-Nusra, Is, Arhar ash-Sham e Jaish al-Islam soverchiano i propri nemici politicamente, prima che militarmente. Le umiliazioni, lo sfruttamento e le violenze brutali associate alla colonizzazione mondiale dell'American Way of Lifehanno fornito buoni argomenti a chi ha saputo presentarsi come unica opposizione moralmente coerente a questo processo, soprattutto tra le popolazioni arabe. L'idea degli Usa, fin dai tempi della resistenza antisovietica dell'Afghanistan, è che è possibile trovare accordi con queste forze corrompendole, ossia proponendo affari alle loro leadership, in cambio di pace. Tuttavia il continuo tradimento della causa da parte dei leader della prima ora non impedisce la persistente formazione di nuove avanguardie di combattenti intenzionati a purificarla, e le differenze tra Is e al-Nusra, o tra Is e Hnc, non impediscono tra loro alleanze stabili o intese contingenti – come mostra il cambio di consegne al confine turco – e rapporti con le monarchie del golfo e il governo turco (forze “apostate” e pervertitrici dell'Islam, secondo l'ideologia salafita, ma il cui supporto monetario, logistico e militare è pragmaticamente irrinunciabile).

Su questo meccanismo regionale si inseriscono gli interessi globali. Gli Stati Uniti hanno appoggiato il Fsa, oggi parte minoritaria dell'Hnc, tra il 2011 e il 2014, fino a che lo stato islamico è nato quale scissione teorica di Al-Nusra, destabilizzando l'area e attaccando l'occidente. Il Fsa, oltre ad aver accusato l'emorragia di migliaia di combattenti verso i gruppi salafiti, ed essersi mostrato militarmente inaffidabile, ha costituito con il Fronte Islamico un comando rivoluzionario unificato con base a Gazantiep in Turchia a fine 2014, presupposto militare della creazione dell'Hnc da parte dei sauditi. L'appoggio statunitense alle Sdf, nel 2015, è stato motivato quindi da ragioni squisitamente pragmatiche. Le Ypg erano unico interlocutore presentabile ed efficace sul terreno, benché venisseno da una storia diversa. Si erano formate nel 2012 per rispondere agli attacchi non solo di al-Nusra, ma anche delle Fsa armate dagli Usa. Il loro progetto è dichiaramente anticapitalista. Appoggiano l'insurrezione curda in Turchia, alleata degli Stati Uniti, e maggiore sponsor assieme ai sauditi dell'Hnc. Il voltafaccia statunitense del 2014-2015 potrebbe non essere l'ultimo.

Nè gli Usa né la Russia, in ogni caso, hanno obiettato ai movimenti militari contro Sixmasud e attorno ad Afrin almeno per il momento, sebbene sembrino preludere a un possibile scontro su vasta scala tra Hnc e Sdf. La forza della rivoluzione islamica in Siria fa sentire il suo peso, e fronteggia quella confederale. Il momento è favorevole, con la legittimazione che l'Hnc ha ricevuto dall'Onu a Ginevra, dove suo portavoce è il comandante in capo di Jaish al-Islam, intento in queste ore a gasare i civili curdi nel nord di Aleppo. L'Hnc sa di avere il sicuro appoggio della Turchia in caso di attacco al Rojava, e proprio i generali turchi hanno ricevuto militari Usa nelle ultime settimane, ponendo le loro condizioni per l'evacuazione dell'Is dalla regione di Sheba: nessuna rivendicazione territoriale da parte delle Ypg (sebbene si tratti di Kurdistan), appoggio aereo delle forze turcomanne del Fronte Islamico, e scorporamento dalle Sdf delle forze arabe che vogliono combattere nella zona, oltre che esclusione di quelle considerate politicamente inaffidabili (come Jaish al-Tuwaar, “esercito dei rivoluzionari” arabo alleato delle Ypg, che combatte contro Jaish al-Islam - “esercito dell'islam” – a nord di Aleppo).

Il presidente del Kurdistan iracheno Massud Barzani, intanto, d'intesa con Turchia e Hnc, ha chiuso completamente il confine tra Iraq e Rojava in entrambe le direzioni, e pratica arresti politici – connessi con la situazione siriana – in Iraq, segnatamente contro elementi di sinistra curdi e internazionali. Il suo partito-satellite in Siria, l'Enks, partecipa ai colloqui di Ginevra sotto l'ombrello dell'Hnc, rendendo possibile la frottola di una presenza curda nei colloqui di pace. Staffan de Mistura, Cristina Mogherini e François Hollande stringono le mani del portavoce dell'Hnc mentre quest'ultimo coordina con l'Is l'accerchiamento di Afrin o il massacro di Sixmasud, e quelle di Davutoglu mentre la Turchia bombarda regolarmente non soltanto Afrin e Qamishlo, ma minaccia pubblicamente di usare l'aviazione contro Azaz. I media internazionali calano un velo su tutto questo. Ciò che accade nel nord della Siria è dimenticato sotto il nome di “processo di pace” e “cessate il fuoco”, ma a ben vedere è un fuoco controrivoluzionario quello che si sta propagando. Le Ypg e le Ypj si muovono per il Rojava impazienti di sferrare l'attacco a Jarablus, primo avamposto dell'Is sulla via per Afrin. Si preparano a muovere verso Aleppo per porre fine all'assedio dell'Hnc. Il loro morale è alto mentre si salutano con il motto “Serkeftin”, vittoria: la Siria non cesserà di mettere alla prova gli equilibri internazionali.

Dall'inviato di Infoaut e Radio Onda d'Urto a Qamishlo, Rojava 

 
Contro il Sessimo
mercoledý 30 marzo 2016
Ci teniamo a proporre il redazionale a cura di tutta la redazione di Radiondarossa sulla cultura dello stupro - nato a seguito delle gravi frasi pronunciate dai microfoni della radio inneggianti al piacere dello stupro - per rimettere al centro dell'agire politico la lotta al sessismo e per rimarcare ancora una volta che non esistono problemi di serie A e B.
Non c'è rivoluzione senza liberazione - Non c'è liberazione senza rivoluzione 
Per ascoltare: 
13marzo2016 
20marzo2016 
Di seguito il nostro vecchio contributo

ADESSO BASTA!

Contro il sessismo fuori e dentro il movimento

Al disgusto e allo sdegno che dobbiamo provare non c’è mai fine. Le donne oggi più che mai vengono umiliate e attaccate, umiliate da chi crede che il corpo femminile esista solo per il piacere maschile, nato per questo e per nulla più che questo, attaccate da chi è convinto di poter decidere del nostro corpo, delle nostre scelte di vita, dall’aborto al concepimento, dalla contraccezione all’ru486 (pillola abortiva). Le donne non possono scegliere: se una donna rimasta incinta non vuole un figlio non può abortire senza “la punizione” di un intervento invasivo, mentre spesso chi vorrebbe averne uno non ne ha la possibilità perché vive di contratti precari senza futuro. Il corpo delle donne viene ogni giorno spogliato, spiato, desiderato e venduto, nei programmi televisivi d’entertainment come nei discorsi del premier, apice dell’assenza di vergogna che regna incontrastata in questo paese in cui il più ignorante si gloria di esserlo, felice di aver raggiunto quello per cui lavora dagli anni ’80 sia in televisione che fuori, l’incontrastata violenza dell’uomo sulle donne, la totale riduzione di quest’ultima ad un ammasso di tette, culi e cosce, al massimo inframmezzati da occhiatine e sorrisi ammiccanti. Ma non vogliamo qui ripresentare l’ennesimo discorso incentrato sullo sdegno che proviamo per il comportamento di Silvio Berlusconi e per il suo modo di fare spettacolo che ha aperto le porte all’odierna tv spazzatura, vogliamo anzi soffermarci sul lato opposto, se così si può dire, della barricata. I discorsi del premier non sono solo stati ripresi com’è ovvio da giornali e telegiornali, ma sono stati anzi interiorizzati e fatti propri persino da coloro che avremmo voluto considerare almeno “di sinistra”, dalla stampa ai cosiddetti “movimenti”, dall’articolo in prima pagina del quotidiano Liberazione intitolato “…e l’Italia va a puttane...”, addirittura ripreso poco tempo fa da una realtà studentesca milanese per un manifesto, alle parole dette all'interno dei cortei con e senza microfono. Ci rendiamo conto dei limiti della fase in cui ci troviamo, ma questo non giustifica nulla, anzi rende ancor più grave la colpa di chi dovrebbe nettamente rifiutare i discorsi e i contenuti della destra radicale al governo e al contrario utilizza gli stessi schemi, ed anche le stesse parole, spianando la strada al maschilismo e confermando la subordinazione delle donne agli uomini in questa società. La questione della condizione delle donne nella società capitalista è un tema che all’interno di quello che una volta veniva chiamato Movimento Antagonista dovrebbe invece essere considerato al centro dell’agire politico e personale di tutti. All’interno di molti collettivi e realtà politiche questa contraddizione non viene spesso affrontata. La sensazione, spesso appurata da fatti, è che il problema dell’oppressione dell’uomo sulla donna venga considerata da molti come un problema di serie B, come una paranoica e bacchettona questione morale e di genere che poco ha a che fare con temi più importanti come il conflitto Capitale/Lavoro. Spesso molti compagni dimenticano, o trovano più semplice non voler ricordare che in questa società esiste non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ma anche quello dell’uomo sulla donna. Spesso si ricalcano meccanismi e strategie proprie di ciò che combattiamo. Nel vivere quotidiano all’interno delle nostre realtà dovremmo cercare di pretendere che si individuino, riconoscano, e bandiscano atteggiamenti, e perché no anche linguaggi che non fanno altro che ricalcare logiche incentrate sulla prevaricazione e sul sessismo, sulla visione delle donne come oggetto sessuale, sempre pronte ad assecondare voglie, desideri e passioni del maschio di turno.

Perché ad un compagno, o sincero democratico, non verrebbe mai in mente di apostrofare un suo amico di origini africane come “negro” e invece non si fa nessun problema se si tratta di offendere una donna con epiteti riguardanti il suo sesso? Perché all’interno di un corteo sindacale di movimento si sentono interventi politici sessisti e nessuno dice niente? E poi perché le compagne dovrebbero armarsi di santa pazienza e andare a spiegare al compagno in questione che la prostituzione non è una libera scelta? Nessuno mai entra nel merito dello stupro legalizzato che è la prostituzione. Queste donne vengono sfruttate sia sessualmente che economicamente, vengono mantenute in schiavitù con la forza e sono molto spesso vittime di innumerevoli violenze sia da parte dei cosiddetti “clienti” che dei loro “protettori”. Sappiamo che la condizione delle donne costrette a vendersi in strada è ben differente da quella delle donne che vediamo citate in questi mesi dai mass media, ma ci teniamo a precisare che la situazione di subalternità in cui una donna viene tenuta fin dalla nascita a volte rende, purtroppo, molto difficile mettere in discussione il ruolo imposto da una società economicamente, socialmente e culturalmente patriarcale, senza con questo voler minimamente giustificare il loro ruolo corrotto e corruttore di arrampicatrici sociali. Ma domandiamoci ancora perché in questa società le ragazze si convincono fin dall’adolescenza che l’unico strumento di “falsa emancipazione” debba essere per forza il loro corpo, arrivando persino a vendersi a dei coetanei per una ricarica del cellulare. Queste ragazze e queste donne hanno perfettamente introiettato il modello che gli viene imposto adeguandosi al loro ruolo di bambole di plastica atte unicamente a soddisfare desideri maschili, e non fanno altro che convincersi di ciò che gli viene suggerito dall’esterno, cioè che l’unico mezzo che hanno per aspirare al denaro o ad una fetta del potere sia usare il loro sesso. Hanno ormai interiorizzato l’assunto per cui una donna non può avere altre potenzialità a prescindere dal suo corpo, e per questo si convincono che l’unica via per perfezionare sé stesse debba essere modificare l’aspetto fisico allineandolo al modello dominante con interventi di chirurgia plastica, ormai pratica diffusa anche tra le adolescenti. E’ veramente il caso di dire che per queste ragazze una donna ha solo il suo corpo, e deve sfruttarlo e auto-sfruttarsi, per “fare strada”, e che anzi una donna non è altro che il suo corpo, non è altro che l’oggetto da utilizzare ad uso e consumo dell’uomo, oggetto agli occhi dell’uomo ma ormai anche agli occhi delle donne stesse, che aderiscono alla visione maschilista e la perpetuano, felici quasi di poter essere sempre più donne-oggetto rispetto alle altre, perché così facendo, grazie a cene e favori sessuali, salgono i gradini del “successo” politico o televisivo.

Ma la questione che qui vogliamo affrontare è come si pone la cosiddetta “sinistra” di fronte a tutto questo. Noi abbiamo deciso di non voler stare zitte e zitti, abbiamo deciso che la questione delle donne appartiene a tutte/i noi, che non solo deve essere pratica politica ma che dovrebbe essere anche una discriminante nell’agire politico di un movimento che intende essere portatore di un cambiamento rivoluzionario. Perché non cercare di scardinare alla base quel meccanismo di ruoli in cui segregare le proprie madri, sorelle, mogli, compagne e amiche? Perché non cercare di rompere quell’immaginario collettivo che vede le donne subalterne sul posto di lavoro e in famiglia? Perché dobbiamo continuare a far finta di non sentire o di non leggere, spesso su siti di movimento, frasi che ricalcano un sistema ideologico patriarcale? E perché nel momento in cui si denuncia questo si passa per moralisti? Fondare il proprio agire politico su discriminanti antisessiste, antiomofobe e antirazziste deve essere, nella pratica politica, la premessa affinché si possano creare le basi di uno stravolgimento reale della società. Sinceramente siamo stanche e stanchi di dover in qualche modo spiegare perché non si dovrebbero gridare in un corteo frasi sessiste. Allora forse dovremmo ammettere che in qualche caso siamo stati collettivamente tutte e tutti noi incapaci di tracciare una linea netta di delimitazione tra cosa siamo noi rispetto a quelli contro cui combattiamo nelle nostre lotte. Sarebbe bello poter non solo ripensare all’aggregazione politica su altre tematiche e questioni ma agire anche sul nostro quotidiano individuale e collettivo cercando, nella sperimentazione politica, spazi di confronto e di azione che considerino centrali le questioni di genere.

Ci teniamo a precisare che non ci interessano le trite e ritrite scuse “d'ufficio”, questa non intende essere una lettera aperta ai compagni e non del movimento o agli uomini e donne di sinistra per chiedere di “stare più attenti”, o per sentirsi rispondere per l’ennesima volta “scusate, non ci eravamo resi conto, non ce ne eravamo accorti, non ci avevamo pensato”. Sottolineiamo inoltre ancora una volta che questa non vuole neanche essere una spiegazione o una lezione, perché chiunque si consideri un compagno dovrebbe sapere bene che utilizzare termini dispregiativi per indicare le prostitute, come se avessero colpa e fossero responsabili, come se non fossero costrette da necessità, significa avvallare il discorso sessista e maschilista che vi sta dietro. Abbiamo deciso di scrivere questa lettera aperta solo per dire una cosa semplicissima, ma che va detta nel modo più duro e schietto possibile, senza sorrisi né scuse. Ma non vi vergognate?? Ma non vi vergognate di uscire con titoli del genere in prima pagina?? Ma non vi vergognate di intervenire davanti ad un corteo di lavoratori e lavoratrici dicendo che un uomo a 70 anni “è normale che vada a mignotte”, anzi “deve” farlo, ma l’importante è che non sfrutti i lavoratori”?? Ma come si può anche solo pensare una frase del genere, e come si può dirla apertamente con un microfono in mano alla fine di un corteo?? E come si può, lavoratori/ici ma anche compagni/e, sentendo un intervento simile detto da un palco, applaudire e festeggiare chi lo ha pronunciato?? Come possiamo pensare che siano slegate le rivendicazioni di libertà e di diritti le une dalle altre, come possiamo credere che la libertà delle donne e i diritti delle donne di decidere del proprio corpo e della propria vita vada messa in secondo piano di fronte alla crisi economica come se fossero questioni separate tra loro?? Questa domanda è diretta a noi, un “noi” allargato a tutta la cosiddetta sinistra, non alla destra: ma la risposta c'è ed è una sola: vergognatevi ! adesso basta !


Le compagne e i compagni del Centro Sociale Vittoria 
 
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