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| Tuesday 10 May 2011 | |
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Contributo di un compagno intervenuto
alla presentazione del libro "Senza Tregua" di Emilio Mentasti, tenutasi
al Csa Vittoria il 5 maggio.
Quello che segue è un intervento basato su esperienze personali che ha contribuito ad
alzare quella coperta nera di silenzio e di criminalizzazione voluta dal
potere su quelli che volutamente vengono definiti "anni di piombo" ma
che, al contrario,
sono stati anni di protagonismo di massa che tra mille contraddizioni
hanno provato a mettere in discussione in senso rivoluzionario le
strutture su cui si fonda la società capitalista.
Ciò che è uscito da quell'incontro è che di quegli anni vanno riprese
questa idealità, l'immaginario di una trasformazione radicale
dell'esistente, una rinnovata capacità di costruire prospettiva politica
anticapitalista senza accontentarsi di galleggiare nel limbo di un
ruolo di eterna marginalità o di soddisfatta subordinazione ad una
prospettiva riformista di "capitalismo democratico".
Senza nessuna scimmiottatura, senza alcuna sopravvalutazione,
esaltazione o inconscia tentazione di riprodurre gli stessi scenari, ma con l'intelligenza di comprendere che,
senza una prospettiva politica complessiva e senza un'analisi
dialettica della fase e delle sue trasformazioni epocali, ci vedremo
passare davanti agli occhi ogni processo di trasformazione economica e
sociale senza avere capacità di intervento o di comprensione delle
possibili spinte antagoniste e aspirazioni di cambiamento.
Grazie al
compagno che è riuscito a torvare queste parole così vere e forti anche
emozionalmente e collettivizzare le sue esperienze personali
Grazie a chi c'era e ha dato il suo contributo per continuare a
coltivare il sogno di una società di liberi e di eguali senza più classi
né sfruttamento
i compagni e le compagne del csa Vittoria
"Pensare a quello che sono stati gli anni ’70 a Milano, ma non
solo, non si può capirlo leggendo quella che è la vulgata generale, o
meglio, io credo che leggendo quanto scrivono gli uomini legati o
appartenenti al potere, ci offre l’esatto contrario. Purtroppo oggi il
vocabolario che usa il potere e moltissima parte anche dell’opposizione è
lo stesso, un tempo non era così, e già questo ci indica qualcosa: la
barricata offre due posti, di qua o di là.
Abbiamo sentito Emilio, l’autore del libro, e mi pare che questo aspetto
sia emerso con chiarezza, l’irriducibilità tra i due fronti era
estremamente visibile in ogni aspetto, appunto dal linguaggio ai
comportamenti. Per il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, in un recente libro dal titolo: Anni Settanta. I peggiori della nostra vita, scrive che furono anni “tetri”. E Il Giornale di Sallusti, parlando di questo libro titola l’articolo: I terrificanti anni 1970.
Ancora oggi la borghesia ha paura di quegli anni, gli anni ’70 non
sono passati, sono ancora qui, con i loro fantasmi, con i loro sogni,
con le loro categorie di interpretazione del mondo.
Hanno paura che qualcuno sia tentato dall’idea di rimettere in
discussione, come accadde negli anni settanta, la linea di confine che
separa “normalità” e “follia”, “normalità” come accettazione del
presente, “follia” come osare di sognare un altro mondo possibile, da
realizzare ora.
Il libro di Emilio Mentasti, Senza tregua :storia dei comitati comunisti
per il potere operaio, apparentemente ci invita e costringe ad andare
indietro con i ricordi, recuperare i sogni e la memoria: Dico
apparentemente perché in realtà i ricordi sono vivi e presenti, i sogni
sono gli stessi, la memoria vive nel nostro quotidiano impegno, sono gli
stessi di oggi, in condizioni strutturali, politici, economici diversi,
ma quel desiderio e bisogno di giustizia è lo stesso.
Quella fase storica era caratterizzata da una forte volontà di esserci,
una fase in cui come viene riportato nel libro esisteva “la passione
politica, il sogno, la fortissima partecipazione senza delega” ,si aveva
la precisa consapevolezza che occorreva esserci per trasformare la
società, anche con l’uso della forza, e lo dicevamo tutti.
Dico tutti non per modo di dire, nel senso che tutti sapevano che vi
erano compagne e compagni che avevano scelto di praticare diversi
livelli organizzazione armata, e questo era a conoscenza davvero dei
tanti.
In quel tempo non si parlava solo di lotta armata o di vari livelli di
organizzazione, ma anche di lotte nelle fabbriche, di occupazioni di
case, di organizzazione all’interno dell’esercito, di lotte nelle
scuole, di antifascismo militante, di lotta contro il partito della DC
nei quartieri, di lotta dell’allora nascente Comunione e Liberazione.
Così succedeva che magari di notte stavi dentro un’occupazione e poi di
giorno, mettendoti in malattia o infortunio, andavi in mezzo alle
montagne o in certe grotte ad allenarti, ad avere un minimo di
conoscenza con le armi.
Questo era, non altro, anche se poi è vero che tra centinaia di compagni
vi erano quelli più attenti a certi livelli diciamo militari, piuttosto
che coniugare politica e struttura.
Io credo che quanto viene riportato nel libro, quel clima occorre
collegarlo in un contesto entro il quale a livello nazionale vi erano
state delle stragi fasciste, assassinii di compagni per mano dei
fascisti e della Polizia, chiaramente tutti coperti dallo Stato, con
decine di morti, mica bombette; bisogna poi collocare quella situazione
in un contesto internazionale: la vittoria dei vietnamiti che
scacciavano gli americani, le lotte nei paesi baschi che il 20 dicembre
del 1973 fanno letteralmente saltare in aria Carrero Blanco, le lotte
dell’IRA per l’indipendenza nell’Irlanda, il Cile con il golpe di
Pinochet l’11 settembre del 1973, la questione palestinese ben viva e
presente, i Tupamaros in Uruguay, insomma un contesto internazionale
ricco di avvenimenti ed in continuo movimento.
Comunque voglio ribadire che alla base di tutto vi era una forte volontà
e necessità di trasformazione dellèesistente, non semplicemente un
miglioramento, questo non pensavamo fosse possibile in quell’ambito di
società.
Da allora la trasformazione si, c’è stata, ma in una direzione contraria
a quello che noi volevamo: la condizione attuale è disgraziatamente
arretrata proprio perché noi abbiamo “perso” e padroni e riformisti di
allora hanno “vinto”
Hanno “vinto” quanti a noi si sono opposti con ogni forma di repressione
sino ad arrivare alla tortura, a processi speciali con condanne per
svariati secoli di carcerazione, con assassinii a sangue freddo.
Loro hanno vinto e questa società è quella per cui ci hanno combattuto, e si sono battuti. Mi verrebbe da dire: complimenti.
Innanzitutto anni meravigliosi, l’aria che noi respiravamo era quella
che ci faceva sentire umani completamente, anni in cui viveva
l’indignazione a fronte di ogni ingiustizia, davvero quelle parole del
“che” vivevano come pane quotidiano.
Noi proletari vivevamo nello sfruttamento consapevoli di questo e a
questo ci ribellavamo, avevamo la coscienza ben sviluppata e determinata
che la liberazione passava attraverso le nostre mani o non passava, la
storia anche stavolta ci dice che così stanno le cose, ogni delega
veniva vissuta come ulteriore catena, mentre noi avevamo iniziato a
togliercele quelle catene. Pensare a Lotta Continua vuol dire immaginarsi una comunità di comunisti che si dava alla politica con la generosità di chi vuole davvero cambiare, di chi è convinto della necessità di farlo, questo era e non altro.
Non sto a riportare fatti o nomi perché il libro è molto preciso in
questo, aver attraversato quel periodo, quelle tensioni ho sempre
pensato fosse una fortuna, io quel periodo lo ricordo ben stretto e sono
contento di esserci stato. Queste nostre scelte non sono state indolori per nessuno, un conflitto è un conflitto, la lotta di classe non è un pranzo di gala, ammoniva il compagno Mao, vi sono state molte vittime anche dalla nostra parte, e qui stasera le voglio ricordare tutte, sono state parte di noi, sangue del nostro sangue." |
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