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di Samir Amin
da http://www.larivistadelmanifesto.it
1.La tesi che sosterremo nel nostro saggio intende criticare gli
stereotipi e i pregiudizi attuali. Si è costituito, infatti, una sorta
di ampio consenso – grazie anche al crollo della prima serie di
esperienze di costruzione di un’alternativa socialista – sull’idea che
il capitalismo rappresenterebbe un
‘orizzonte insuperabile’ e che – di conseguenza – il futuro si
inserirebbe nel quadro dei principi di base, che governano la sua
riproduzione. Secondo questa teoria, il sistema beneficerebbe di una
flessibilità senza pari, che gli permetterebbe di adattarsi a tutte le
trasformazioni, assorbendole e sottomettendole alle esigenze della
logica fondamentale che lo definisce.
La storia del capitalismo
è indubbiamente costituita da fasi di espansione e di approfondimento
successive, inframmezzate da momenti di transizione più o meno caotici
(crisi strutturale). L’interpretazione più tradizionale di questa
storia si basa sulla formulazione della teoria dei cicli lunghi
(elaborata da Kondratiev), il cui carattere troppo deterministico e
talvolta passivo non ci ha mai pienamente convinto.
Ognuna delle
fasi successive di espansione (fasi A nel linguaggio di Kondratiev) è
preannunciata da trasformazioni importanti di varia natura, fra l’altro
da una concentrazione di innovazioni tecnologiche, che sconvolgono le
forme di organizzazione della produzione e del lavoro. A sua volta, la
crisi di transizione si esprime attraverso lo sconvolgimento dei
rapporti di forza sociali e politici, che avevano governato la fase
precedente. Oggi ci troviamo in una transizione di questa natura (fase
B nel linguaggio di Kondratiev).
Questo consenso intellettuale si
traduce, quindi, nell’adesione all’idea che l’attuale fase di crisi
strutturale – con tutti gli squilibri e il disordine che la
caratterizzano – debba essere superata senza abbandonare
necessariamente le regole fondamentali del capitalismo,
che ne disciplinano la vita economica e sociale. In altre parole, una
nuova fase A di accumulazione e di espansione mondiale è annunciata e
sarà accettata, perché comporterà un ‘progresso’ ampiamente condiviso,
anche se dovesse eventualmente rivelarsi disuguale.
Questo consenso
unisce oggi i dottrinari liberali, i riformisti ‘moderati’ e quegli
stessi riformisti che hanno progressivamente abbandonato il loro
radicalismo originario.
Questi intellettuali ‘hanno fiducia nei
meccanismi del mercato’, come ripetono spesso, i quali garantirebbero –
se la follia degli Stati non cercasse di ostacolare il suo pieno
sviluppo – una nuova fase di ‘prosperità’, capace a sua volta di
fondare una nuova era di pace internazionale e di estendere la
democrazia a un gran numero di nazioni. È necessario quindi un
‘direttore d’orchestra’, che permetta di superare la tempesta
provvisoria. In questo modo viene giustificato l’egemonismo degli Stati
Uniti, definito «benign neglect» dai liberali americani. Molti
postmodernisti – e lo stesso Toni Negri (sul quale torneremo più
avanti) – hanno gradualmente adottato questo punto di vista. Mentre,
per molti riformisti radicali e rivoluzionari la nuova fase di
espansione non esclude le lotte sociali, anzi le sollecita, creando le
condizioni per un loro possibile sviluppo. Ma dire questo non basta.
Questa interpretazione, infatti, trascura tutta una serie di nuove
caratteristiche, attraverso le quali si esprime quella che sono solito
definire la ‘senilità’ del sistema capitalista. Ma questa senilità non
significa l’inizio di una fine ormai certa, di cui si potrebbe
attendere tranquillamente l’ora. Al contrario si concretizza in una
rinnovata violenza, con la quale il sistema cerca in ogni modo di
resistere nel tempo, anche a costo di imporre all’umanità un’atroce
barbarie. La senilità impone quindi ai riformisti radicali e ai
rivoluzionari una prova di radicalità ancora maggiore, e insieme
l’esigenza di non cedere alle tentazioni del discorso tranquillizzante
sullo spirito del tempo e sul postmodernismo. Il radicalismo non è qui
sinonimo di attaccamento dogmatico alle tesi radicali e rivoluzionarie
della fase precedente della storia (grosso modo il ventesimo secolo),
ma un rinnovamento radicale, che tiene conto della portata delle
trasformazioni in corso nel mondo contemporaneo.
2. La prima delle
trasformazioni importanti da prendere in considerazione è la
‘rivoluzione scientifica e tecnologica’ in corso.
Una rivoluzione
tecnologica – qualunque rivoluzione tecnologica (e ce ne sono state
altre nella storia, in particolare in quella del capitalismo)
– sconvolge i modi di organizzazione della produzione e del lavoro.
Scompone le forme consolidate per ricostruire – a partire dalla rottura
dei modelli precedenti – nuovi sistemi organizzativi. Il processo non è
immediato e questa fase può rivelarsi piuttosto caotica. Indebolendo le
classi lavoratrici, il processo di decomposizione rende improduttive le
forme di organizzazione e le lotte che queste classi avevano utilizzato
nel periodo precedente e che erano state efficaci in passato, perché
adatte alle condizioni dell’epoca. In questi momenti di transizione, i
rapporti di forza sociali mutano in favore del capitale. Ed è quello
che riscontriamo nella fase attuale.
Ma bisogna andare oltre e
interrogarsi sulla specificità della rivoluzione tecnologica in corso,
confrontarla con le precedenti e metterla in relazione con la dinamica
dell’accumulazione capitalistica, di cui rinnova alcuni aspetti
mantenendone, però, la logica dominante generale. Ma non lo si può fare
senza avere in precedenza precisato il concetto di capitalismo.
Il capitalismo
non è sinonimo di ‘economia di mercato’, come propone la vulgata
liberale. Il concetto stesso di economia di mercato, o di ‘mercati
generalizzati’, non corrisponde affatto alla realtà, ma è solo
l’assioma di base della teoria di un mondo immaginario, quello nel
quale vivono gli ‘economisti puri’. Il capitalismo
si definisce attraverso un rapporto sociale, che assicura il dominio
del capitale sul lavoro. Il mercato viene solo in un secondo momento.
Il dominio del capitale sul lavoro si effettua concretamente attraverso
l’appropriazione esclusiva del capitale (che definisce la classe che ne
beneficia, la borghesia) e con l’esclusione dei lavoratori dal suo
possesso. Ma in questa prospettiva, come si presentano gli effetti
della rivoluzione tecnologica in corso? È questa la vera domanda che
dobbiamo porci sulla rivoluzione tecnologica.
Le precedenti rivoluzioni tecnologiche nella storia del capitalismo
(l’industria tessile e la macchina a vapore, l’acciaio e le ferrovie,
il complesso elettricità-petrolio-automobile-aereo) comportavano la
necessità di investimenti massicci a monte della catena produttiva. Si
trattava di innovazioni che economizzavano il lavoro diretto, a costo
però di utilizzare una maggiore quantità di lavoro indiretto, investito
negli impianti. L’innovazione economizzava la quantità totale di lavoro
necessaria per fornire un dato volume di prodotto, ma soprattutto
spostava il lavoro dalla produzione diretta alla produzione degli
impianti industriali. In questo modo le precedenti rivoluzioni
tecnologiche rafforzavano il potere dei proprietari del capitale (gli
impianti) a scapito di chi li adoperava (i lavoratori).
Al
contrario, la nuova rivoluzione tecnologica – nelle sue due dimensioni
principali, quella informatica e quella genetica – sembra permettere al
tempo stesso un’economia del lavoro diretto e degli impianti (almeno
per quanto riguarda il volume complessivo degli investimenti). Ma
richiede un’altra divisione del lavoro complessivo impiegato, più
favorevole al lavoro qualificato.
Che cosa significa questo
elemento specifico – e nuovo – dell’attuale rivoluzione tecnologica?
Quali sono le sue conseguenze potenziali (cioè indipendentemente dai
rapporti sociali specifici del capitalismo) e reali (cioè nel quadro di questi rapporti)?
In questo caso l’aspetto potenziale e quello reale entrano in
conflitto. La rivoluzione tecnologica significa che una maggiore
ricchezza può essere prodotta con meno lavoro, senza attribuire al
capitale quel potere che aveva prima sul lavoro. Le condizioni per
permettere la sostituzione del capitalismo con un altro modo di organizzazione della produzione sono ormai presenti. Tuttavia il capitalismo,
anche se rappresenta oggettivamente un fenomeno transitorio, continua a
essere al suo posto e afferma più che mai la pretesa del capitale di
dominare il lavoro. Nel mondo del capitalismo
reale il lavoro non può essere utilizzato da solo, è utilizzato dal
capitale che lo domina in quanto vi trova il suo tornaconto, cioè nella
misura in cui ‘l’investimento’ è redditizio. Ma questo funzionamento,
escludendo dal lavoro una proporzione crescente di lavoratori
potenziali (e quindi privandoli di qualunque reddito), condanna il
sistema produttivo a contrarsi in termini assoluti e comunque a
svilupparsi a un ritmo di crescita largamente inferiore a quello che
permetterebbe la rivoluzione tecnologica. Esamineremo più avanti, a
proposito delle leggi agrarie, l’esempio più scandaloso di questa
prospettiva di emarginazione di massa che richiede l’attuale espansione
del capitalismo.
I discorsi dominanti eludono il dibattito sui limiti del capitalismo,
che si tratti di quelli sulla nuova organizzazione del lavoro (la
‘società in rete’) o sulle trasformazioni della proprietà del capitale
(‘il capitalismo popolare’ e ‘il modo
di accumulazione patrimoniale’) o, ancora, di quelli sulla scienza
diventata ‘un fattore di produzione fondamentale’.
Analizziamo in
primo luogo la ‘fine del lavoro’, la ‘società in rete’ (che abolisce le
gerarchie verticali, per sostituirle con interrelazioni orizzontali),
l’affermazione dell’‘individuo’ (senza tener conto del suo status
sociale – proprietario capitalista o lavoratore) come ‘soggetto della
storia’. Tutte le modalità di questo discorso, oggi di gran moda (da
Rifkin a Castells e Negri), fanno finta che il capitalismo
non esista già più o che comunque le esigenze oggettive della nuova
tecnologia trasformerebbero la sua realtà fino a dissolverne il
carattere fondamentale, basato sulla gerarchia verticale, che assicura
il dominio del capitale sul lavoro. In realtà questa teoria è
l’espressione di un’illusione ‘tecnicistica’. Un’illusione che si è
costantemente ripetuta nella storia, perché l’ideologia del sistema ne
ha sempre avuto bisogno per eludere la vera domanda: chi controlla
l’uso della tecnologia?
Vediamo ora il secondo discorso, che
riguarda la pretesa diffusione della proprietà del capitale, ormai
aperto alla ‘gente normale’ attraverso gli investimenti in borsa e i
fondi pensione. Si tratta in realtà del vecchio discorso del ‘capitalismo
popolare’, definito in modo più pretenzioso come «modo di accumulazione
patrimoniale» (Aglietta). Un discorso che non presenta nulla di nuovo e
senza alcun collegamento con la realtà.
Il terzo discorso riguarda
l’idea che la scienza sarebbe ormai ‘il fattore di produzione
determinante’. Un’affermazione a prima vista interessante e seducente,
tenuto conto delle grandi conoscenze scientifiche e dei mezzi tecnici
adoperati nella produzione moderna. Ma questa teoria è basata su una
confusione di fondo, poiché i rapporti sociali (capitale e lavoro) da
un lato e le conoscenze e i saperi dall’altra non hanno lo stesso
status nell’organizzazione della produzione. Quest’ultima ha sempre
richiesto, fin dalla preistoria, delle conoscenze e dei saperi:
l’efficienza del cacciatore non dipende solo dalle frecce, ma anche
dalla conoscenza degli animali; nessun contadino avrebbe potuto far
crescere il grano senza le conoscenze accumulate sulla natura.
Scienze e sapere sono sempre presenti, ma rimangono sullo sfondo,
dietro i rapporti sociali (chi è il proprietario della freccia, del
terreno, della fabbrica?). La vera domanda, che questo discorso elude
(così come l’econometria, che si propone di ‘misurare’ i contributi
specifici alla ‘produttività generale’ del capitale, del lavoro e della
scienza) è di sapere chi controlla le conoscenze necessarie alla
produzione. Ancora ieri la cultura del chierico, molto superiore a
quella dei contadini, ne giustificava la gestione del potere (poco
importa se oggi consideriamo questi saperi del tutto immaginari).
In realtà il capitalismo
si è costruito proprio privando i produttori della proprietà dei loro
mezzi di produzione e dei loro saperi. Il progresso delle forze
produttive è stato comandato da questa privazione. L’operaio
semi-artigiano delle fabbriche del XIX secolo sarà sostituito nell’era
fordista dall’operaio-massa dequalificato, mentre i saperi tecnici
saranno assunti dalle ‘direzioni tecniche’, poste a loro volta sotto
l’autorità suprema delle direzioni commerciali e finanziarie. A questo
proposito l’offensiva dell’agro-business attuale è significativa: le
imprese transnazionali si sono arrogate il diritto – che il Wto intende
‘proteggere’ – di appropriarsi dei saperi collettivi del mondo rurale e
in particolare del Terzo mondo, per riprodurli sotto forma di sementi
industriali, di cui pretenderebbero di avere l’esclusiva, attraverso la
‘rivendita’ (forzata) ai contadini, privati del libero uso delle loro
stesse conoscenze. Si assiste così al caso paradossale del riso
basmati, rivenduto da un’impresa americana ai contadini indiani! Ma al
di là della minaccia di impoverimento del patrimonio genetico delle
specie terrestri, che comporta questa politica delle imprese
transnazionali dell’agro-business, come definire queste procedure se
non con il termine di ‘pirateria’. Si tratta del tanto vantato spirito
imprenditoriale o, invece, di una sorta di racket?
In molti oggi
sostengono che stiamo assistendo a un’inversione di tendenza
nell’organizzazione delle produzioni ultramoderne. È quello che si
afferma, un po’ sbrigativamente, sostenendo che le nuove tecniche,
oltre a richiedere meno lavoro, comportano una maggiore qualificazione.
Un’affermazione, però, che va rivista e corretta. Il capitale, infatti,
conserva il controllo assoluto dell’insieme di questi processi di
produzione. Lo si può constatare nel campo dell’informatica,
disciplinato dai giganteschi oligopoli che comandano la produzione, la
diffusione e l’uso dei programmi, se non il controllo degli stessi
utenti attraverso la fabbricazione di ‘virus’ e la vendita forzata di
mezzi per proteggersene. Lo si vede anche nel campo della genetica,
dove i giganteschi oligopoli organizzano la ‘ricerca’ in base a
prospettive commerciali e attraverso il racket organizzato delle
conoscenze contadine, a cui accennavamo in precedenza.
Ci sono
indubbiamente dei fattori nuovi: la forte riduzione del lavoro totale,
che è resa possibile dall’utilizzo di nuove tecnologie, o, per dirla in
altro modo, dalla loro produttività assai elevata. Ma nel funzionamento
reale del sistema questa economia del fattore lavoro si accompagna,
attraverso l’esclusione, a una riduzione brutale della massa di lavoro
utilizzata dal capitale. La tesi dei sostenitori del capitalismo
è che gli esclusi di oggi saranno in grado di lavorare domani
attraverso l’espansione dei mercati. Come ieri nel fordismo, i posti di
lavoro soppressi dal progresso della produttività saranno compensati
dai nuovi posti di lavoro generati a monte e dall’espansione generale.
Questa tesi tuttavia può essere credibile solo se si fa intervenire
l’azione dello Stato regolatore. Altrimenti il ‘mercato’ è una fonte di
esclusione, poiché l’emarginato senza reddito è ignorato dal mercato,
che conosce solo la domanda solvibile. Il ‘mercato’ mette in funzione
un sistema regressivo, che esclude sempre di più e concentra la
produzione su una ridotta domanda solvibile. Questo sarebbe stato il
caso del fordismo di ieri (e lo fu effettivamente nella crisi degli
anni ’30), se non fosse intervenuto – a partire dal 1945 – lo Stato per
contrastare gli effetti della spirale regressiva, grazie al ‘contratto
sociale’, che permetteva un nuovo rapporto di forze lavoro/capitale. Un
contratto che ha permesso, inoltre, l’espansione dei mercati: lo Stato
non era più solo lo strumento unilaterale del capitale, ma anche quello
del compromesso sociale. È per questo motivo che nel capitalismo lo Stato democratico può essere solo uno Stato regolatore sociale del mercato.
Ma per quale motivo allora non potrebbe essere così anche in futuro,
attraverso il dispiegamento delle potenzialità offerte dalle nuove
tecnologie? Il rifiuto della posizione dottrinaria dei liberali non
equivarrebbe a fare l’elogio del riformismo, cioè dell’intervento dello
Stato regolatore?
Sì, ma a condizione di capire che la portata
delle riforme necessarie per trovare una soluzione al problema –
integrare e non escludere – deve essere diversa da ciò che è stato
proposto dai pochi riformisti, che sono sopravvissuti all’affermazione
delle idee liberali. Si tratta, cioè, di proporre riforme radicali nel
vero senso del termine, che osano attaccare il principio della
proprietà, attraverso il quale opera il controllo dell’utilizzo delle
nuove tecnologie a beneficio esclusivo del capitale oligopolistico.
In questa analisi una tale esigenza di radicalismo costituisce solo una
faccia della medaglia. L’altra è rappresentata proprio dalla senilità
del capitalismo, dall’impossibilità
cioè del sistema di produrre altro se non una crescente esclusione. Se
ne deve concludere quindi che la costruzione di un altro modo di
organizzazione della società è diventata necessaria, che il capitalismo
ha ormai fatto il suo tempo, che la formulazione di una razionalità
diversa da quella espressa dalla produttività del capitale è diventata
la condizione ineludibile del progresso dell’umanità. Le riforme
radicali – quasi rivoluzionarie – sono la condizione fondamentale per
l’applicazione concreta del potenziale che porta con sé la rivoluzione
tecnologica. Credere che quest’ultima possa da sola produrre un tale
potenziale mi sembra, ed è il meno che si possa dire, alquanto ingenuo.
3. Il capitalismo
è non solo un modo di produzione, ma anche un sistema mondiale fondato
sul dominio generale di questo modello. Questa vocazione di conquista
del capitalismo si è espressa in modo costante fin dall’inizio. Tuttavia nella sua espansione mondiale il capitalismo
ha continuamente costruito, riprodotto e approfondito un’asimmetria tra
i suoi centri di conquista e le periferie dominate. Per questa ragione
abbiamo definito il capitalismo un sistema imperialistico naturale, o, anche, abbiamo scritto che l’imperialismo rappresenta «la fase permanente» del capitalismo.
Nel contrasto espresso attraverso questa asimmetria crescente è interessante notare la contraddizione principale del capitalismo,
inteso come sistema mondiale. Questa contraddizione si esprime anche in
termini ideologici e politici attraverso il contrasto fra il discorso
universalista del capitale e la realtà di quello che produce la sua
espansione, cioè la disuguaglianza crescente fra i popoli della Terra.
Il carattere imperialista del capitalismo
si è comunque concretizzato nelle forme successive del rapporto
asimmetrico e disuguale centri/periferie, dove ognuna di queste tappe
assume un carattere specifico, poiché le leggi che ne comandano la
riproduzione sono in stretto rapporto con le specificità
dell’accumulazione del capitale. Nella storia degli ultimi cinque
secoli vi sono stati, quindi, momenti – che rappresentavano passaggi di
separazione fra una fase imperialistica e l’altra – caratterizzati
dall’affermazione di nuove specificità.
Senza tornare sulla
presentazione e sulle analisi concernenti questa storia, ricorderemo
alcune conclusioni che riguardano direttamente l’entrata del capitalismo nella sua fase di senilità.
Nel corso di tutte le fasi precedenti dell’espansione capitalistica
l’imperialismo aveva avuto un carattere di conquista, cioè ‘integrava’
regioni e popolazioni fino a quel momento rimaste fuori dal suo raggio
d’azione, con una forza via via crescente. Inoltre l’imperialismo aveva
un carattere plurale, era il prodotto di diversi centri imperialistici
in forte concorrenza tra loro per il controllo dell’espansione
mondiale. Oggi queste due caratteristiche dell’imperialismo stanno
cedendo il passo a due nuovi elementi che ne sono l’esatto contrario.
In primo luogo, l’imperialismo ‘non integra più’. Nella sua espansione
mondiale, il nuovo capitalismo
esclude anziché integrare in proporzioni molto maggiori rispetto al
passato. In secondo luogo l’imperialismo ha assunto un carattere
singolare, è diventato un imperialismo collettivo dell’insieme dei
centri, cioè della triade Stati Uniti-Europa-Giappone. Obiettivamente
queste due nuove caratteristiche sono strettamente legate tra di loro.
Il vecchio imperialismo era ‘esportatore di capitali’, cioè prendeva
l’iniziativa di invadere le società periferiche, di stabilirvi nuove
strutture di produzione (di natura capitalistica). In questo modo
costruiva il nuovo sistema e distruggeva il vecchio. Questa seconda
dimensione – distruttiva – sulla quale torneremo più avanti, era
tutt’altro che trascurabile, ma era l’aspetto costruttivo a prevalere.
Tuttavia la costruzione capital-imperialistica complessiva non è stata
portatrice di una graduale ‘omogeneizzazione’ delle società del mondo
capitalistico. Al contrario, si è assistito alla costruzione di un
rapporto asimmetrico centri/periferie.
Il capitale esportato non è
stato mai messo a disposizione della società che lo riceveva. Questo si
faceva sempre retribuire in forme diverse (profitti diretti realizzati
dai nuovi sistemi e surplus sottratti ai modi di produzione
sottomessi). Questo trasferimento di valore dalle periferie ai centri,
nelle modalità specifiche delle varie fasi dello sviluppo imperialista
(quelle che abbiamo definito le forme successive della legge del valore
globalizzato), è uno degli elementi decisivi della costruzione
asimmetrica.
Tuttavia, indipendentemente dall’entità di tale
prelievo, il capitale imperialistico continuava per la sua strada,
esportando altri capitali per conquistare nuovi spazi sottomessi alla
loro espansione. Da questo punto di vista il capitale continuava nella
sua vocazione ‘costruttiva’: la sua capacità di ‘integrare’ era
superiore a quella di ‘escludere’. In quanto tale, l’espansione
capitalistica poteva alimentare l’illusione nelle periferie della
possibilità di ‘raggiungere’ gli altri rimanendo all’interno del
sistema globale. Questa illusione – che definiremmo come il progetto
della ‘borghesia nazionale’ – era molto presente sulla scena politica.
Gli incensatori dell’imperialismo nei centri (come Bill Warren e tanti
altri come lui) si basavano sulla dimensione costruttiva
dell’espansione capitalistica, per decantarne il preteso carattere
‘progressista’. Il capitale britannico ‘costruiva’ porti e ferrovie in
Argentina, in India e in altre parti del mondo. Osserviamo peraltro che
l’imperialismo non può in alcun caso essere ridotto alla sola
dimensione politica (la colonizzazione) che lo accompagna, come ha
fatto invece Negri. Paesi senza colonie come la Svizzera e la Svezia
facevano parte dello stesso sistema imperialistico, così come la Gran
Bretagna e la Francia. L’imperialismo non è un ‘fenomeno politico’
posto fuori dalla sfera della vita economica, è il prodotto delle
logiche che comandano l’accumulazione del capitale.
Tutto lascia
indicare che il capitolo di questa espansione costruttiva sia ormai
definitivamente chiuso. L’attuale flusso di profitti e di trasferimenti
di capitali dal Sud verso il Nord, e non solo in termini quantitativi,
supera largamente il ridotto flusso di nuove esportazioni di capitali
dal Nord verso il Sud. Questo squilibrio potrebbe essere solo
congiunturale, come afferma il discorso liberale del passato, ma in
realtà non è così. Poiché traduce un rovesciamento nei rapporti fra la
dimensione costruttiva e la dimensione distruttiva, due dimensioni
entrambe immanenti nell’imperialismo. Oggi un’ulteriore espansione –
anche marginale – del capitale nelle periferie comporta distruzioni di
portata inimmaginabile. Ne daremo più avanti un esempio concreto:
l’apertura dell’agricoltura a un’espansione del capitale, marginale in
termini di sbocchi potenziali per l’investimento (e in termini di
creazione di posti di lavoro moderni ad alta produttività), rimette
ormai in discussione la sopravvivenza di metà del genere umano.
In linea generale, nella logica del capitalismo,
le nuove posizioni monopolistiche di cui i centri sono beneficiari –
controllo delle tecnologie, dell’accesso alle risorse naturali, delle
comunicazioni – si uniscono e si uniranno sempre di più a un flusso
crescente di trasferimenti di valore prodotto a Sud, a beneficio del
segmento dominante del capitale globalizzato (il capitale
‘transnazionale’) proveniente dalle nuove periferie ‘competitive’, più
avanzate nel processo di industrializzazione moderna.
Anche da un
altro punto di vista l’imperialismo si è evoluto, passando dagli stadi
precedenti, caratterizzati dalla concorrenza violenta degli
imperialismi nazionali, a quello della gestione collettiva del nuovo
sistema mondiale dominato dalla ‘triade’. Ci sono diverse ragioni che
spiegano questa evoluzione e sulle quali torneremo più avanti. Ma tra
queste vi è certamente l’esigenza politica di una gestione collettiva
imposta dalla portata crescente delle distruzioni che la continuazione
dell’espansione capitalistica comporta. Le vittime principali di tali
distruzioni sono i popoli del Sud, poiché il nuovo imperialismo implica
e implicherà sempre di più ‘la guerra permanente’ (del capitale
transnazionale, che domina e che si esprime attraverso il controllo
degli Stati della triade) contro i popoli del Sud. Questa guerra non è
né congiunturale né, tanto meno, il prodotto dell’arroganza
dell’establishment repubblicano degli Stati Uniti, simboleggiata dal
sinistro Bush junior. Ma si inserisce nelle esigenze della struttura
dell’imperialismo nella sua nuova fase di sviluppo.
In altre
parole, l’imperialismo delle fasi storiche precedenti dell’espansione
capitalistica mondiale era basato sul ruolo ‘attivo’ dei centri, che
‘esportavano’ capitali verso le periferie, per dare vita a uno sviluppo
asimmetrico che possiamo definire dipendente o disuguale. Tuttavia
l’imperialismo collettivo della triade e in particolare quello del
‘centro dei centri’ (gli Stati Uniti) non funziona più in questa
maniera. Gli Stati Uniti assorbono una frazione considerevole del
surplus, generato dalla comunità internazionale, e la triade non è più
un’esportatrice importante di capitali verso le periferie. Il surplus
attirato, a diverso titolo (tra cui il debito dei paesi in via di
sviluppo e dei paesi dell’Est), dalla triade non è più la contropartita
di nuovi investimenti produttivi. Lo stesso carattere parassitario di
questo modo di funzionamento del sistema imperialistico è un segno di
senilità, che mette in evidenza la contraddizione crescente
centri-periferie (detta ‘Nord-Sud’).
Questa chiusura su se stessi
dei centri, che abbandonano le periferie alla loro ‘triste sorte’, è
considerata dai sostenitori degli attuali discorsi ideologico-mediatici
come la prova che non ci sarebbe più ‘imperialismo’, poiché il Nord può
fare a meno del Sud. Un’affermazione non solo smentita quotidianamente
dai fatti (come spiegare allora il Wto, l’Fmi e gli interventi della
Nato?), ma negatrice dell’essenza stessa dell’ideologia borghese, che
ha saputo affermare la sua vocazione universale. Ma l’abbandono di
questa vocazione a vantaggio del nuovo discorso del cosiddetto
‘culturalismo post-modernista’ non è forse il simbolo della senilità
del sistema, che non ha più nulla da proporre all’80% della popolazione
mondiale?
L’egemonismo degli Stati Uniti si articola su questa
esigenza oggettiva del nuovo imperialismo collettivo, che deve gestire
la contraddizione crescente centri-periferie ricorrendo sempre di più
alla violenza. Gli Stati Uniti, con la loro ‘supremazia militare’,
sembrano la punta di diamante di questa gestione e il loro progetto di
‘controllo militare del mondo’ è il mezzo per assicurarne l’efficacia.
La ‘supremazia militare’ americana è non solo di natura tecnica, ma
anche di carattere politico. Anche i paesi europei hanno le capacità
tecniche per bombardare l’Iraq, la Somalia o altri paesi. Per loro però
sarebbe più difficile, in quanto la loro opinione pubblica rimane
(ancora per ora) influenzata da valori ‘universalistici’, ‘umanitari’ e
‘democratici’, che rischierebbero di rimettere in discussione le
eventuali scelte militariste. La classe dirigente degli Stati Uniti non
solo non conosce difficoltà analoghe, in quanto è capace di manipolare
agevolmente un’opinione pubblica piuttosto ingenua; ma può anche
approfittare dei valori ‘supremi’ ai quali fa riferimento la cultura
nordamericana: «la missione affidata da dio al popolo americano» o, in
termini più brutali, quella attribuita allo sceriffo protettore del
Bene contro il Male, come scrive James Woolsey, l’ex direttore della
Cia, in un articolo di «Le Monde» (5 marzo 2002), in cui la povertà
intellettuale fa a gara con l’arroganza.
Questa ‘supremazia’, gli
Stati Uniti la fanno pagare ai loro partner della triade imponendo,
come al resto del mondo, il finanziamento del gigantesco deficit
americano.
La classe dirigente degli Stati Uniti sa che l’economia
del suo paese è vulnerabile, che il livello dei consumi globali supera
le sue possibilità e che il principale strumento di cui dispone per
obbligare il resto del mondo a finanziare il suo disavanzo è quello di
imporglielo con il dispiegamento della sua potenza militare. Ma non ha
scelta, l’amministrazione americana ha ormai imboccato la strada
dell’affermazione di questa forma di egemonismo; mobilita il suo popolo
– in primo luogo la classe media –, proclamando la sua intenzione di
«difendere a ogni costo lo stile di vita americano». Questo prezzo da
pagare può implicare la distruzione di interi settori dell’umanità. Ma
non importa. La classe dirigente americana crede di poter trascinare
nella sua avventura sanguinosa i partner europei, il Giappone e anche,
sulla base del servizio che rende a questa ‘comunità di classi
benestanti’, di ottenere il loro consenso al finanziamento del deficit
americano. Ma fino a quando sarà così?
Un confronto viene subito in
mente. Fino a poco tempo fa, le potenze democratiche (nonostante il
loro carattere imperialistico) si erano dissociate da quelle fasciste,
che avevano scelto di imporre il loro progetto di ‘ordine nuovo’
(termine peraltro utilizzato da Bush padre per definire il nuovo
progetto di globalizzazione) con la violenza militare. Ci possiamo
chiedere se le opinioni pubbliche europee, fedeli ai valori umanistici
e democratici, costringeranno i loro Stati a dissociarsi dal piano
americano di controllo militare del mondo.
Fino a quando gli
europei saranno disposti ad accettare la preparazione esplicita
dell’aggressione nucleare americana? Finiranno per reagire alla
creazione da parte della Cia di un «ufficio della menzogna», incaricato
di confondere l’opinione pubblica con la fabbricazione di notizie
infondate (un concetto della democrazia e della libertà di stampa, che
sicuramente non sarebbe dispiaciuto a Göbbels)?
A questo si
aggiunga che il costo pagato dall’Europa (e dal Giappone), per
permettere all’egemonismo nordamericano di svilupparsi, è considerevole
e andrà sempre più crescendo. La società americana – la cui
sopravvivenza, nelle forme che si è data e che vorrebbe mantenere a
ogni costo, dipende dal contributo degli altri al finanziamento del suo
spreco – si comporta come se fosse in grado di comandare il mondo! La
congiuntura dell’economia mondiale dipende dal mantenimento dello
spreco americano. Basterebbe una recessione che colpisse gli Stati
Uniti, per mettere in ginocchio le esportazioni dell’Europa e dell’Asia
– la cui natura è in parte quella di un tributo unilaterale pagato alla
nuova Roma. Avendo scelto di far dipendere il loro sviluppo da queste
esportazioni assurde, invece di consolidare i loro specifici sistemi di
produzione e di consumo (il che equivarrebbe a scegliere uno sviluppo
auto-centrato), gli europei e gli asiatici sono caduti nella trappola,
poiché un solo paese – gli Stati Uniti – ha il diritto di essere
sovrano e di applicare i principi di uno sviluppo auto-centrato,
aggressivamente aperto alla conquista del mondo esterno. Tutti gli
altri sono invitati a rimanere nell’ambito di uno sviluppo rivolto
all’esterno, cioè a diventare delle economie accessorie degli Stati
Uniti. È la visione del ‘Ventunesimo secolo americano’. Ma non penso
che l’assurdità di questa situazione potrà essere mantenuta ancora per
molto.
Il carattere parassitario sempre più marcato
dell’imperialismo collettivo della triade, che non ha nulla da offrire
al resto del mondo (che ne rappresenta la maggioranza), e di quello
degli Stati Uniti, punta di diamante di questo imperialismo,
rappresentano un segno di senilità del sistema, che si va ad aggiungere
a quelli analizzati in precedenza a proposito del divario crescente tra
le potenzialità della nuova tecnologia (la sua capacità di ‘risolvere
tutti i problemi materiali dell’umanità’) e il suo apporto effettivo
nel quadro dei rapporti social-capitalistici (caratterizzati da una
disuguaglianza e un’emarginazione di massa crescenti).
Ma, come
abbiamo visto, la senilità si unisce a un nuovo sviluppo della
violenza, concepita come ultima risorsa per perpetuare il sistema.
4. Andiamo ora all’esempio delle devastazioni gigantesche che il capitalismo contemporaneo comporta nell’agricoltura dei paesi della periferia.
Tutte le società anteriori al capitalismo erano società contadine e la loro agricoltura era comandata da logiche diverse, ma estranee a quella definita dal capitalismo (la massima produttività del capitale). Di fatto il capitalismo
storico ha avviato una grande offensiva contro l’agricoltura contadina.
Attualmente il mondo rurale e contadino rappresenta ancora metà
dell’umanità. Ma la sua produzione è divisa in due settori, i cui
aspetti economici e sociali sono perfettamente distinti.
L’agricoltura capitalistica, comandata dal principio della produttività
del capitale, localizzata quasi esclusivamente nell’America del Nord,
in Europa, nel settore meridionale dell’America Latina e in Australia,
dà lavoro a poche decine di milioni di agricoltori, che non possono più
essere considerati dei veri ‘contadini’. Tuttavia la loro produttività,
funzione diretta della meccanizzazione (di cui hanno la quasi
esclusività a livello mondiale) e della superficie di cui dispongono,
oscilla tra i 10 e i 20mila quintali di ‘cereali-equivalente’ per
lavoratore all’anno.
Gli agricoltori contadini rappresentano invece
quasi metà dell’umanità, cioè tre miliardi di esseri umani. Questi
agricoltori si dividono a loro volta tra chi ha beneficiato della
rivoluzione verde (fertilizzanti, pesticidi e sementi selezionate), la
cui produzione oscilla tra 100 e 500 quintali per lavoratore, e chi non
ha ancora conosciuto questa rivoluzione, la cui produzione per
individuo attivo oscilla intorno ai 10 quintali.
Il divario tra la
produttività dell’agricoltura meglio meccanizzata e quella rurale più
povera, che era di 10 a 1 nel 1940, ha raggiunto oggi un rapporto di
2000 a 1. In altre parole, i ritmi di progresso della produttività
nell’agricoltura hanno largamente superato quelli delle altre attività,
provocando una riduzione dei prezzi reali da 5 a 1.
Il capitalismo
ha sempre combinato la sua dimensione costruttiva (l’accumulazione del
capitale e il progresso delle forze produttive) alle dimensioni
distruttive, riducendo l’essere umano a un semplice datore di forza
lavoro trattato come semplice merce, distruggendo sul lungo termine
alcune basi naturali della riproduzione e della vita, cancellando
precedenti frammenti delle società e a volte interi popoli – come gli
indiani dell’America del Nord. Il capitalismo
ha sempre svolto un’azione contemporanea di ‘integrazione’ (i
lavoratori che sottometteva alle varie forme di sfruttamento del
capitale in espansione – attraverso ‘l’occupazione’, in termini
immediati) e di ‘esclusione’ (coloro che, avendo perduto le posizioni
che occupavano nei sistemi precedenti, non erano stati integrati nel
nuovo). Tuttavia nella sua fase ascendente – storicamente progressista
– ha svolto soprattutto un’opera di integrazione.
Ma non è più
così, come si può drammaticamente constatare nel caso della nuova
questione agraria. Poiché se si dovesse ‘integrare l’agricoltura’
all’insieme di regole generali della ‘competizione’ (come impone ormai
l’Organizzazione mondiale del commercio, dopo la conferenza di Doha nel
novembre 2001), assimilando i prodotti agricoli e alimentari alle
‘altre merci’, le conseguenze sarebbero drammatiche, date le condizioni
di grande disuguaglianza tra l’agro-business e la produzione contadina.
Basterebbero, infatti, una ventina di milioni di fattorie moderne – se
si desse loro accesso alle grandi superfici di terre, di cui hanno
bisogno (sottraendole alle economie contadine e scegliendo i terreni
migliori), e ai mercati di capitali necessari per le loro
infrastrutture – per produrre l’essenziale di quello che i consumatori
urbani solvibili comprano alla produzione contadina. Ma che cosa
succederebbe ai miliardi di produttori contadini non competitivi?
Sarebbero inesorabilmente eliminati nel breve volgere di qualche
decennio. Quale sarà allora il destino di questi miliardi di uomini,
poveri tra i poveri, che fanno affidamento sui loro soli mezzi di
sussistenza (ricordiamo che i tre quarti delle persone sottoalimentate
provengono dal mondo rurale)? Nel giro di cinquant’anni nessuno
sviluppo industriale più o meno competitivo, anche nell’ipotesi molto
ottimistica di una crescita costante del 7% all’anno per i tre quarti
dell’umanità, potrebbe assorbire più di un terzo di questo fabbisogno.
In altre parole il capitalismo si
rivela per sua natura incapace a risolvere la questione contadina e le
uniche prospettive che offre sono quelle di un mondo di bidonville e di
cinque miliardi di uomini in più, di troppo.
Siamo arrivati al
punto in cui per aprire un nuovo settore all’espansione del capitale
(‘la modernizzazione della produzione agricola’) si deve distruggere –
in termini di persone – intere società: venti milioni di nuovi
produttori efficienti (cinquanta milioni di persone, contando anche le
loro famiglie) da un lato, tre miliardi di emarginati dall’altro. La
dimensione creatrice dell’operazione rappresenta solo una goccia nel
mare della distruzione che ne deriva. Se ne può concludere che il capitalismo è ormai entrato nella sua fase senile
discendente; poiché la logica che comanda questo sistema non è più in
grado di assicurare la semplice sopravvivenza di metà dell’umanità. Il capitalismo
diventa barbarie, invita direttamente al genocidio. Per questo motivo è
più che mai necessario sostituirlo con altre logiche di sviluppo, con
una razionalità superiore.
L’argomento dei difensori del capitalismo
si basa sul fatto che l’Europa ha trovato la sua soluzione nell’esodo
rurale. Per quale motivo allora i paesi del Sud non potrebbero
riprodurre, con due secoli di ritardo, un analogo modello di
trasformazione? Si dimentica però che le industrie e i servizi urbani
del diciannovesimo secolo europeo esigevano una manodopera abbondante e
che la sua eccedenza era potuta emigrare in massa in America. Il Terzo
mondo attuale non ha questa possibilità e, se vuole essere competitivo
come gli si impone, deve ricorrere alle tecnologie moderne che
richiedono poca manodopera. La radicalizzazione prodotta
dall’espansione mondiale del capitale impedisce al Sud di riprodurre in
ritardo il modello del Nord.
Questo argomento – cioè uno sviluppo del capitalismo
in grado di risolvere la questione agraria nei centri del sistema – ha
sempre esercitato una forte attrazione anche nel marxismo storico. Lo
dimostra il celebre libro di Kautsky (La questione agraria), precedente
alla prima guerra mondiale e testo sacro della socialdemocrazia in
questo settore. Un punto di vista simile è stato ereditato dal
leninismo e applicato – con i dubbi risultati, che tutti noi conosciamo
– nelle politiche di ‘modernizzazione dell’agricoltura’ collettivizzata
dell’epoca staliniana. Di fatto il capitalismo,
proprio perché indissociabile dall’imperialismo, ha ‘risolto’ (a suo
modo) la questione agraria nei centri del sistema, creando però una
nuova questione agraria nelle periferie, che è incapace di risolvere
(se non con il genocidio di metà dell’umanità). Nel campo del marxismo
storico, solo il maoismo aveva colto la portata di questo problema. Ed
è per questo motivo che chi critica il maoismo – vedendo in questo
modello una ‘deviazione contadina’ del marxismo – dimostra con questa
affermazione di non avere gli strumenti necessari, per capire che cos’è
in realtà il capitalismo
contemporaneo (che resta sempre imperialista) e si limita a surrogare
una capacità di comprendere, che manca, con un discorso astratto sul
modello di produzione capitalistico.
Allora, cosa fare?
Per noi
l’unica soluzione possibile è favorire il mantenimento di
un’agricoltura contadina per gran parte del ventunesimo secolo. Non per
un nostalgico ritorno al passato, ma semplicemente perché la soluzione
del problema passa attraverso il superamento delle logiche del capitalismo
e si inserisce nella secolare transizione verso il socialismo mondiale.
Si devono quindi immaginare delle politiche di regolazione dei rapporti
tra il ‘mercato’ e l’agricoltura contadina. A livello nazionale e
regionale queste regolazioni, specifiche e adattate alle condizioni
locali, devono proteggere la produzione nazionale, assicurando così
l’indispensabile sicurezza alimentare delle nazioni e neutralizzando
l’arma alimentare dell’imperialismo – cioè la sconnessione tra i prezzi
interni e quelli del cosiddetto mercato mondiale. Al tempo stesso
queste regolazioni – attraverso una progressione della produttività
dell’agricoltura contadina, sicuramente lenta ma costante – devono
permettere il controllo del trasferimento della popolazione dalle
campagne verso le città. A livello del cosiddetto mercato mondiale, la
regolazione auspicabile passa probabilmente attraverso degli accordi
interregionali, ad esempio fra l’Europa da un lato, l’Africa, il mondo
arabo, la Cina e l’India dall’altro, rispondendo alle esigenze di uno
sviluppo che integra invece di escludere.
5. La senilità del capitalismo
non si esprime esclusivamente nel campo della riproduzione economica e
sociale. Su questa base infrastrutturale fondamentale si inseriscono
diverse manifestazioni, segni al tempo stesso dell’arretramento del
pensiero universalistico borghese (che i nuovi discorsi ideologici
hanno sostituito con il post-modernismo) e di regressione nelle
pratiche di gestione della politica (rimettendo in discussione la
tradizione democratica borghese).
Malgrado la finanziarizzazione
del sistema della gestione economica abbia, a nostro avviso, un
carattere transitorio, tipico di un momento di crisi come quello
attuale, tale fenomeno comporta particolari sviluppi ideologici. Alcuni
– come l’annuncio del preteso passaggio a un ‘capitalismo
popolare’ (nella versione semplicistica dei discorsi elettorali o nella
versione pretenziosa del ‘modo di accumulazione patrimoniale’) – non
sono altro che testimonianze di ingenuità (per chi vi crede) o di
condizionamento. Altri sviluppi dimostrano un’alienazione ancora più
forte. La convinzione che ‘il denaro produca dei frutti’, dimenticando
qualunque riferimento alla base produttiva che permette al suo
proprietario di beneficiarne, costituisce un’evidente regressione del
pensiero economico, arrivato allo stadio supremo dell’alienazione e
quindi alla decadenza della ragione.
Il discorso ideologico del
post-modernismo si alimenta di simili regressioni. Recuperando tutti i
luoghi comuni prodotti dal disorientamento caratteristico di momenti
come quello attuale, lancia incoerenti appelli alla sfiducia nei
confronti dei concetti di progresso e di universalismo. Ma invece di
approfondire una seria critica dei limiti di queste espressioni della
cultura illuministica e della storia borghese, invece di analizzare le
loro contraddizioni effettive, di cui la senilità del sistema aggrava
le conseguenze, questo discorso si limita a sostituire loro le
affermazioni dell’ideologia liberale americana: ‘vivere con il proprio
tempo’, ‘adattarsi’, ‘gestire la quotidianità’, cioè astenersi dal
riflettere sulla natura del sistema e dal rimettere in discussione le
sue scelte attuali.
Invece dello sforzo necessario per superare i
limiti dell’universalismo borghese, l’elogio delle diversità ereditate
funziona in perfetto accordo con le esigenze del progetto di
globalizzazione dell’imperialismo contemporaneo. Questo progetto può
produrre solo un sistema organizzato di apartheid su scala mondiale,
alimentato dalle ideologie ‘comunitaristiche’ reazionarie della
tradizione nordamericana. In questo modo quella che abbiamo definito la
regressione ‘culturalista’, oggi di moda, è applicata e manipolata dai
padroni del sistema o riutilizzata dai popoli dominati disorientati
(sotto forma ad esempio dell’Islam o dell’induismo politico).
L’insieme di queste manifestazioni di disorientamento e di regressione,
rispetto a quello che è stato il pensiero borghese, si unisce a un
deterioramento della pratica politica. Il principio stesso della
democrazia è fondato sulla possibilità di fare delle scelte
alternative. Quando l’ideologia fa accettare l’idea ‘che non ci sono
alternative’, perché l’adesione a un principio di razionalità superiore
meta-sociale permetterebbe di eliminare la necessità e la possibilità
di scegliere, non c’è più democrazia. Di fatto, il cosiddetto principio
di ‘razionalità dei mercati’ svolge esattamente questa funzione
nell’ideologia del capitalismo senile.
La pratica democratica si svuota quindi di ogni contenuto e si apre la
strada a quello che abbiamo definito una ‘democrazia di bassa
intensità’, in cui le pagliacciate elettorali o le sfilate di moda
prendono il posto dei programmi politici, alla ‘società dello
spettacolo’. La politica, delegittimata da queste pratiche, si logora,
va alla deriva e perde la sua funzione potenziale di dare un senso e
una coerenza ai progetti sociali alternativi.
D’altra parte non
stiamo forse osservando un ‘cambiamento di look’ della stessa
borghesia, in quanto classe dominante organizzata? Durante tutta la
fase ascendente della sua storia, la borghesia si era costituita come
elemento principale della ‘società civile’. Ciò non implicava tanto una
relativa stabilità degli uomini (poche erano all’epoca le donne) o
delle dinastie familiari di capitalisti imprenditori (la concorrenza
implica sempre una certa mobilità nell’appartenenza a questa classe,
dove si alternano fallimenti a successi imprenditoriali), quanto la
strutturazione forte della classe attorno a sistemi di valori e di
condotta. La classe dominante poteva quindi fare affidamento
sull’onorabilità dei suoi membri per sostenere la legittimità dei suoi
privilegi.
La situazione attuale è invece molto diversa. Un
modello vicino a quello mafioso si sta affermando sia nel mondo degli
affari che in quello della politica. La separazione tra questi due
mondi – che senza essere assoluta caratterizzava, comunque, i sistemi
precedenti del capitalismo storico –
sta scomparendo. Del resto questo modello non riguarda solo i paesi del
Terzo Mondo e gli ex paesi socialisti dell’Est, ma sta diventando la
regola nel cuore stesso del capitalismo
centrale. Come definire altrimenti personaggi come Berlusconi, Bush
(coinvolto nello scandalo Enron) e molti altri? Molti paesi del Terzo
Mondo hanno inventato termini appropriati per definire la nuova classe
politica. In Messico sono chiamati «los señores del poder», in Egitto
«baltagui» (letteralmente ‘fanfaroni’: un termine che non sarebbe mai
stato utilizzato per definire l’aristocrazia di un tempo o la
tecno-burocrazia nasseriana). In entrambi i casi sono compresi i
‘miliardari’ (uomini d’affari) e i ‘politici’. Tuttavia deve ancora
essere fatta una ricerca sistematica sulle trasformazioni in corso
nella borghesia del capitalismo senile.
6. Ma un sistema senile
non è un sistema che trascorre tranquillamente i suoi ultimi giorni. Al
contrario, la senilità comporta un clima di rinnovata violenza.
Il
sistema mondiale non è entrato in una nuova fase ‘non imperialista’,
che potremmo eventualmente definire ‘post-imperialista’. La natura di
un sistema imperialista esasperato (prelievo senza contropartita) è
l’esatto contrario. L’analisi che Negri e Hardt propongono di un
‘impero’ (senza imperialismo), nei fatti limitato solo alla triade,
senza tener conto del resto del mondo, si inserisce purtroppo nella
tradizione dell’occidentalismo e nell’attuale discorso dominante. Le
differenze tra il nuovo imperialismo e il precedente vanno ricercate
altrove. Mentre l’imperialismo del passato si coniugava al plurale (gli
‘imperialismi’ in conflitto), quello recente è collettivo (una triade,
anche se con una presenza egemonica degli Stati Uniti). Di conseguenza,
i conflitti fra i partner della triade hanno un carattere minore,
mentre maggiore importanza assumono i conflitti fra la triade e il
resto del mondo. La dissoluzione del progetto europeo di fronte
all’egemonia americana trova la sua spiegazione nel fatto che, mentre
l’accumulazione nella fase imperialista era fondata sul binomio centri
industrializzati/periferie non industrializzate, nelle condizioni
attuali il contrasto si sviluppa ormai tra i beneficiari dei nuovi
monopoli dei centri (tecnologie, accesso alle risorse naturali,
comunicazioni, armi di distruzione di massa) e le periferie
industrializzate ma subalterne a questi monopoli. Negri e Hardt hanno
avuto bisogno, per fondare la loro tesi, di darsi una definizione
strettamente politica del fenomeno imperialista («la proiezione del
potere nazionale al di là delle frontiere»), senza rapporto con le
esigenze dell’accumulazione e della riproduzione del capitale. Questa
definizione, che è quella semplicistica delle attuali scienze politiche
accademiche (in particolare di quella nordamericana), elude i veri
problemi. I discorsi utilizzati fanno quindi riferimento a una
categoria ‘impero’ collocata fuori dalla storia e confondono
allegramente impero romano, ottomano, austro-ungarico, russo,
colonialismo britannico e francese, senza preoccuparsi di prendere in
considerazione la specificità di queste costruzioni storiche
irriducibili le une alle altre.
Il nuovo impero invece è definito
come una ‘rete di poteri’ il cui centro è ovunque e da nessuna parte,
riducendo così l’importanza dell’istanza rappresentata dallo Stato
nazionale. Questa trasformazione è, del resto, attribuita soprattutto
allo sviluppo delle forze produttive (la rivoluzione tecnologica). Si
tratta però di un’analisi ingenua, che isola il potere della tecnologia
dal quadro dei rapporti sociali nei quali opera. Ancora una volta si
ritrovano qui i riferimenti al discorso dominante banalizzato dai vari
Rawls, Castells, Touraine, Reich e così via, nella tradizione del
pensiero politico liberale nordamericano.
I reali problemi posti
dall’articolazione tra l’istanza politica (Stato) e la realtà della
globalizzazione, che dovrebbero essere al centro dell’analisi delle
vere ‘novità’ nell’evoluzione del sistema capitalistico, sono
semplicemente elusi con l’affermazione gratuita che lo Stato ha quasi
cessato di esistere. In realtà anche nelle fasi precedenti del capitalismo
globalizzato, lo Stato non era mai stato ‘onnipotente’. Il suo potere
era sempre stato limitato dalla logica che comandava le globalizzazioni
dell’epoca. In questo senso Wallerstein è arrivato al punto di
attribuire alle determinazioni globali un carattere decisivo sulla
sorte degli Stati. Oggi la situazione non è diversa, la differenza tra
la globalizzazione (l’imperialismo) attuale e quello di ieri va cercata
altrove.
Il nuovo imperialismo ha un centro – la triade – e un
centro dei centri, che aspira a esercitare la sua egemonia, gli Stati
Uniti. Esercita il suo dominio collettivo sull’insieme delle periferie
della Terra (tre quarti dell’umanità) attraverso istituzioni create a
questo scopo. Alcune hanno il compito della gestione economica del
sistema imperialista mondiale. In prima fila c’è il Wto, la cui
funzione reale non è garantire la ‘libertà dei mercati’, come afferma,
ma proteggere i monopoli (dei centri) e modellare i sistemi di
produzione delle periferie in funzione di questa esigenza; l’Fmi non si
occupa invece dei rapporti fra le tre monete principali a livello
mondiale (il dollaro, l’euro e lo yen), ma svolge le funzioni di
un’autorità monetaria coloniale collettiva; la Banca mondiale è una
sorta di ministero della Propaganda del G7. Altre istituzioni hanno
invece la gestione politica del sistema, e tra queste bisogna ricordare
la Nato, che si è sostituita all’Onu per parlare in nome della
collettività mondiale! L’applicazione sistematica del controllo
militare del mondo da parte degli Stati Uniti esprime in modo
estremamente brutale questa realtà imperialista.
Il libro di
Negri e di Hardt non parla né delle questioni relative alle funzioni di
queste istituzioni né accenna alla molteplicità degli elementi che
potrebbero disturbare la tesi semplicistica del ‘potere in rete’: le
basi militari, gli interventi violenti, il ruolo della Cia e così via.
Allo stesso modo, le vere questioni poste dalla rivoluzione tecnologica
sulla struttura di classe del sistema non sono affrontate e si
preferisce ricorrere alla categoria indeterminata di «moltitudine», il
corrispettivo delle ‘genti’ (people in inglese) della sociologia
volgare. Le vere questioni sono altrove: la rivoluzione tecnologica in
corso (la cui realtà non può certo essere messa in discussione), come
tutte le rivoluzioni tecnologiche, scompone con violenza le forme
precedenti di organizzazione del lavoro e delle classi, mentre le nuove
forme di ricomposizione non hanno ancora fornito risultati evidenti.
Per dare una parvenza di legittimità alle pratiche imperialiste della
triade e dell’egemonismo americano, il sistema ha prodotto un suo
discorso ideologico, adattato ai nuovi compiti aggressivi. Questo
discorso sullo ‘scontro delle civiltà’ è destinato a cementare il
razzismo occidentale e a far accettare all’opinione pubblica
l’applicazione di un apartheid su scala mondiale. Questo discorso è
secondo noi ben più importante delle varie teorie sulla cosiddetta
società in rete.
Il credito, di cui gode la tesi dell’‘impero’ su
una parte della sinistra occidentale e tra i giovani, deriva
soprattutto dalle severe critiche portate allo Stato e alla nazione. Lo
Stato (borghese) e il nazionalismo (sciovinista) sono sempre stati
giustamente l’oggetto di un rifiuto da parte della sinistra radicale.
Affermare che il nuovo capitalismo determini la loro scomparsa non può che far piacere. Ma purtroppo questa affermazione non ha alcun fondamento. Il capitalismo
tardivo mette all’ordine del giorno la necessità oggettiva e la
possibilità del deperimento della legge del valore, la rivoluzione
tecnologica rende possibile lo sviluppo di una società di reti, mentre
l’approfondimento della globalizzazione rappresenta una sfida per le
nazioni. Ma il capitalismo senile, attraverso la violenza dell’imperialismo che lo accompagna, annulla tutte queste potenzialità di emancipazione. L’idea che il capitalismo
possa adattarsi a trasformazioni liberatrici – cioè produrre, anche
involontariamente, il socialismo – è al centro dell’ideologia liberale
americana. La sua funzione serve solo a distogliere l’attenzione dalle
vere questioni e dalle lotte necessarie per rispondervi. La strategia
‘antistatale’ che suggerisce il libro di Negri e Hardt si accomuna a
quella del capitale, che cerca di ‘limitare gli interventi pubblici’
(‘deregolamentare’) a suo esclusivo vantaggio, riducendo il ruolo dello
Stato alle funzioni di polizia (ma non sopprimendolo del tutto; ed,
anzi, eliminando solo la sua funzione politica, che gli permette di
svolgere altre funzioni). Questo discorso ‘antinazione’ fa accettare il
ruolo degli Stati Uniti come grande potenza militare e poliziesca del
mondo. Ma quello di cui abbiamo bisogno è altro. Dobbiamo far
progredire la prassi politica, dargli un senso vero, far avanzare la
democrazia sociale e civile, dare ai popoli e alle nazioni un più ampio
margine di azione nella globalizzazione.
È vero che le formule
applicate in passato hanno perduto la loro efficacia a causa delle
nuove condizioni. È vero anche che alcuni avversari della realtà
neoliberale e imperialista non se ne sono accorti e continuano a
nutrire nostalgia per il passato. Tuttavia il problema è ancora
presente in tutta la sua evidenza.
7. La senilità si esprime
attraverso la sostituzione di un modo di ‘distruzione non creatrice’ al
modello anteriore della ‘distruzione creatrice’. Riprendiamo l’analisi
proposta da J. Beinstein: c’è «distruzione creatrice» (termine
utilizzato da Schumpeter) quando nella fase iniziale c’è
un’accelerazione della domanda, mentre – se all’inizio abbiamo un
rallentamento della domanda – la distruzione che produce qualunque
innovazione tecnologica non è più creatrice.
Oppure si può analizzare questa trasformazione qualitativa del capitalismo nei termini proposti da Hoogdvelt: si assiste, cioè, al passaggio da un «capitalismo in espansione (expanding capitalism) a un capitalismo in contrazione (shrinking capitalism)».
L’accumulazione del capitale ha sempre comportato una dimensione al
tempo stesso costruttiva e distruttiva. Come qualunque sistema vivente,
il capitalismo è fondato su questa caratteristica contraddizione interna. Come qualunque sistema vivente, il capitalismo
non è destinato a vivere in eterno. Come qualunque sistema vivente,
arriva un momento, in cui le forze distruttive che sono associate alla
sua riproduzione prevalgono su quelle che ne assicurano la legittimità,
attraverso la sua dimensione positiva e costruttiva. Oggi ci troviamo
esattamente in questa fase: la continuazione dell’accumulazione – nel
quadro dei rapporti sociali caratteristici del capitalismo
e dell’imperialismo, che è legato a questo in modo indissociabile, e
sulla base delle nuove tecnologie – comporta un vero e proprio
genocidio. Più di metà dell’umanità è ormai diventata ‘inutile’. Queste
persone non possono essere ‘integrate’ (anche come semplici fornitori
di forza lavoro sfruttata) e sono destinate a essere ‘escluse’. Il capitalismo ormai esclude più che integrare a livelli assai alti e in proporzioni gigantesche. Il capitalismo
ha fatto il suo tempo. Invece di permettere l’applicazione dei
potenziali progressi della scienza e della tecnologia (quella ‘società
in rete’ che non c’è o che esiste solo nei suoi aspetti deformi,
imposti dalla dominazione del capitale) o l’accelerazione dello
sviluppo nelle periferie, il capitalismo imperialista annulla queste potenzialità di emancipazione.
L’alternativa oggettivamente necessaria e possibile implica quindi il
rovesciamento dei rapporti sociali che assicurano il dominio del
capitale e quello dei centri sulle periferie. Come definire altrimenti
questa alternativa, se non con l’espressione di socialismo su scala
mondiale? Un sistema nel quale l’integrazione degli uomini non sarebbe
più fatta dal ‘mercato’ (che nelle condizioni del capitalismo contemporaneo esclude anziché integrare), ma dalla democrazia, nel significato più pieno del termine.
Questa alternativa è possibile, ma non può essere considerata
‘automatica’, in quanto imposta dalle ‘leggi della storia’. Qualunque
sistema che invecchia è destinato a decomporsi, ma gli elementi che ne
derivano possono ricomporsi in modo diverso. Già nel 1917 Rosa
Luxemburg parlava di «socialismo o barbarie» e trent’anni fa io stesso
avevo riassunto i termini dell’alternativa con la formula «rivoluzione
o decadenza». Siamo convinti della possibilità di fornire un’analisi
teorica delle ragioni di questa ‘incertezza’ fondamentale nello
sviluppo delle società umane attraverso la tesi di una
‘sottodeterminazione’ (al posto della ‘sovradeterminazione’)
dell’articolazione delle diverse istanze, che costituiscono la
struttura dei sistemi sociali.
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