| Portella della Ginestra |
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| Sunday 29 April 2007 | |
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Il primo Maggio del 1947 una folla di uomini,
donne e bambini provenienti dai paesi di San Giuseppe Jato, San
Cipirello e Piana degli albanesi confluirono a Portella delle Ginestre
per celebrare la festa dei lavoratori e la vittoria elettorale ottenuta
dalla sinistra alle elezioni per la costituzione dell'assemblea
regionale Siciliana dell'Aprile del 1947. Nel momento in cui l'oratore
di quel giorno, Giacomo Schirò, salì sul sasso Barbato per prendere la
parola ed iniziare il comizio, una pioggia di piombo investì la folla.
A sparare dalle colline circostanti furono la banda del bandito
Giuliano, elementi delle famiglie mafiose di San Giuseppe, San
Cipirrello e Monreale e sicari fascisti appartenenti alla decima
flottiglia MAS del principe nero Junio Valerio Borghese.
Il risultato della mattanza fu di undici morti e ventisette feriti. CONTESTO Per capire la strage di Portella occorre analizzare il contesto storico in cui maturò, ed a tal fine è necessario fare un passo indietro. Il fascismo in Sicilia garantì essenzialmente gli agrari, i quali ritennero che il sistema liberale Giolittiano non fosse più idoneo a bloccare le lotte, le rivendicazioni e le istanze portate avanti dal movimento contadino. I grandi proprietari terrieri furono, non a caso, insieme ai grandi industriali del nord, gli sponsor politici e finanziatori del regime fascista. Il regime assolse perfettamente il suo compito, e con l'entrata in guerra dell'Italia, le condizioni di vita di migliaia di uomini e donne, già rese precarie dallo sfruttamento cui erano sottoposti, si aggravò ulteriormente. Dopo lo sbarco alleato del 1943, le masse contadine, ritenendosi liberate dal pesante fardello della dittatura, maturarono una naturale aspirazione alla pace ed al miglioramento delle condizioni di vita e conseguentemente al cambiamento dell'assetto sociale e politico. Ma il primo duro colpo a tali prospettive venne inferto immediatamente dal governo Badoglio che impose il richiamo alle armi di migliaia di uomini, i quali non si presentarono agli uffici competenti. I carabinieri e le guardie regie iniziarono allora i rastrellamenti dei renitenti arrestandoli e costringendoli ad arruolarsi loro malgrado. A quel punto la rabbia popolare, esplose in tutta la sua violenza, dando vita a quel fenomeno che viene ricordato come "moti del non si parte". Il popolo si armò ed assaltò le caserme della guardia regia, dei carabinieri ed i granai, ed arrivò in alcuni paesi a costituite vere e proprie "repubbliche popolari" che sostituirono le amministrazioni locali. E' probabile che i moti subirono infiltrazioni da parte di esponenti fascisti e separatisti, il cui fine ultimo era depotenziarne la radicalità e boicottare la guerra contro la RSI. Nella maggior parte dei casi però furono espressione del malessere e della rabbia delle masse popolari nei confronti, non soltanto del richiamo alle armi in sè e per sè considerato, ma di un intero sistema che da troppo tempo le affamava. La linea tenuta dal PCI, vincolato dai dettami di Yalta e dalla "svolta di Salerno", fu quella di osteggiare tali moti, rinunciando a dirigerli in senso rivoluzionario e lasciandoli allo spontaneismo. Tale atteggiamento causò divisioni tra i militanti, alcuni dei quali difesero le caserme dagli attacchi della popolazione, ed altri che le assaltarono partecipando alle sommosse. Il PCI, come detto, non tenne in considerazione l'opzione rivoluzionaria, ed iniziò ad incanalare la lotta entro i ristretti margini della dialettica istituzionale e democratica. Tra l'estate del '44 e la primavera del '45, Il ministro dell'agricoltura Fausto Gullo emanò i decreti che costituirono solo una legislazione agraria preriformatrice. L'obiettivo di fondo perseguito dai decreti fu quello di colmare lo storico iato tra Stato e masse rurali, attraverso la loro attiva e diretta partecipazione ai processi economici. Tale legislazione fu molto complessa, ma i suoi aspetti principali possono essere così riassunti: riforma dei patti agrari, in modo da garantire ai contadini almeno il 50 per cento della produzione che andava divisa; permesso di occupazione dei terreni incolti o mal coltivati rilasciato alle cooperative agricole di produzione; indennità ai contadini per incoraggiarli a consegnare i loro prodotti ai magazzini statali, ribattezzati granai del popolo; proroga di tutti i patti agrari per impedire ai proprietari di sbarazzarsi nell'anno successivo dei loro fittavoli; proibizione per legge di ogni intermediario tra contadini e proprietari, così da eliminare nel Mezzogiorno agricolo figure di mediazione come i malfamati gabellotti in Sicilia (ruolo ricoperto da uomini delle famiglie mafiose) o i mercanti di campagna nel Lazio. In questa legislazione vi erano chiaramente degli aspetti utopistici, come l'abolizione dell'intermediazione che appariva piuttosto improbabile all'infuori di una rivoluzione socialista. La CGIL, in particolare la Federterra, si pose alla testa del movimento, dando vita ad una grande stagione di lotte contadine finalizzate all'abbattimento del sistema del latifondo, alla redistribuzione delle terre ed in generale al miglioramento delle condizioni di lavoro dei braccianti agricoli. L'idea fu quella di esercitare una forte pressione politica nei confronti del blocco conservatore (DC in testa), attraverso le occupazioni dei latifondi. Queste rappresentarono il mezzo più importante e diretto per accrescere le fila del movimento contadino, per creare consenso e rafforzare i partiti della sinistra in vista delle tornate elettorali. Come detto, la linea tenuta dal PCI in questo frangente storico, fu figlia delle decisioni prese a Yalta da Stati Uniti ed Unione Sovietica (in base alle quali l'Italia era stata "assegnata" al blocco occidentale), e della paura di parecchi dirigenti del partito, che esclusero la svolta rivoluzionaria paventando anche per l'Italia uno scenario simile a quello della Grecia, dove Stati Uniti e Gran Bretagna finanziarono ed armarono il blocco conservatore, ponendo le basi per lo scoppio della guerra civile ed il massacro di migliaia di partigiani comunisti. E' per questo che il partito giocò la carta della presa "democratica" del potere, da attuare attraverso la (ipotetica) vittoria di libere elezioni. Malgrado la straordinaria mobilitazione, il movimento si concluse complessivamente con una sconfitta e la linea del partito si dimostrò impossibile da attuare. Alcuni dei punti più radicali del programma di Gullo, come quello sull'abolizione dei mediatori, non ebbero mai applicazione pratica. Anche i più moderati decreti sull'occupazione delle terre incolte e sulla revisione dei patti agrari ottennero successo solo localmente e temporaneamente. Le varie componenti del blocco conservatore reagirono portando il loro attacco su più piani e a vari livelli. Innanzitutto venne messa in atto da liberali e democristiani un'attività politica ed istituzionale finalizzata a privare di efficacia i vari punti della riforma. Quando i decreti Gullo furono esaminati per la prima volta dal Consiglio dei ministri nell'autunno del 1944, la Dc e il Pli imposero una serie di modifiche. Venne stabilito, infatti, che le commissioni locali, che avrebbero dovuto decidere sulla legittimità delle occupazioni delle terre, fossero composte dal presidente della Corte D'Appello, da un rappresentante dei proprietari e da uno dei contadini. Così, a meno che il magistrato fosse insolitamente illuminato (una condizione difficilmente verificabile nel Mezzogiorno di quel tempo), vi era una maggioranza precostituita contraria ai contadini. Si assistette ad una mobilitazione degli apparati repressivi dello stato che utilizzarono ogni strumento atto ad intimidire i contadini, operando arresti, denunce, quando non vere e proprie aggressioni fisiche. Inoltre le forze di polizia ebbero l'importantissimo compito di eteroguidare e controllare le mosse della banda Giuliano. Infatti è cosa nota che vecchi arnesi del regime fascista, reinseriti a pieno titolo nelle istituzioni, come l'ispettore Ettore Messana (inizialmente ricercato come criminale di guerra fascista), l'ispettore generale di PS Ciro Verdiani (ex componente dell'OVRA), il colonnello dei C.C. Ugo Luca (uomo di fiducia di Mussolini), prima coprirono e "consigliarono" Giuliano sui comportamenti da tenere, e, successivamente, una volta che il bandito non servì più, lo utilizzarono come capro espiatorio e lo liquidarono. Anche la Magistratura seguì perfettamente il copione, garantendo l'impunità per tutti gli atti criminali subiti dai contadini e dai sindacalisti dal 1944 in poi. In particolare nel processo di Viterbo (instaurato per i fatti di Portella) i giudici seguirono due linee essenziali: considerare come colpevoli i soli componenti incriminati della banda Giuliano e tutelare i mandanti della strage, negandone assolutamente (il più delle volte contro l'evidenza dei fatti e delle testimonianze) il carattere politico. Si dava seguito alle dichiarazioni che il ministro dell'interno Scelba si era affrettato a rilasciare immediatamente dopo la strage che , "stranamente", insistevano sul tenore non politico dell'eccidio. In prima linea nella lotta alla volontà di cambiamento espresso dalle masse popolari vi furono altresì gli agrari, proprietari di migliaia di ettari di terreno e assolutamente intenzionati a tutelare privilegi sociali vecchi di centinaia di anni. Questi in un primo tempo supportarono l'opzione separatista, ma successivamente appoggiarono la democrazia cristiana che andava affermandosi come partito dell'ordine e della continuità, in ogni caso non fecero mai mancare il loro aiuto finanziario, sia alle bande armate mafiose, sia a quelle fasciste. Parallelamente iniziò la "guerra" sporca condotta da mafia e fascisti, che lasciò sul terreno decine di sindacalisti, quadri di partito e braccianti. I padrini approfittarono pienamente del ruolo fondamentale di cui li avevano ricoperti i servizi segreti angloamericani, statunitensi in particolare. Il ruolo assunto dalla mafia, in quel momento storico, fu quello di unica forza organizzata e radicata a tal punto da garantire l'ordine economico sociale esistente. All'interno di tale quadro generale riesce intuitivo comprendere il perchè furono i mafiosi italo americani a preparare il terreno per lo sbarco alleato, sia logisticamente, sia politicamente (attraverso una partecipazione diretta alle trattative avviate a tale scopo con l'esercito fascista). Conseguentemente l'AMGOT (governo alleato cui era sottoposta la Sicilia), nel periodo successivo allo sbarco, consegnò le amministrazioni locali nelle mani dei capi mafia. I mafiosi inoltre ebbero tutto l'interesse a tutelare il latifondo di cui furono non solo attori protagonisti, ma vero e proprio motore del quale furono amministratori, esattori, caporali (gestori di manodopera). Gli stessi, inoltre, colsero la grande opportunità di "legittimarsi" come punto di riferimento per le forze politiche "moderate", ed in particolare per la democrazia cristiana (ricordiamo Salvatore Aldisio e Bernardo Mattarella come uomini completamente coinvolti nella politica delle stragi del '46 e del '47), consolidando così la propria importanza anche all'interno della neonata Repubblica. Accreditati presso gli agrari, la democrazia cristiana e gli alleati quali tutori dello status quo, i padrini parteciparono alla repressione delle lotte dei contadini, "sporcandosi" raramente le mani direttamente, a tal fine utilizzando la banda del bandito Giuliano e le bande fasciste considerate entrambe alla stregua di una polizia privata. Fondamentale importanza, rispetto agli accadimenti che stiamo analizzando, ricoprirono i gruppi fascisti clandestini, che si formarono a decine nel meridione d'Italia. E' certo infatti che l'intento delle alte sfere della RSI, ormai sicure della sconfitta, ed in particolare di Pavolini, fosse quello di organizzare formazioni armate, che operassero nel territorio dell'Italia liberata sul modello dei partigiani in nord Italia. Migliaia furono i militi della RSI che risposero a tale appello, e se in un primo tempo l'intenzione era quella di organizzare la guerriglia contro gli alleati, tale opzione venne gradualmente abbandonata a favore della lotta al comunismo. A tal fine le squadre fasciste, particolarmente in Sicilia, diedero vita ad una collaborazione con la mafia e le forze separatiste, partecipando attivamente alla formazione ed allo sviluppo, nonchè alle azioni, dell'EVIS (esercito volontario per indipendenza della Sicilia) di Salvatore Giuliano . IL TRIONFO DELLE AFFINITA' ELETTIVE Garanti di questa serie di passaggi politici e militari e tessitori del filo nero che unì tutte le forze del "blocco conservatore" furono gli "alleati" (Stati Uniti e Gran Bretagna), che, prevedendo (temendo) una riorganizzazione ed un'avanzata delle forze progressiste, scelsero di utilizzare ogni mezzo a loro disposizione per portare avanti politiche terroristiche, repressive ed antiproletarie. Alla luce di quanto detto possiamo affermare che il violentissimo attacco subito dalle masse popolari, e dai partiti e sindacati che ne tutelavano gli interessi, non fosse dettato soltanto dalla necessità di difendere il sistema economico e sociale improntato sul feudo. L'interesse del blocco conservatore e più di tutti degli Stati Uniti andò oltre, essendo quello di garantire una continuità totale rispetto al regime fascista ed all'aspetto, che più di ogni altro, ne giustificò la nascita e ne caratterizzò l'esistenza, ovvero l'odio nei confronti degli ideali di egualitarismo e giustizia sociale e quindi l'odio verso il comunismo. Per gli Stati Uniti, impegnati già dal 1942 a mettere le basi per la lotta contro l'Unione Sovietica, non era pensabile lasciare alcun margine di agibilità politica ai partiti della sinistra ed alle masse popolari, non era accettabile una loro vittoria elettorale (con buona pace dei convinti assertori del sistema democratico e dello stato di diritto), a maggior ragione in un paese del "Patto Atlantico" strategicamente fondamentale come l'Italia. Fu in nome dell'antibolscevismo che Stati Uniti e gerarchie vaticane prima coprirono la fuga e successivamente finanziarono e appoggiarono il peggio dei criminali fascisti utilizzandoli a scopi eversivi sin dagli anni '40. |
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