Questo documento vuole essere uno strumento di comprensione della
crisi
che sta investendo le borse a livello internazionale, nata dal
crollo della bolla immobiliare negli USA.
(dal seminario del 13 marzo 2008 di Giorgio Gattei)
Introduzione
Questo documento vuole essere uno strumento di comprensione della
crisi che sta investendo le borse a livello internazionale, nata dal
crollo della bolla immobiliare negli USA.
L’ondata di finanziarizzazione speculativa è stata la risposta
alla stagnazione della seconda metà degli anni ’70, quando negli USA
inizia la caduta dei salari reali. Negli anni successivi i mercati
finanziari hanno assunto un peso crescente, fino a configurare una
apparente autonomia dai processi reali, anche se in realtà mercati
finanziari ed economia reale rimangono comunque strettamente
intrecciati.
Per mantenere i profitti e controllare l’inflazione, le politiche
monetarie dei Paesi imperialisti si sono caratterizzati prima per
l’incremento dei tassi di interesse, quindi negli anni Novanta per le
politiche di privatizzazione delle imprese pubbliche, di
esternalizzazione dei servizi pubblici e di deregolamentazione del
mercato del lavoro. Hanno avviato un processo di delocalizzazione
industriale e di espansione del mercato finanziario (azioni e titoli).
La delocalizzazione è la tendenza a muovere liberamente i capitali per
investire là dove si è imposto un contenimento dei costi, dove il
lavoro è più sfruttabile, costa poco ed è meno regolamentato. Ad
esempio: le imprese spostano la sede legale nei cosiddetti paradisi
fiscali, la produzione nelle aree asiatiche o nei paesi dell'est
Europeo e lasciano le infrastrutture e la gestione commerciale dove è
più vicina la ricerca tecnologica e dove più alti sono gli standard
delle comunicazioni.
Negli USA queste politiche si sono tradotte nella ripresa degli
investimenti, con una quota crescente dei materiali legati
all'informatica, e in un veloce progresso tecnico, che hanno rimesso in
moto l'economia statunitense, con una crescita del reddito nazionale
molto elevata, attuando il “miracolo” della new economy. Dal 1992 al
2006, gli Usa sono stati il traino della domanda per i grandi
esportatori asiatici ed europei, mentre l’enorme squilibrio tra
importazioni ed esportazioni faceva crescere il debito estero
statunitense. L’acquisto di titoli di Stato (buoni del tesoro) e gli
investimenti nelle banche hanno permesso agli Usa di controllare il
loro debito estero, ma anche l’assorbimento delle merci prodotte nei
Paesi asiatici, il cui boom economico dipende fortemente dalle
esportazioni verso gli USA.
Ma, mentre a metà degli anni Novanta l'economia 'domestica' degli
Stati Uniti procede velocemente, a livello internazionale si susseguono
una serie di crisi finanziarie (dal Messico nel 1995, alla lunga onda
della crisi asiatica che si prolunga dall'ottobre 1997 ai primi mesi
del 1999, fino ad arrivare a quella Argentina di fine anni Novanta) che
retroagiscono favorevolmente sulla continuazione della crescita USA. In
questo non vi è nulla di paradossale: la compressione delle
esportazioni verso l'Asia, la prosecuzione della rivalutazione del
dollaro, la fuga dei capitali dalle aree a rischio verso la 'qualità'
di cui Wall Street sembra la garanzia più certa, esercitano il loro
effetto calmieratore sui prezzi e sugli eccessi di una crescita reale,
che altrimenti potrebbe deragliare, e sostengono il corso delle azioni
alla borsa di New York. Ma alla fine la crisi arriva anche nel
cosiddetto occidente.
.
2000-2001: dalla crisi della new economy all’11 settembre
La crisi della new economy inizia nel 2001 con lo scoppio della
“bolla di Internet”. Il Nasdaq (l'indice dei principali titoli
tecnologici della borsa americana1) aveva cominciato a volare dal 1999
crescendo fino alla primavera del 2000. Prima di scoppiare i valori di
borsa erano cresciuti del 271 per cento: in pratica, le quotazioni
erano aumentate di quasi quattro volte. I sette-otto mesi della bolla
sono stati la stagione d'oro, probabilmente irripetibile, della finanza
mondiale. Ma se l'impennata è velocissima, la caduta lo è quasi
altrettanto. Fra marzo e aprile del 2000 l'incanto si rompe e il Nasdaq
prende a precipitare. A fine anno 2000 è già a meno della metà e poi
continua ad andar giù fino all'11 settembre 2001, il giorno
dell'attacco alle Twin Towers di New York e al Pentagono a Washington,
quando si aggiunge il panico per l’attentato terroristico, la scoperta
che gli Stati Uniti sono vulnerabili anche all’interno. Prende piede
una “economia della paura” (di cui ha parlato Paul Krugman) che deprime
le aspettative d’imprese e famiglie, rischiando di bloccare la crescita
del PIL. Siamo alla crisi dell’economia americana?
Superare la crisi con la “bolla”
Secondo i semplici rimedi pensati da Keynes per uscire dalla Grande
Crisi del 1929-1933, il PIL si può aumentare principalmente in tre
modi:
1. aumentando i consumi delle famiglie, il che si poteva raggiungere con l’aumento dei salari;
2. favorendo gli investimenti delle imprese indotti
dall’abbassamento dei tassi di interesse applicati al credito che le
imprese chiedono per effettuarli;
3. aumentando la spesa pubblica, addirittura in deficit spending,
ossia senza copertura finanziaria. Questa spesa pubblica può essere
realizzata all’interno della nazione, costruendo opere pubbliche,
oppure all’esterno con la guerra e la conseguente ricostruzione del
paese avversario vinto.
Da parte sua il governo procede immediatamente a sostenere il PIL
con l’ultima soluzione: la guerra (è quello che in gergo è detto il
“keynesismo militare”) dapprima in Afghanistan ma soprattutto in Iraq,
avendo per obiettivo il rilancio della produzione nazionale tramite le
commesse belliche e la riduzione del prezzo del petrolio, grazie alle
risorse irakene che sarebbero state fatte affluire sul mercato.
Anche la Federal Reserve si precipita a fare la sua parte
abbassando il tasso di interesse dal 6,5% del gennaio 2001 all’1% del
giugno 2003. Ma la sua intenzione non può più essere quella di far
crescere gli investimenti delle imprese (com’era nella logica
keynesiana) perché nell’era della globalizzazione le imprese non
investono più di tanto negli USA, bensì all’estero dove il costo della
manodopera è più conveniente. Si punta quindi sulla variabile dei
consumi delle famiglie, ma per evitare di aumentare i salari (che
farebbero diminuire i profitti) si indirizza quel calo del tasso
d’interesse a sostegno dell’indebitamento al consumo e dei mutui
immobiliari. Così tutti potranno diventare proprietari, almeno della
casa in cui abitano, e siccome il tasso d’interesse è a calare (il
governatore della FED annuncia pubblicamente che è disposto a portare
il tasso d’interesse fino a zero!), si incoraggiano i mutui a tasso
variabile rispetto a quelli a tasso fisso, perché così le rate da
pagare risulteranno nel tempo sempre più ridotte. E siccome il valore
di un immobile è dato dalla somma delle rate divisa per il tasso di
interesse, con un interesse a calare le famiglie vedono aumentare il
valore della casa che hanno messo a garanzia del proprio debito, il che
permette loro di chiedere altro credito alle banche.
Per sostenere al massimo la crescita del PIL i mutui vengono poi
concessi a chiunque, ossia non soltanto ai clienti affidabili con un
minimo di patrimonio oppure con la garanzia immobiliare, ma proprio a
tutti, perfino ai clienti NINJA (no income, no job, no assets), che
sono quelli che non hanno stipendio né occupazione né patrimonio, ma a
cui si aprono le porte del credito anche se questi prestiti sono al di
sotto di qualsiasi livello di sicurezza finanziaria (ovviamente
pagheranno un tasso d’interesse più elevato, ma comunque
progressivamente a scendere). Questi sono i cosiddetti mutui subprime.
Poi vengono diffuse le carte di credito “revolving” che consentono
ai sottoscrittori di rateizzare il debito con le banche posticipando il
pagamento del resto, ovviamente a tasso d’interesse più alto (che però,
per la politica della FED, è previsto in diminuzione).
L’esportazione della “bolla”
Ma non c’è rischio per le banche e le istituzioni finanziarie nel
concedere così tanto credito senza adeguata copertura? Niente affatto
se tutti questi mutui, anche quelli a maggior rischio come i subprime,
possono essere “cartolarizzati”2, ossia trasformati in titoli di banca
commerciabili sul mercato e vendibili ad altri. Ma chi mai li
comprerebbe? Così come si presentano, nessuno. Ma essi vengono
nascosti, insieme ad altri titoli garantiti (e quindi a tasso
d’interesse più basso), dentro dei CDO, ossia pacchetti di titoli che,
proprio grazie alla presenza dei sub-prime che offrono tassi
d’interessi più alti, danno nel complesso un rendimento conveniente ai
risparmiatori desiderosi di guadagnare.
Per nasconderli definitivamente si fanno poi intervenire le
agenzie di rating3 che istituzionalmente hanno il compito di valutare i
titoli in giro sui mercati, compresi quindi i CDO, misurandone la
solvibilità (sicurezza) mediante assegnazione di indici di qualità (AAA
per i pacchetti più sicuri). E’ una funzione di controllo che dovrebbe
servire a tutelare i risparmiatori sprovveduti (le valutazioni vengono
fatte da esperti finanziari), ma il fatto è che per questo servizio le
agenzie di rating vengono pagate proprio dagli enti (banche ed
istituzioni finanziarie) che hanno emesso quei titoli, così che esse
sono naturalmente indotte a favorire i propri “datori di lavoro”
sopravvalutando anche quei CDO contenenti i “mutui-spazzatura”.
La conseguenza è che i mutui sub-prime, ben nascosti nei
“pacchetti-salciccia” sopravvalutati dalle agenzie di rating, hanno
preso a circolare per il mondo abbagliando i risparmiatori.
Lo scoppio della “bolla”
Gli anni dal 2003 al 2006 sono stati una pacchia per i consumatori
americani. (Ma lo sforzo di sostegno ai consumi privati è stato
veramente imponente se, a conti fatti, per il periodo 2000-2006) si
sono fatte indebitare le famiglie per 18.200 miliardi di dollari allo
scopo di produrre appena 3.800 miliardi di dollari di PIL (il tasso di
indebitamento delle famiglie americane, rispetto al reddito
disponibile, si aggira attorno al 130%; per paragone, in Italia siamo
al 46%). Era tuttavia una pacchia “drogata” dal credito che poteva
durare finché i tassi d’interesse avessero continuato a diminuire,
soprattutto se la guerra irakena si fosse chiusa in fretta consentendo
agli USA di ripagarsi per lo sforzo militare sostenuto.
Però ciò non è stato perché, a dispetto dell’annuncio trionfale
di “missione compiuta” del 2003, la resistenza di popolo ha ridotto
l’Irak ad un “pantano” che ingoia uomini e tanti mezzi finanziari che
si ritorcono proprio contro quelle misure economiche adottate per
risolvere la crisi del 2000-2001.
In dettaglio:
1. Intanto la guerra viene a costare sempre di più e si è rivelata
sul campo improduttiva per l’impossibilità di far fruttare gli
investimenti previsti nella ricostruzione e di sfruttare appieno il
petrolio irakeno, su cui gli americani hanno pur messo le mani, a
seguito dello stato di guerriglia permanente. Così l’offerta di
petrolio non è riuscita a seguire la domanda internazionale in
crescita, con la conseguenza che il prezzo del petrolio è schizzato dai
20 dollari al barile del 2000 agli oltre 100 $/barile attuali*.
2. le famiglie americane, solleticate dal credito bancario a
disposizione, aumentano i consumi, ma non comprano merci americane
bensì estere perché costano meno (vedi prodotti cinesi). Quindi il Pil
non cresce e la bilancia commerciale, ossia la differenza delle
esportazione dalle importazioni, finisce in disavanzo.
3. Di fronte al rischio incombente dei due “deficit gemelli”
(federale e commerciale) che rendono gli USA il paese più indebitato,
sia dentro che fuori, al mondo, si sono presi dei provvedimenti
correttivi. Per raddrizzare la bilancia commerciale si è deciso di
svalutare il dollaro così da rendere le esportazioni americane più
favorite (dal cambio 1:1 tra dollaro ed euro a fine 2002, adesso per un
euro occorre ormai più di un dollaro e mezzo); per contenere
l’inflazione “da petrolio”, si è progressivamente rialzato il tasso
d’interesse dall’1% dell’estate 2003 al 5,25% di metà 2007. Tutto
questo, per i consumatori indebitati, è stata la fine del “sogno
americano”: quei debiti contratti a tasso variabile hanno visto
crescere le mensilità da pagare, mentre si riduceva il valore
patrimoniale degli immobili portando il credito eccedente allo
scoperto; il sistema delle carte di credito si è appesantito per la
maggiore incidenza degli interessi sulla parte di debito rinviato al
futuro, mentre chi non è più in grado di pagare il mutuo immobiliare si
vede pignorare la casa posta in garanzia oppure è costretto a venderla.
4. Ma c’è di più. Se i consumatori americani indebitati non
arrivano più a pagare, ne soffrono i loro creditori che però, grazie
alla circolazione dei CDO “a tripla A”, sono sparsi in tutto il mondo.
E’ così che la crisi diventa “di sistema”, a significare che nessuno
può essere al sicuro. «A questo punto la crisi diventa una valanga.
Tutti i titoli in cui si suppone che la presenza di mutui sub-prime
perdono di valore. Le agenzie di rating, i Soloni del pensiero unico
economico, con l’improntitudine di chi si è fatto cogliere in fallo,
effettuano un downrating di migliaia di titoli [abbassano gli indici di
qualità]. Le banche che li possiedono non reggono il colpo. Ma non è
che l’inizio. Ad agosto l’interbancario inizia a bloccarsi. Che vuol
dire? Semplicemente che le banche non si fidano della altre banche e
chiudono i normali canali di finanziamento all’interno del sistema
creditizio. Crisi di fiducia che si trasforma immediatamente in crisi
di liquidità. Intervengono le banche centrali europea, americana,
giapponese e australiana per fornire liquidità al sistema. E’ un fiume
di denaro che si riversa sulle banche. Centinaia di miliardi di dollari
ed euro. Non basta. La crisi si ripete a ottobre, a dicembre, adesso.
Le banche centrali, la FED in testa, incominciano ad accettare titoli
“illiquidi” in garanzia. Lo fa anche la BCE, ma non vuole che lo si
dica. Sarebbe a dire che le banche prendono denaro a prestito dando in
garanzia alle banche centrali carta straccia» (Sbancor, Vampirismo
geoeconomico, in rete).
Siamo alle soglie di uno tsunami finanziario internazionale che potrebbe avere dimensioni colossali.
L’ammontare della “bolla”
L’entità del buco non è misurabile con certezza perché la
compravendita di CDO ed altri titoli connessi, i c.d. “derivati”, è
avvenuta tra privati e fuori mercato. Le organizzazioni finanziarie
internazionali hanno comunque provato a farne una stima che coll’andar
del tempo è diventata sempre più grande. L’ultima stima del Fondo
Monetario Internazionale ad aprile 2008 porta ad una cifra superiore ai
1000 miliardi di dollari in quanto comprende non solo i mutui sub-prime
ma pure i mutui prime4 a tasso variabile, non solo le carte di credito
delle famiglie ma anche le banche e le imprese che hanno acquistato CDO
ad alto rischio, non solo i derivati di subprime5 ma pure le monolines6
sull’orlo del fallimento (come Ambac e Mbia) e le agenzie di rating che
perdono valore in borsa. E siccome a tutt’oggi sono state effettuate
svalutazioni presso i principali istituti finanziari (Merrill Lynch,
Citigroup, UBS, Morgan Stanley, Goldman Sachs, Nomura, Lehman Brothers,
JPMorgan Chase, Crédit Suisse, Deutsche Bank, Abn Ambro, Société
Générale, Paribas, ecc.) per un ammontare di soli 200 miliardi, ci
sarebbero ancora “in pancia” 800 miliardi di dollari di perdite
prossimi a rivelarsi.
Come rimediare alla “bolla”
Per iniziare a smaltire il buco finanziario, le imprese
multinazionali e gli istituti finanziari hanno cominciato a mettere le
perdite a bilancio, non solo negli USA ma pure in Europa: una delle
banche più colpite dalla crisi dei mutui americani è il colosso
bancario elvetico UBS, che ha chiuso l’anno 2007 in rosso, per la prima
volta dalla sua nascita, e prevede una perdita netta di circa 4,4
miliardi di franchi svizzeri. Anche Merrill Lynch ha chiuso in rosso:
1,96 miliardi di dollari contro utili per 2,1 miliardi di un anno fa.
Da parte sua Goldman Sachs ha tagliato del 15% il personale.
A rimedio la FED ha cambiato la politica monetaria dedicandosi ad
una progressiva riduzione del tasso d’interesse che è arrivata (per
ora) al 2,25%. Ma non è stata seguita per ora dalla Banca Centrale
Europea che pure aveva rialzato il tasso d’interesse fino al 4% nel
2007 e l’ha lasciato lì. Di conseguenza l’euro si è ulteriormente
apprezzato sul dollaro, invogliando i risparmiatori ad abbandonare la
moneta americana a pro di quella europea (ma dove porterà questa
“guerra monetaria” non è ancora dato a sapere...).
A Londra il governo laburista, invertendo la tradizione delle
privatizzazioni, ha dovuto nazionalizzare una grande banca sull’orlo
del fallimento, la Northern Rock, trasferendone (ma solo
temporaneamente, secondo l’intenzione) la proprietà al settore
pubblico; la Germania si è affrettata a soccorrere con denaro statale
la Ikb Deutsche Industriebank; negli Stati Uniti la Bearn Stearns è
stata acquistata dalla JP Morgan, preventivamente finanziata dalla FED,
all’1% del proprio valore, il 99% in meno della quotazione di borsa di
un anno fa. Sono forse i sintomi di un ritorno al deprecato
“capitalismo di Stato”? Si sa che i lavoratori possono essere
licenziati e le imprese possono fallire, ma le banche assolutamente no.
E quindi: vai al salvataggio!
Citygroup, Merrill Lynch, Morgan Stanley, UBS, Deutsche Bank,
Blackstone e Barclays hanno invece chiesto aiuto ai fondi sovrani. Che
fossero di Abu Dhabi, Singapore o Pechino non importava, visto che il
denaro non ha odore. Ma che ne sappiamo dei “fondi sovrani”?
Ci salveranno i “fondi sovrani”?
La crisi in corso è originale perché non investe tutto il mondo.
L’occidente ne viene colpito pesantemente, soffrendo d’insufficienza di
liquidità, ma altrove... Altrove perdura il bel tempo, se il FMI
prevede per il 2008/2009 una crescita del PIL superiore al 6% in
Russia, all’8% in India e oltre il 9% in Cina. Chi sta guadagnando
dalla crisi sono i paesi che esportano energia (petrolio e gas) con
prezzi in crescita, oppure che hanno surplus commerciali
nell’esportazione di merci e servizi grazie ai bassi costi della
manodopera. In cambio questi paesi incassano valuta estera che viene
conservata quale riserva a difesa del tasso di cambio. Tuttavia queste
riserve possono raggiungere un ammontare eccessivo, ed ecco la nascita
dei fondi sovrani (sovereign wealth funds) destinati ad investire in
strumenti patrimoniali e finanziari (e quindi azioni e obbligazioni, ma
pure immobili ed imprese) quell’eccesso di riserve posseduto.
I fondi sovrani sono così nati nei paesi forti esportatori di
petrolio: Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Norvegia (ed è il fondo
pensione pubblico!), ma anche Singapore dove, grazie al rilevante
surplus fiscale, il governo ha costituito il fondo Temasek, uno dei
primi nati (nel 1974) e anche uno dei più attivi. Molto vivaci sono
anche i fondi sovrani di Abu Dhabi e quello di Dubai, che detiene una
quota del 5% nella Ferrari. La Cina dispone di ingenti riserve di
valuta estera, grazie al notevole surplus commerciale, che ha investito
soprattutto in titoli di Stato americani. Con la svalutazione del
dollaro i Treasury Bond non sono risultati più tanto convenienti e così
nel 2007 è stato costituita la China Investment Corporation, un fondo
sovrano con una dotazione di 200 miliardi di dollari attivo sul mercato
azionario.
Sebbene la presenza dei fondi sovrani non sia una novità, è
soltanto con lo scoppio della “bolla” dei mutui sub-prime che la loro
presenza si è mostrata con tutta la sua importanza. Le svalutazioni
subite dai principali istituti finanziari potevano infatti essere
ripianate grazie alla liquidità posseduta da quei fondi. E così è
stato: soltanto nello scorso anno i primi 10 fondi sovrani hanno
investito 73 miliardi di dollari spalmati su 52 operazioni di
salvataggio o acquisizione. Nessuno ha eccepito sul fatto che fossero
investitori governativi stranieri - e così Abu Dhabi è entrato in
Citigroup, Dubai in Deutsche Bank, Singapore in UBS, Merrill Lynch e
Barclays, mentre la prima operazione di China Investment Corporation è
stata l'acquisto di circa il 10% del gestore di private equity
Blackstone, cui ha fatto seguito l'investimento di 5 miliardi di
dollari (il 9,9%) in Morgan Stanley.
I fondi sovrani non sono però del tutto innocui, avendo alcune
caratteristiche difficili da digerire dal “libero mercato”. Innanzi
tutto sono statali (sono i governi che li possiedono, compresi stati
come Cina e Russia); non rispondono ad azionisti privati né sono tenuti
a dare comunicazione ai mercati (non sono perciò “trasparenti”); non
avendo di mira un dividendo annuo, investono nel lungo termine
piuttosto che nel “mordi e fuggi” a breve, adottando strategie
patrimonialistiche piuttosto che speculative; siccome la
massimizzazione del profitto non è l’unica motivazione delle loro
scelte, possono avere obiettivi di partecipazione in settori strategici
(come infrastrutture, finanza, high tech, risorse energetiche e materie
prime); sono particolarmente appetibili perché offrono liquidità
immediata, ma se finora sono rimasti investitori “passivi”, potrebbero
nel futuro chiedere di contare nelle decisioni aziendali, a partire dal
diritto di voto in assemblea.
Il dibattito a favore o contro l’ingresso di questi fondi nel
sistema proprietario delle imprese occidentali è appena all’inizio:
respingerli oppure accoglierli a braccia aperte? L’esito dipenderà
dalla dimensione della crisi. Attualmente i fondi sovrani sono presenti
sul mercato con un ammontare complessivo stimato attorno ai 2500
miliardi di dollari, ma per il 2015 si prevede che ne avranno 12.000
miliardi (che, tanto per dare un’idea, corrispondono grosso modo al PIL
attuale degli Stati Uniti). Troppi soldi per lasciarli alla finestra,
se mai la crisi dovesse approfondirsi. Ma allora ne potrebbe derivare
una mutazione epocale del rapporto imperialistico perché Europa e Stati
Uniti, dal tempo di Lenin esportatori di capitali in tutto il mondo,
finirebbero per diventare importatori di capitali altrui. Con tutte le
conseguenze del caso.
Quanto è coinvolta l’Italia?
L’Italia sembra coinvolta solo marginalmente dalla crisi dei mutui.
Il buco finanziario presentato dalle banche nazionali è relativamente
basso, la più colpita è Unicredit con una esposizione ai mutui ad alto
rischio iscritti a bilancio che a fine ottobre 2007 è stimata attorno
ai 354 milioni di euro.
Ma le perdite interessano anche fondi d’investimento e fondi
pensione, oltre che diversi enti locali, dai comuni alle regioni, che
sono caduti nella trappola dei “derivati”. Secondo una ricognizione del
Ministero dell’Economia a fine 2007 sarebbero 531 gli enti locali
coinvolti per un ammontare complessivo di 38 miliardi di euro. La metà
del debito (18 miliardi) farebbe capo a 19 regioni su 20, ma sarebbero
coinvolte anche le province (per 3,5 miliardi), i comuni capoluogo (per
13 miliardi) e non capoluogo (per 3,5 miliardi) e perfino tre comunità
montane (per 11,4 milioni di euro). L’obiettivo era di ottenere
finanziamenti subito con periodi d’ammortamento lunghi abbastanza per
gonfiare i bilanci senza aumentare le tasse comunali e rimandare alle
giunte successive il debito da restituire comprensivo degli interessi.
Tutto questo per aggirare, senza tante discussioni politiche in
assemblea, il taglio dei finanziamenti statali.
E’ difficile recuperare i dati relativi ai singoli enti che hanno
sottoscritto contratti derivati. L’unico elenco distribuito al pubblico
è quello di Unicredit da cui risulta che i comuni lombardi clienti sono
16, tra cui Milano, per un totale di 950 milioni di euro. Il comune di
Milano è attualmente indagato dalla magistratura per i contratti
derivati collegati al maxibond emesso dalla giunta Albertini nel 2005
per rifinanziare alcuni vecchi mutui. Come riporta “Il Sole-24 ore” del
27 novembre 2007, per effettuare questa operazione la Giunta aveva
selezionato quattro arranger: Depfa, Deutsche Bank, JP Morgan e UBS, a
cui è stato dato un compenso dello 0,01%, pari a 168mila euro. Un volta
selezionate le banche, Palazzo Marino ha lanciato il prestito
obbligazionario a tasso fisso per un importo di 1,85 miliardi di euro.
Ha però poi deciso anche di costituire uno «swap5 di ammortamento» (per
trasformare la scadenza, che era in un'unica soluzione, in un piano di
ammortamento pluriennale) e «una operazione di strumenti derivati di
gestione del tasso d'interesse» (per trasformare il tasso fisso in uno
variabile, perché si supponeva che diminuisse; quando invece è
aumentato, il Comune si è accorto che il costo dell’operazione
finanziaria aveva «subito un aumento superiore alle aspettative»). Il
Comune ha sostenuto che il maxibond avrebbe fatto risparmiare 54,7
milioni di euro rispetto ai mutui preesistenti, più altri 5 milioni
circa grazie allo swap5 sui tassi di interesse. In realtà, tra la prima
firma di giugno 2005 e la rinegoziazione del settembre 2005, il Comune
ha dovuto subire 20 milioni di costi dalla risoluzione anticipata di
alcuni derivati già in essere con Unicredito banca d’impresa, più 48,1
milioni di valore negativo riguardante la parte di swap che andava
risolto e che è stato assorbito dai quattro arranger, subito chiuso e
addossato come minusvalenza sul derivato successivo. Questi 68 milioni
di euro complessivi non tengono però conto delle commissioni bancarie
da 30 milioni di euro, anch’esse assorbite come minusvalenza nel
derivato legato al maxibond. Le rinegoziazioni successive hanno
peggiorato la situazione con condizioni sempre più svantaggiose per il
comune. Comunque si attendono i risultati della commissione di esperti,
istituita dal Comune, per valutare l’entità del danno subito
dall’amministrazione (cfr. “Il Sole-24 ore” del 7 febbraio 2008).
Glossario
1. NASDAQ, acronimo di National Association of Securities Dealers
Automated Quotation (ovvero: "Quotazione automatizzata
dell'Associazione nazionale degli operatori in titoli") è il primo
esempio al mondo di mercato borsistico elettronico, cioè di un mercato
costituito da una rete di computer. Il NASDAQ è stato istituito a Wall
Street il 5 febbraio 1971. Fino a qualche anno fa il NASDAQ è stato
caratterizzato da una forte volatilità, dovuta al boom della cosiddetta
New Economy, infatti il Nasdaq è l'indice dei principali titoli
tecnologici della borsa americana. L'indice, dopo essere partito l'8
febbraio con un valore iniziale di 100 punti, ha raggiunto un massimo
storico di 5132 punti il 10 marzo 2000, in pieno boom della New economy
2. Cartolarizzazione: è la cessione di attività o beni di una
società definita tecnicamente originator, attraverso l'emissione ed il
collocamento di titoli obbligazionari. Per lo più i beni ceduti sono
costituiti da crediti, tuttavia possono essere immobili, contratti
derivati o altro.
3. Rating: è un metodo utilizzato per classificare sia i titoli
obbligazionari che le imprese in base alla loro rischiosità. Viene
espresso attraverso un voto in lettere in base al quale il mercato
stabilisce un premio per il rischio da richiedere all'azienda per
accettare quel determinato investimento. I rating sono periodicamente
pubblicati da agenzie specializzate, tra le principali: Standard &
Poor's, Moody's e Fitch Ratings. Esempio di classi di rating: Standard
& Poor's:
· AAA- Elevata capacità di ripagare il debito
· AA- Alta capacità di ripagare il debito
· A-Solida capacità di ripagare il debito, che potrebbe essere influenzata da circostanze avverse
· BBB- Adeguata capacità di rimborso, che però potrebbe peggiorare
· BB, B- Debito prevalentemente speculativo
· CCC, CC - Debito altamente speculativo
· D - Società insolvente
4. Mutui prime: con un discreto livello di sicurezza finanziaria,
ad esempio clienti in possesso di lavoro stabile o di un patrimonio.
5. Derivati: sono strumenti finanziari il cui prezzo è basato sul
valore di mercato di altri beni come azioni, indici di Borsa, valute,
tassi, ma anche merci; ad esempio i derivati dei subprime sono i titoli
ottenuti dalla cartolarizzazione di crediti immobiliari di tipo
subprime. I derivati sono nati per coprire le imprese da una serie di
rischi legati alle loro attività (ad esempio il rischio di aumento del
tasso di interesse, di oscillazione dei prezzi delle materie prime o di
credito). Gli swap (scambio) sono derivati che prevedono una scommessa
con la banca e possono servire per coprirsi dal caro-tassi. Un’azienda
per esempio che ha acceso un finanziamento a tasso variabile (mettiamo
al 5%) teme che i tassi salgano; la banca gli fa questa proposta: “il
tuo 5% lo pago io, tu pagherai a me un tasso fisso del 4,5%”; in teoria
il cliente ci guadagnerà se i tassi saranno superiori del 4,5% e ci
perderà se si attesteranno sotto questa soglia. I problemi dei derivati
sono la loro complessità e i costi impliciti dei quali il cliente non
riesce ad avere evidenza se non quando la banca inizierà a chiedergli
grossi rimborsi.
6. Monolines: agenzie che assicurano parte del credito emesso da banche o fondi
Da “Pagheremo l’Iraq con tutti gli interessi” di Joseph Stiglitz (La Stampa.it)
[..] «La guerra ha portato dritto filato al rallentamento economico
americano. Innanzitutto, prima che gli Usa andassero in guerra in Iraq,
il prezzo di un barile di petrolio era 25 dollari. Ora è cento.
Certamente ci sono altri fattori implicati nell’aumento di prezzo, ma
quella guerra è chiaramente il primo. Anche mettendo in conto la
crescente domanda di energia dell’India e della Cina, gli analisti
finanziari avevano previsto, prima della guerra, che il prezzo del
barile sarebbe rimasto intorno ai 23 dollari per almeno dieci anni.
Sono la guerra e l’instabilità che essa ha causato, insieme alla caduta
del dollaro per i bassi tassi di interesse e l’alto deficit della
bilancia commerciale, i responsabili di questa enorme differenza. Quel
prezzo ben più alto significa che i miliardi che sarebbero potuti
finire nelle tasche degli americani perché li spendessero a casa loro,
sono finiti invece all’Arabia saudita e ad altri Paesi esportatori di
petrolio. In secondo luogo, il denaro speso in Iraq non stimola
l’economia interna americana. Se assoldi un contractor filippino perché
lavori in Iraq, non avrai l’effetto moltiplicatore di qualcuno che
costruisce una strada o un ponte nel Missouri. In terzo luogo, questa
guerra, a differenza di tutte le altre guerre della storia americana, è
stata interamente finanziata con l’indebitamento pubblico. I deficit
sono un guaio perché bloccano gli investimenti e accumulano un debito
che in futuro dev’essere pagato. Questo danneggia la produttività
perché resta poi poco sia per gli investimenti pubblici nella ricerca,
nell’istruzione e nelle infrastrutture, sia per gli investimenti
privati in macchinari e fabbriche». «Contemporaneamente il risparmio
americano è crollato a zero. Così tutto ciò che si spendeva, dalla
ricostruzione in Iraq alla tinteggiatura nella propria casa, veniva
finanziato con denaro preso a prestito. Tutti i problemi venivano
nascosti con il credito. La bolla è scoppiata quando il rapporto tra
prezzi degli immobili e salari non è più stato sostenibile. Ora che
possiamo vedere dietro la bolla, si individua perfettamente la
debolezza economica causata dalla guerra in Iraq». «Secondo le stime
più tradizionali, questa guerra finora è costata almeno l’incredibile
cifra di tremila miliardi di dollari. Una stima più realistica arriva a
cinquemila miliardi di dollari, includendo tutti i costi fuori bilancio
per i benefit e le cure a lungo termine dei veterani, il ripristino
dell’esercito nella sua forza prebellica e il costosissimo ritiro
dall’Iraq, con il riposizionamento delle forze altrove nella
regione»[...].
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