| CONTRIBUTO ALLA DISCUSSIONE |
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| Thursday 18 November 2004 | |
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Riflessione delle compagne/i del Csa Vittoria sulla questione del conflitto capitale / lavoro e sulle forme della precarietà in relazione a quel progetto di lavoro collettivo che coinvolge lavoratori Alfa, ATM, precari, cooperative, studenti e situazioni.
Le aspre lotte operaie e sociali viste negli
ultimi anni sono il riflesso della crisi economica strutturale che
permea questa fase di sviluppo del capitalismo.
La ciclicità della crisi, che si sta oggi manifestando con particolare crudezza, ha riportato al centro dell'attenzione la conflittualit� sociale - e, in particolare, le dinamiche del conflitto capitale/lavoro - nei dibattiti politici internazionali e locali, oltre che in quelli più strettamente economici. Più nello specifico, per la situazione italiana, questo altalenarsi tra fasi di stagnazione e tendenza alla recessione con valori di PIL particolarmente bassi, viene esaltato dall'impossibilità di attuare politiche inflattive a causa dell'introduzione dell'euro, determinando così un abbassamento del livello di concorrenzialità nell'esportazione del made in Italy. Tale crisi, che proviene da lontano, è una crisi di sovrapproduzione che trova il suo specchio nella chiusura progressiva in Italia delle grandi fabbriche e del relativo indotto per impossibilità di vendere le merci prodotte e di valorizzare il capitale. Questo è uno degli aspetti di quel processo di finanziarizzazione del capitale che si sostanzia nella fusione tra grossa industria da un lato (FIAT e Pirelli, solo per fare due esempi) e, dall'altro, banche, assicurazioni e tutti quei settori di rendita immobiliare. Alcuni canoni economici, utilizzati in passato per creare le condizioni di uscita dalla crisi attraverso la circolazione del "reddito" ed una forte domanda interna che rilanci gli investimenti e lo sviluppo, sono oggi recuperati a sostegno di scelte di politica economica nazionale con una nuova stagione di progetti e finanziamenti pubblici (TAV, ponte sullo Stretto, ecc.). E la variante della guerra diventa anch'essa la soluzione obbligata che la borghesia e le multinazionali italiane (così come le grandi holding internazionali) utilizzano per superare la fase di crisi e di stagnazione puntando sulla "conquista" di nuovi mercati ed il controllo delle risorse. Ma il capitalismo italiano ha scelto anche di puntare in ambito nazionale sul terziario altamente qualificato, facilitato in ciò dal passaggio da tecnologie meccaniche a tecnologie di comunicazione altamente informatizzate, incrementando il peso dei servizi e della grande distribuzione e introducendo nuovi modelli di gestione organizzativa dell'impresa che si traducono in aumento di flessibilità (che investe i differenti piani delle mansioni, dell'orario di lavoro e della retribuzione salariale) e in crescente scomposizione del mercato del lavoro. In più costringendo lo Stato alla progressiva dismissione dello stato sociale (sanità, pensioni, ecc.) e dell'industria pubblica a favore del profitto privato e delle logiche concorrenziali di impresa. Ciò si traduce anche in una trasformazione del territorio che la disgregazione e la delocalizzazione della struttura produttiva ha liberato dalle "cittadelle" industriali per la produzione di massa caratterizzanti il passato tessuto urbano delle grosse metropoli, ora in mano alla speculazione edilizia che sempre più accompagna quella finanziaria. Ma parallelamente a tale processo di disinvestimento industriale, vi sono settori in cui qualificante è il recupero di organizzazioni di lavoro "prefordiste" (lavoro manuale con tratti spesso schiavistici: es. settore tessile o della movimentazione delle merci già prodotte), in cui dominano gli appalti a cooperative o a microimprese, se non direttamente gestito da "holding" in qualsiasi luogo ove il costo della manodopera è quasi azzerato, caratterizzato da un ampio utilizzo di prestazioni con orari di lavoro ad alta estensione ed intensità. La frequente pratica della esternalizzazione dei servizi attraverso appalto, subappalto, lavoro su commessa, consulenza e prestazione d'opera, rappresenta infatti una "gara al ribasso", che consente alle grosse imprese di limitare l'assunzione di personale e di scaricare all'esterno, sulle micro-imprese e sul lavoro autonomo, la gestione della flessibilità del lavoro a basso costo e la riduzione dei costi del lavoro con ogni mezzo. La privatizzazione del collocamento pubblico accompagnata dal definitivo passaggio alla chiamata nominativa come forma tipica di avviamento al lavoro, l'estensione della contrattazione atipica con l�implementazione di figure come il lavoro interinale (introdotto originariamente dal pacchetto Treu), il contratto d'inserimento, lo stage e la liberalizzazione dell'utilizzo dei contratti a tempo determinato, dell'apprendistato e degli straordinari, hanno favorito l'interscambiabilità delle mansioni e distribuito il tempo di lavoro su un arco di sette giorni con ciclo continuo. Conseguentemente precarizzazione e precarietà non possono essere intese "solo" come regolamentazione del mercato del lavoro determinata, prima, dal centro sinistra con il pacchetto Treu e dal centro destra ora con quella "dichiarazione di guerra" ai lavoratori che è la legge Biagi. L'azione concertativa tra i sindacati confederali e le controparti padronali e governative ha peraltro contribuito all'introduzione di elementi di crescente flessibilità salariale e di progressiva erosione delle garanzie economiche e normative previste dai contratti collettivi nazionali di lavoro con l'introduzione di nuove forme di gabbie salariali. Si assiste così, come tendenza, alla perdita di centralità del lavoro dipendente a tempo indeterminato e la sua scomposizione in una serie di attività formalmente indipendenti, di prestazioni d'opera e di forme di lavoro atipiche, con differenti livelli di subordinazione, autonome o eterodirette in varie forme ed in diverse gradazioni. Non sono più sufficienti infatti, per molte aziende anche se non per tutte, gli attacchi pressanti ed il continuo peggioramento delle condizioni di lavoro in fabbrica (Melfi) e di salario (ATM) e la continua precarizzazione dell'organizzazione del lavoro sopra descritta, nonchè l'espulsione dal ciclo produttivo di intere legioni di lavoratori che contribuiscono ad incrementare le fila di un esercito industriale di riserva sempre pi� dilatato e interno alla produzione e non più costituito dalla sola presenza di lavoratori disoccupati. La tendenza è la ricerca della gestione totale e del pieno controllo della forza lavoro che deve essere sempre disponibile alle esigenze del padrone, senza alcuna soluzione di continuità tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro (tempo di riproduzione). E' su questo terreno che si colloca la tendenza a costituire rapporti di lavoro sempre più individualizzati, nei quali il singolo lavoratore sarà costretto, senza tutele né garanzie, a concordare personalmente le proprie condizioni contrattuali con il datore di lavoro. Gli immigrati ricoprono un ruolo di assoluto protagonismo in queste dinamiche se non sono addirittura il paradigma del soggetto flessibile per eccellenza, assolutamente indispensabile a tale sistema per la sua estrema ricattabilità e vulnerabilità. Il controllo dei flussi, infatti, fondamento della legislazione attualmente in vigore in materia di immigrazione, affiancato da una politica di sostanziale dosaggio centellinato dei diritti di cittadinanza agli stranieri, costringe di fatto gli immigrati ad accettare qualsiasi forma di integrazione economica a qualsiasi condizione di lavoro, purchè possa offrire qualche prospettiva di inclusione sociale e sia sufficiente, seppur nel breve periodo, ad evitare l'espulsione. La crisi economica in atto, la trasformazione e la parcellizzazione del mondo del lavoro, la guerra e le sue nefaste conseguenze economiche ed umane hanno una palese ricaduta sui lavoratori e sul proletariato in genere anche in quanto fruitori di beni e servizi indispensabili. La difficoltà di arrivare a fine mese e sostenere l'attuale costo della vita porta necessariamente a evidenziare un conflitto che però, salvo lotte importanti, spesso è vissuto in un microcosmo familiare e individuale incapace anche di identificare i propri bisogni e le proprie aspirazioni. La stessa Confindustria è preoccupata dell'accelerazione del conflitto e si preoccupa di ridefinire percorsi concertativi di contenimento delle lotte e di rilancio dei consumi per sostenere la domanda interna basilare per l'accumulazione di capitale da reinvestire. Ma dall'altra parte il padronato necessita della precarietà vissuta dai lavoratori e dal proletariato in genere per ricattarli, per imporgli uno stile di vita in parte illusorio (il possesso di beni) e ,in parte, al limite della difficoltà economica. Condizione di vita precaria, quindi, come necessità economica del capitale, ma anche come meccanismo di controllo sociale sicuramente utile. Si sostanzia quindi che la lotta di classe è sempre al centro delle politiche di industriali e banchieri nonchè dei vari governi che li hanno rappresentati. Ma i lavoratori e i movimenti si accorgono di tale scontro solo quando sono protagonisti (purtroppo, non sempre) delle lotte che praticano sia pur settorialmente per il diritto alla casa, alla sanità pubblica o alla scuola gratuita.
E'
in questo filo rosso che bisogna porsi: tutte le lotte sociali sono
oggettivamente espressione del conflitto di classe tra capitale e
lavoro. Occorre quindi dare un più ampio respiro soggettivo a questo
conflitto.
Senza dimenticare che già esiste un legame immediato ed evidente: la repressione. Dalla legge che limita il diritto allo sciopero, ai numerosi procedimenti penali, alle sanzioni disciplinari applicate in azienda, fino alle multe ed al risarcimento danni che colpiscono i lavoratori e proletari in genere, nonchè i militanti delle varie realtà politiche. I processi e i manganelli uniscono i lavoratori della FIAT di Melfi, gli abitanti di Acerra, i lavoratori autoferrotramvieri, gli operai dell'Alfa, i militanti dei centri sociali, gli studenti, gli immigrati! E all'occorrenza arrivano i sempre utili e funzionali coltelli delle squadracce fasciste, ovviamente lasciate impunite e libere di agire. Tutte le lotte possono essere colpite in una logica di pacificazione, controllo e frammentazione. Dall'opposizione alla guerra imperialista, alla rivendicazione del diritto al lavoro, alla casa, ai diritti degli immigrati, al diritto ad una scuola pubblica e laica fino al diritto ai servizi sociali. E' da qui che crediamo occorra ripartire. Dalla constatazione che occorre superare l'autoreferenzialità di ceti politici e/o sindacali in un'ottica di reale ricomposizione tra soggetti sociali che non si limiti ad essere la consueta ed improduttiva sommatoria di realtà ma che riesca ad identificare obiettivi unificanti, superando la sterilità e la settorialità delle lotte, per comporre un fronte di rivendicazioni sociali che complessivamente possano esprimere una rottura antagonista. E nella consapevolezza dell'assoluta incompatibilità, da noi rivendicata, di tali istanze con il modo di produzione capitalistico. E' necessario, pertanto, partendo dall'individuazione di terreni politici e vertenziali immediati che contengano però elementi di prospettiva (lotta contro il lavoro precario e contro il carovita, rivendicazione di un salario sociale da intendersi come recupero di quella quota di salario - sanità, servizi, traporti, ecc. - sottratta ai lavoratori che costituisce il profitto dei padroni), lavorare per l'organizzazione e la crescita di movimenti di lotta per rivendicare ed imporre bisogni e diritti, vecchi e nuovi, per unire con un grosso sforzo ricompositivo i soggetti della vecchia composizione di classe con quelli della nuova, nella quale i lavoratori precari ricoprono un ruolo di assoluto primo piano. Partire dai movimenti reali e dargli espressione soggettiva in una logica di superamento, almeno in parte, di quello stantio particolarismo individuale/collettivo, politico e culturale, nel quale ogni realtà si trova. L'obbiettivo che vogliamo porre all'attenzione di tutti i compagni e le compagne, è quello di riuscire a connettere un tessuto di relazioni e sinergie finalizzata alla sollecitazione di nuove forme di ricomposizione sociale e di classe, attraverso l'organizzazione di azioni collettive laddove si accendono scintille di lotta nel tentativo di generalizzarle, collegando così settori di classe diversi e inserirli in una ambito più ampio di riflessione e progettualità anticapitalista.
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