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La crisi strutturale e sistemica in
cui versa il capitalismo internazionale (in particolare statunitense
ed europeo), inesorabilmente aggravatasi dalla scorsa estate con le
dirette conseguenze sui debiti sovrani dei paesi periferici dell'area
euro (tra cui ovviamente l'Italia), è un'occasione straordinaria e
irripetibile per scardinare il potere dei lavoratori nei luoghi di
lavoro e ridurre drasticamente i diritti conquistati in anni di
lotte.
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Il carattere smaccatamente classista
che caratterizza l'attuale offensiva padronale è tutto teso a
scaricare sui lavoratori e sulle classi subalterne la crisi al fine
di salvaguardare (se non salvare) profitti sempre più risicati.
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La ricerca del profitto a breve
termine e la speculazione finanziaria, la delocalizzazione verso
paesi a bassi salari e scarsa conflittualità operaia,
l'implementazione di contratti precari, l'esclusione sociale
provocata per avere la garanzia di un bacino di riserva tenuto ai
margini della produzione, costringono il capitale, da un lato, a
intensificare lo sfruttamento della forza-lavoro non ancora espulsa
per cercare di frenare la
caduta di una massa di profitto sempre più risicata.
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Dall'altro lato, i ripetuti
salvataggi pubblici di un capitalismo in crisi, che hanno sempre più
caricato i bilanci statali, devono essere compensati da politiche di
austerity
di cui la BCE si fa interprete e prima fautrice. Non accantonando
l'opzione militare e imperialista che trova nuova linfa nelle
contraddizioni poste, ad esempio, dalle cosiddette primavere arabe da
usare per eliminare regimi dittatoriali non più funzionali agli
interessi di controllo delle risorse del capitalismo occidentale.
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Obiettivo primario, su un piano
nazionale sempre più subordinato alle istanze sovranazionali,
diventa quindi la riduzione di un deficit
che, nonostante i sacrifici già imposti ai lavoratori e ai settori
popolari del nostro paese per entrare nei parametri necessari alla
costituzione della moneta unica, è comunque in progressivo aumento.
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Le misure devastanti attuate e il
continuo trasferimento di ingenti risorse pubbliche e ricchezza dal
lavoro alla rendita finanziaria non sono ritenute sufficienti dai
nostri “controllori” comunitari: nuovi tagli, privatizzazioni e
rinunce a diritti sociali e sindacali acquisiti sono imposte quale
unica soluzione possibile. Ciò
si traduce anche nella ridefinizione del comando statuale che, in via
progressiva, abbandona il ruolo di mediazione sociale dei conflitti
in favore di una repressione sempre più violenta. E' in pratica in
atto una forma di commissariamento che, dal piano
economico-finanziario-istituzionale, tracima nel controllo
autoritario di ogni forma di opposizione e conflitto. Opposizione
che, di converso (secondo il vecchio paradigma marxiano che il
capitalismo crea il proprio nemico di classe), trova nuova linfa
dalla stessa crisi strutturale del sistema capitalistico che amplia e
radicalizza, anche nelle forme e nelle pratiche, fortemente i
conflitti, creando le condizioni oggettive per processi ricompositivi
da un punto di vista di classe e costringe militanti e realtà a
cimentarsi su prospettive più complessive.
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Assume quindi fondamentale
importanza lavorare affinché all'interno tanto degli ambiti di
massa, quanto delle singole lotte che si diffondono nei territori, si
possano costruire proposte politiche, o quantomeno pratiche comuni,
che riescano a generalizzare il conflitto evidenziando
l'inconciliabilità degli interessi di classe.
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In tal senso, tenendo ben presenti i
limiti che purtroppo sconta in termini di genericità della proposta
politica, è di fondamentale importanza il lavoro territoriale che,
in tutta Italia, sta preparando la giornata di mobilitazione
nazionale e internazionale del 15 ottobre che si sta configurando
come un grande appuntamento di lotta a livello europeo.
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Diversi sono i segnali positivi che
giungono dalla preparazione di questa giornata di mobilitazione di
massa che si vuole declinare quale forte e determinato momento di
discontinuità rispetto ai classici cortei-sfilata o alla
rappresentazione (più che pratica e reale) del conflitto che troppo
spesso hanno segnato in negativo gli anni passati. Giornata che deve
essere intesa quale passaggio importante di verifica delle pratiche e
dei percorsi comuni costruiti anche territorialmente per la creazione
di un fronte di massa che sappia ragionare e praticare in termini
prospettici una reale alternativa di sistema.
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Siamo di fronte a una tappa,
sicuramente di forte valenza politica e dalle possibili “ricadute”
positive per l'autunno che ci aspetta, ma che tale rimane e deve
rimanere rifuggendo dalla logica perdente della costruzione
dell'evento: l'accumulo di forze e la ricomposizione delle vertenze e
dei percorsi oggettivamente antagonisti che si sviluppano è il reale
terreno su cui misurarsi nella quotidianità del lavoro politico.
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Non deve essere altresì dimenticato
che il corteo di Roma sarà un'enorme vetrina per tutte quelle forze
riformiste che cercano sponde
e interazioni istituzionali per una possibile rimonta elettorale, per
tutte quelle “cordate” nazionali che si candidano a piccole
poltrone o appoggiano le velleitarie “narrazioni” delle prossime
primarie di centro-sinistra.
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- Ma
è la natura stessa della crisi a chiudere gli spazi per la
riproposizione di queste ipotesi riformiste e “socialdemocratiche”:
i margini di manovra, (se mai vi sono stati) soprattutto sul terreno
della redistribuzione del reddito, sono risibili, non più
concretamente praticabili e dunque non più spendibili sul piano della pacificazione sociale, l'attuale prospettiva del
capitale nazionale è quindi la “macelleria” sociale di ogni
garanzia e diritto.
- Non
vi sono alternative: o ci si pone, accettandoli, in una posizione di
assoluta compatibilità con i dettami degli organismi politici ed
economici borghesi oppure ci si attrezza in termini politici per
affrontarli.
- Non
vi sono scorciatoie, non esiste un capitalismo dal volto umano con
possibili ipotesi di redistribuzione di profitti impedita da
distorsioni o agguerriti speculatori: la crisi in cui versa mostra la
reale natura dell'attuale organizzazione economica.
- Riteniamo
quindi assolutamente necessari momenti di confronto che, superata la
giornata di mobilitazione di Roma, permettano di individuare percorsi
e pratiche condivise e comuni di lotta e di iniziativa politica per
superare le specificità ed essere finalizzate a rafforzare un fronte
di contrapposizione sociale alle politiche neoliberiste per creare e
organizzare percorsi di lotta generalizzati per migliori condizioni
di vita dei lavoratori e delle lavoratrici.
Trasformare
l'indignazione in odio di classe !
Rendiamo
precaria la vita ai padroni!
Per
una società senza classi né padroni!
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