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Lavoro, Territorio, Stato PDF Stampa E-mail
Wednesday 17 September 2008

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LAVORO, TERRITORIO, STATO

Brevi cenni per un intervento politico

 
 
Introduzione 

Il lavoro che segue ha l’obiettivo di analizzare, seppur non esaustivamente, le mutazioni in atto in questa fase su temi importanti quali lavoro, territorio e stato.

La chiave interpretativa utilizzata per l’analisi delle tematiche affrontate - e per quelle che solo di riflesso sono state toccate - è contraddistinta da un duplice aspetto di ugual rilevanza: da un lato, l’inevitabile riferimento alle necessità economiche dell’attuale modo di produzione capitalistico e, dall’altro, l’esigenza del mantenimento del controllo repressivo (declinabile anche sul piano culturale, sociale e, quindi, immanentemente politico) nella gestione del conflitto capitale/lavoro e, nel complesso, delle contraddizioni sociali.

La scelta di approfondire gli argomenti summenzionati ha quale fine la verifica, attraverso lo studio teorico e la disamina delle prassi antagoniste (o semplicemente antisistemiche) sinora date e agite, delle cause delle difficoltà in cui oggi versano gran parte delle realtà politiche autorganizzate in un contesto caratterizzato da una crisi economica generalizzata che necessariamente comporta lo sforzo ineludibile di aggiornare i passati paradigmi impiegati per interpretare la fase per poter, così, calibrare gli strumenti da utilizzare per far crescere le lotte e far esplodere le contraddizioni.

Gli stessi apparati di potere, del resto, nel trattare l’attuale crisi si stanno dotando - con continui aggiustamenti – dei necessari impianti giuridici (e non) e stanno perfezionando le proprie capacità per affrontare mutamenti di forme e di intervento in modo sempre più rapido e concreto.

Il difetto di capacità di adattamento e di trasformazione comporterebbe, infatti, per molte istituzioni l’inadeguatezza e l’assenza di peso nella gestione delle dinamiche di controllo sociale e nei conflitti, sia sul fronte interno che su quello esterno.

E’ evidente quindi come i terreni dello scontro di classe siano i medesimi: a titolo puramente esemplificativo, il tema dei migranti. Il lavoratore migrante utile allo sfruttamento intensivo nel lavoro è anche fattore di stimolo per la trasformazione del territorio ed è utilizzato in chiave di conflitto ideologico-culturale (soprattutto nel senso di falsa coscienza) contro i lavoratori nazionali. Da qui la necessità di comprendere il più possibile il fenomeno e cercare di arrivare, al contrario delle aspettative repressive dello stato e dei suoi apparati, alla ricomposizione e ad un avanzamento della classe nello sviluppo del conflitto capitale/lavoro.

E’ la stessa crisi economica che evidenzia l’incompatibilità tra le esigenze del modo di produzione capitalistico e le necessità di soddisfare i bisogni e la conquista di diritti da parte dei lavoratori e degli strati sociali più deboli in genere.

Ciò è ancora più lampante se si osservano le difficoltà nei meccanismi di mercato (non solo borsistici) e i conflitti regionali sempre più intensi.

Le tensioni internazionali, per il controllo economico, politico e militare, sono in continua espansione e le risorse pubbliche, che prima venivano utilizzate per alimentare attraverso un intervento di welfare la domanda interna e mantenere un controllo sociale concendendo diritti, oggi sono utilizzate in tutt’altra direzione.

Occorre quindi riprendere il filo con la consapevolezza che nei vari interventi devono necessariamente essere considerate le tendenze in atto e le nuovi condizioni sociali…  

cenni sul conflitto capitale/lavoro

In una fase di parziale saturazione dei mercati come quella attuale per continuare a garantire i processi accumulativi e l’incremento dei profitti, le diverse compagini governative che si sono succedute hanno contribuito con politiche finalizzate al definitivo consolidarsi di un’organizzazione del lavoro flessibile ed estremamente parcellizzata.

Ciò ha segnato la scomparsa di una figura lavoratrice egemone e omogenea (l’operaio massa del periodo fordista) data la presenza di disparate forme di sfruttamento riconducibili a forme contrattuali diversificate[1].

La profonda individualizzazione del rapporto di lavoro a ciò conseguente, nonché l’artificiosa contrapposizione tra le diverse tipologie di lavori (subordinato, parasubordinato e/o simulatamente autonomo in diverse sfumature), contribuiscono comunque - e sono deliberatamente finalizzate - all’aumento dei profitti e al generale indebolimento della classe[2].

In questo contesto, fenomeno paradigmatico di precarietà (anche esistenziale) è il “lavoro migrante”. Il controllo dei flussi, fondamento della legislazione attualmente in vigore in materia di immigrazione (Bossi-Fini - aggiornata dalla Ferrero-Amato - non molto dissimile dalla precedente Turco-Napolitano), affiancato da una politica di sostanziale dosaggio centellinato dei diritti di cittadinanza agli stranieri, costringe di fatto gli immigrati ad accettare qualsiasi forma di integrazione economica a qualsiasi condizione di lavoro, purché possa offrire qualche prospettiva di inclusione sociale e sia sufficiente, seppur nel breve periodo, ad evitare l’espulsione. Ciò rende l’immigrato, meglio ancora se clandestino, il soggetto flessibile per eccellenza, assolutamente indispensabile al nostro sistema per la sua estrema ricattabilità e vulnerabilità.  

Con l’avvento del postfordismo si struttura altresì un nuovo dispositivo di controllo della forza lavoro assai pervasivo tanto in senso orizzontale (mobilità territoriale e migrazioni) quanto verticale (aspetto temporale dell’organizzazione del lavoro: si veda sul punto anche la recente direttiva europea sull’orario di lavoro[3]). Si assiste al superamento completo di quella che è stata definita “società disciplinare” la quale, tra le proprie caratteristiche costitutive, prevedeva un controllo fortemente localizzato e dai confini ben definiti (la fabbrica per la produzione massificata di beni) anche temporali. Ma una produzione da svolgersi in spazi limitati ad alta concentrazione operaia e con tempi predeterminati ha, di converso, favorito forme resistenziali e di attacco di classe incisive. Lo smembramento della fabbrica con la conseguente dispersione della produzione su un territorio assai più vasto, l’assenza di alcuna soluzione di continuità tra tempo di lavoro e di non lavoro[4], hanno comportato la predisposizione di un controllo differente (senza il venir meno ovviamente del rapporto gerarchico all’interno del singolo luogo di lavoro).

L’attuale organizzazione produttiva richiede al lavoratore forme di cooperazione[5] (anche in termini di promozione del consenso attraverso la concessione di premi individuali, superminimi, ecc. discrezionalmente decisi dal singolo padrone) in un contesto nel quale permangono però rapporti rigidamente gerarchizzati: una produzione reticolare (sul territorio e all’interno del medesimo luogo di produzione) nella quale al lavoratore (che nel taylorismo si relazionava pressoché esclusivamente con la macchina) sono richiesti coordinamento e concorso all’interno di un quadro gerarchico comunque preciso e dato. Si assiste così, da un lato, alla richiesta di partecipazione (anche di tipo economico e finanziario: per esempio con la corresponsione di quote di salario in azioni della società) e condivisione degli intenti produttivi dell’impresa (cfr. alcuni aspetti e dinamiche di gruppo propri del cosiddetto toyotismo[6]) senza beneficio alcuno, dall’altro, a rapporti di lavoro sempre più precari con riflessi che investono tutti i piani (relazionali, sociali e psicologici con conseguente creazione di un nuovo impianto ideologico[7]) delle singole vite.

 

La costruzione di un mercato del lavoro e, correlativamente, di un’organizzazione del lavoro altamente flessibile ha generato delle ricadute negative anche sulla struttura delle remunerazioni (salario diretto e differito) e quindi sul reale potere di acquisto del lavoratore.

La caduta della capacità di acquisto dei salari è dovuta principalmente alla scomparsa della scala mobile, ovvero quel meccanismo automatico che permetteva, almeno in parte, la difesa e la tenuta del potere di acquisto dei salari dagli incrementi del costo della vita.

Punto di partenza del processo di revisione degli scatti di contingenza è stato il cosiddetto decreto di San Valentino del 1984[8] che ha ridotto l’incidenza della scala mobile[9], cui è seguita la sconfitta della compagine favorevole alla sua abrogazione nel referendum tenuto nel 1985.

Tale processo di progressiva disgregazione sfocerà poi negli accordi concertativi del luglio 1992 che sancirono l’abrogazione definitiva dell’istituto in oggetto e, con il successivo accordo interconfederale del luglio 1993, la dinamica di computo del salario monetario viene predeterminata e vincolata al tasso di inflazione programmata dal governo in carica e, quindi, non più oggetto di contrattazione nazionale tra le parti sociali.

Poiché il tasso di inflazione programmato è costantemente inferiore al tasso di inflazione effettivo[10], si assiste ad una continua “rincorsa” del salario nominale per mantenere inalterato il suo potere di acquisto. Anche nel caso in cui l’obiettivo è stato raggiunto, soprattutto grazie alla contrattazione integrativa[11], il risultato complessivo è che tutti gli incrementi di produttività (e quindi del PIL) sono stati appannaggio dei profitti (e delle rendite) e non redistribuiti anche al reddito da lavoro[12]. Con l’accordo 23 luglio 1993 Confindustria e padronato, con la colpevole complicità di Cgil-Cisl-Uil, hanno raggiunto l’obiettivo di assoggettare la variabile salariale (da declinare in termini di aumenti reali e non collegati al solo “recupero” inflazionistico) alle proprie esigenze produttive.

Il potere d’acquisto dei salari è stato ulteriormente ridotto dal progressivo smantellamento del welfare italiano soprattutto in materia previdenziale, sanitaria e d’istruzione. Sistema sociale che, in prospettiva, sarà sempre più oggetto di tagli e privatizzazioni[13]: ogni riduzione delle entrate dello Stato determina quale conseguenza la riduzione della spesa pubblica...ergo, le minori entrate causate, per esempio, dalla detassazione della retribuzione dovuta per le ore di straordinario prestate[14] (ovviamente oggetto di lodi sperticate da parte di Confindustria, ma anche della Cisl di Bonanni) che prevedibili effetti e costi sociali avranno? Senza contare gli effetti negativi sulla persona del lavoratore (aumento percentuale del rischio di infortunio nonché di sintomatologie da accumulo da stress), sulla sua vita sociale e affettiva (meno tempo da dedicare ai propri interessi, alla famiglia).

Con lo scippo del trattamento di fine rapporto[15] e la diffusione dei fondi pensione privati si è di fatto consentito l’espropriazione anche del salario differito consegnandone una buona parte alle rendite e alla speculazione finanziaria. Del resto, sempre in tema di previdenza, continui sono gli aggiustamenti (da ultimo il protocollo sottoscritto nel luglio 2007) tesi alla riduzione dei coefficienti utilizzati per il calcolo delle pensioni[16] e al progressivo innalzamento dell’età minima per andare in pensione. In definitiva dalla riforma Dini del 1995, che ha sostituito il sistema retributivo con quello contributivo per la quantificazione del valore della pensione da erogare (il calcolo avviene quindi non sulla base delle ultime retribuzioni percepite, ma sui contributi versati), il livello di trattamento previdenziale è sempre più basso.

Oggi si vorrebbe far fare all’istituto del contratto collettivo nazionale la stessa fine della scala mobile: Cgil-Cisl-Uil sono pronte ad avviare il confronto con Confindustria[17] sulle questioni individuate in un documento unitario che traccia le linee di riforma della struttura della contrattazione.

In tale documento si riscrive l’articolazione del modello contrattuale - contratti con scadenza triennale (si dilatano quindi i tempi per gli aumenti salariali) e un unico modello per il pubblico e per il privato - e si definiscono le nuove regole su democrazia sindacale e rappresentanza. Il contratto nazionale dovrà continuare a garantire il potere d’acquisto (recuperando, con la revisione degli indici, l’inflazione “realisticamente prevedibile” e non più quella programmata, ma sul punto Confindustria è contraria[18]), mentre la contrattazione di secondo livello, a cui è affidato il compito di aumentare il potere d’acquisto dei salari, dovrà potersi dispiegare in una molteplicità di forme (contratti aziendali, territoriali, di distretto, filiera e via dicendo) per aumentare il potere d’acquisto incentrandolo su “parametri di produttività, qualità, redditività, efficienza, efficacia” (pag. 5 delle “Linee di riforma della struttura della contrattazione ” a firma Cgil, Cisl e Uil).

Confindustria, da par suo, ha definito le proprie linee guida ribadendo le proposte del settembre 2005: la contrattazione di secondo livello viene declinata esclusivamente come “aziendale” (con i salari legati in via esclusiva ai parametri di produttività), e naturalmente “facoltativa”. Contratti territoriali, di sito, distretto o filiera non sono ammessi, e laddove lo fossero, “sarebbero alternativi al contratto nazionale”.

In altre parole, ha spiegato limpidamente il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei (in una dichiarazione del 9/06/2008), va ridotto il peso del contratto nazionale incentivando la contrattazione decentrata[19].

Cosa comporti in termini di tutela (normativa e salariale) l’attacco portato alla contrattazione collettiva nazionale è di immediata evidenza: una contrattazione sempre più individualizzata a favore del padrone con un sindacato sempre più attento alla partecipazione ai processi di accumulazione finanziaria (sostegno a fondi comuni di impresa), pienamente inserito negli organismi di gestione dell’impresa (di amministrazione e/o di vigilanza sul CDA) che eroghi ai propri iscritti esclusivamente attività di servizio.

affrontare il territorio: cenni di analisi

per intervenire

Il passaggio dall’organizzazione del lavoro di carattere prettamente fordista a quella definita postfordista, unitamente ad altri numerosi eventi causali, ha decretato anche la radicale trasformazione del territorio e delle metropoli.

Come accennato nell’introduzione, per affrontare questa tematica, occorre dotarsi di alcune chiavi metodologiche su come procedere e sulle motivazioni che spingono una realtà politica a misurarsi e a ricalibrare il proprio agire su questo terreno.

Innanzitutto occorre definire cosa si intende per territorio. In estrema sintesi, il territorio è il luogo dove le persone sviluppano la propria attività vitale: lavoro, casa, politica, fruizione di servizi sociali, socialità…

Non va d’altronde dimenticato il rapporto con l’ambiente e gli sviluppi anche conflittuali che esso può determinare: primo pensiero è la Val di Susa e la lotta dei suoi abitanti (non sottovalutando il ruolo fondamentale delle realtà politiche), senza dimenticare le altre numerose mobilitazioni popolari in risposta a progetti di devastazione ambientale (Chiaiano, Scanzano Jonico, progetto di ponte sullo stretto di Messina, ecc…), capaci di coinvolgere migliaia di persone.

In tal senso si può qualificare il territorio in vari livelli dimensionali: macroregioni sovranazionali, nazioni, regioni, valli, paesi, città e quartieri.

In secondo luogo, occorre ribadire ancora una volta la centralità del modo di produzione e dell’economia nel processo di trasformazione delle cose e quindi anche del territorio.

Dalla chiusura della fabbrica fordista alla modificazione delle forme e dei luoghi di sfruttamento e infine alle migrazioni di massa, l’incidenza sui mutamenti provocati dalle esigenze capitalistiche (ovviamente il modo di produzione che rimane) ha una notevole ripercussione sul territorio e sui quartieri. Cittadelle industriali tipo Sesto San Giovanni non hanno oggi più senso, almeno in “occidente”, considerando la nuova dimensione e la qualità della divisione internazionale del lavoro (oltre alle già menzionate nuove esigenze produttive).

Una realtà politica antagonista, sia esso collettivo, centro sociale, sindacato di base, organizzazione o quant’altro, deve munirsi di strumenti per comprendere e intervenire. Rimanendo la centralità del lavoro (nel quale si attua uno sfruttamento tanto diretto nella produzione di “valore” quanto indiretto in quello che si vede anche nei cosiddetti nuovi lavori) e delle lotte relative, ormai non si può evitare di misurarsi su altri terreni, o quantomeno occorre riprenderne il filo, comprendendo anche errori commessi negli ultimi anni.

Si tratta di temi di fatto connessi alla centralità precedentemente indicata, per sommi capi identificabili con: la casa, il salario indiretto, i servizi sociali in genere.

Applicare la coscienza critica per arrivare al punto di vista di classe. Un approccio analitico, seppur sintetico, non può prescindere da argomenti già visti (da riprendere e razionalizzare) e deve esaminare le novità, con lo scopo di procedere a interventi politici, oggi quanto mai sperimentali, che ormai non possono più essere lasciati in disparte: si può procedere in una campagna antirazzista senza tener conto dello sfruttamento e della necessità di raccogliere la domanda dei migranti sui servizi sociali e sulla casa?

 

Ma per cercare di comprendere il presente occorre fare un passo indietro.

Il fordismo e l’accelerazione industriale che si sono sviluppati dall’inizio del secolo scorso hanno determinato importanti migrazioni interne ed esterne, con conseguenti emergenze sociali.

Il flusso di persone che si è mosso dalle campagne verso le città industriali ha avuto come fine principale la ricerca di un impiego per i lavoratori e, di converso, la disponibilità di manodopera da sfruttare da parte delle grandi imprese.

Tuttavia le tensioni sociali generate da questo ampio movimento di persone, specialmente dopo la crisi del ’29, dovevano essere controllate: le istituzioni corsero inizialmente ai ripari con quello che venne chiamato welfare state o stato sociale. L’ampio utilizzo della spesa pubblica ha avuto lo scopo di uscire da una crisi economica che, da un lato, ha creato un aumento delle tensioni di classe controllabile solo attraverso il riconoscimento parziale dei diritti (con il relativo aumento della spesa sociale) e, dall’altro lato, ha comportato un intervento di salvataggio delle imprese provate dai dissesti finanziari seguiti al crollo delle borse.

Scopo della politica di intervento pubblico era, in sintesi, il mantenimento del modo di produzione capitalistico e la ricerca della cosiddetta piena occupazione (formale) e la riprogettazione delle città.

Nascono quindi, ai fini della nostra analisi, interi luoghi (città e quartieri) per ricevere e/o ricollocare la manodopera utile all’industria e al mondo del lavoro, creando vere e proprie cittadelle e città industriali dove casa e lavoro risultavano contigui: in Italia esempi di tale processo di urbanizzazione sono Sesto San Giovanni (Falck, Breda, Marelli…), Torino (Fiat) e Ivrea (Olivetti).

Da rilevare comunque che nel nostro paese il compimento di questo percorso di nuova urbanizzazione legata all’industria avviene nel secondo dopoguerra, mentre la grande migrazione dal sud al nord, verso il cosiddetto triangolo industriale (Milano, Torino e Genova), esplode nella seconda metà degli anni ‘50. 

Il processo appena descritto si sviluppa senza interruzioni fino al 1973, l’anno della crisi petrolifera, che ha risvolti molto più importanti e generali.

La spesa pubblica era arrivata a limiti inaccettabili per il modo di produzione e doveva essere ricollocata verso altri tipi di intervento. I sovrapprofitti legati allo sfruttamento delle risorse del cosiddetto terzo mondo si erano ampiamente ridotti e il costo del lavoro era troppo alto per consentire il giusto livello di profitto da lavoro, specialmente in un mercato che cominciava a saturare e con una concorrenza violenta tra i monopolisti, che trascinava il relativo indotto ad una grave incapacità di affrontare le nuove esigenze della domanda e dell’offerta.

Occorre ridurre e ricollocare la spesa pubblica anche a discapito delle speculazioni edilizie dominanti fino a quel momento.

Non essendo più possibile utilizzare il denaro pubblico per controllare le tensione sociali e approfittando del riflusso dei movimenti, i conflitti vengono progressivamente affrontati nella forma dell’ordine pubblico e della repressione. In alcuni paesi (come l’Italia) anche attraverso la forma della concertazione sindacale.

Cambia l’esigenza del mercato, cambia la forma dell’intervento pubblico, cambia l’organizzazione del lavoro e, di conseguenza, cambia il territorio.

Oggi, perlomeno nei paesi occidentali, il modello fordista del lavoro (con fabbriche di grandi dimensioni concepite per svolgere la totalità della produzione con l’ausilio dell’indotto presente nelle immediate vicinanze della catena di montaggio) si è ridotto o addirittura è scomparso.

Si assiste alla creazione di moderne filiere che hanno le proprie sedi in tutto il mondo. E ciò che rimane della concezione della grande fabbrica oggi è ricollocato nel cosiddetto terzo mondo: la Fiat, per esempio, riduce i propri siti produttivi in Italia per aprire in Polonia o in Argentina, oppure si accorda con la Tata (casa automobilistica indiana) per terziarizzare l’intera produzione di un particolare modello di auto.

Se la Fiat si modifica anche il tessuto urbano muta: Torino deve di conseguenza riprogettarsi per non morire al pari di Detroit, città che ha subito un crollo dopo che la General Motors ha reimpostato e ristrutturato la propria produzione.

D’altronde anche Milano deve affrontare le nuove condizioni: Sesto San Giovanni non è più una cittadella basata sulle grandi industrie e legata alla metropoli. Come del resto anche sul piano del conflitto sociale non si vedono più gli scioperi e i grandi cortei degli operai di Breda, Pirelli, Ansaldo sciamare verso il centro città. E infine si sono perse anche le varie forme di cultura, solidarietà, conflitto, confronto che caratterizzavano i quartieri operai e popolari negli anni ‘60 e ‘70.

Ma anche fuori dalle metropoli la diversa concezione dell’organizzazione del lavoro ha contribuito alla trasformazione territoriale: si pensi alla Val di Susa e al progetto di realizzazione del Tav.

Qui l’intervento della stato (e, quindi, dell’allocazione di parte della spesa pubblica) è totalmente legato all’idea di grande opera finalizzato alla speculazione e a una presunta circolazione delle merci (semilavorati e prodotti finiti) più rapida e puntuale. Non dimentichiamoci che la merce in movimento non produce profitto da lavoro e non è definitivamente venduta: rappresenta perciò una perdita di tempo (da razionalizzare e ridurre) nel meccanismo della produzione e del mercato.

Più in generale, il privato prende definitivamente il sopravvento e scompare progressivamente la politica del welfare.

Non è però venuto meno il problema del rapporto tra lavoro e territorio. Il lavoro si ristruttura, ma non scompare nelle vecchie città industriali. Si assiste ancora al riformarsi di importanti migrazioni legate alle vecchie e nuove forme di sfruttamento.

In tale contesto, occorre inquadrare in primis che il mondo del lavoro si  divide tra chi ne è dentro e chi ne è fuori.

In un secondo momento, occorre porre l’attenzione tra tipologie lavorative precarie e non. Ciò comporta una relativa stabilità per alcuni e una progressiva precarietà di vita e marginalizzazione socio-economica per gli altri.

Quindi, oltre ad assistere ad un crescente esercito industriale di riserva, l’impatto sul territorio non è di poco conto. I quartieri e le città vengono lasciati a sé stessi, con la progressiva crescita di conflitti tra poveri, declino e incuria. I quartieri vengono concepiti dalle istituzioni e dagli abitanti stessi come luoghi transitori: alla continua ricerca di lavoro e ricattati dai tempi del lavoro (turni e pendolarismo), il quartiere è un dormitorio e non viene vissuto. Appare solo ciò che si vede e non si dialoga con chi è intorno. Appena si può (o si deve) ci si muove verso altri lidi.

Notoriamente i meccanismi che regolano la migrazione sono legati a fattori economici e in particolare alla povertà e alla ricerca di lavoro, ma è in seguito alla rivoluzione industriale che le migrazioni hanno assunto un carattere particolare.

Oggi la situazione è decisamente cambiata: anche le migrazioni assumono aspetti particolari e sono rappresentabili in più categorie (sebbene con il tempo esse andranno modificandosi).

Della prima (migrazione interna) si è già accennato: vede una popolazione (già presente in un territorio specifico) muoversi in funzione del lavoro (turni, pendolarismo), vivendo il luogo in termini transitori.

Essa ha, ad oggi, carattere nazionale e si muove in due direzioni: ghetti sicuri o luoghi  di lavoro. Chi vive nei primi appartiene pressoché esclusivamente al cosiddetto ceto medio.

I secondi sono coloro che vivono la precarietà, nonché coloro che sono costretti ad emigrare dal cosiddetto sud del mondo verso i paesi più ricchi (un processo che ha avuto inizio, secondo molti ricercatori, nei primi anni ’90).

La terza categoria riguarda le migrazioni dai paesi più poveri verso quei paesi del cosiddetto terzo mondo con un tasso del PIL in continua e importante crescita: si pensi alla quantità di persone che dai paesi più poveri dell’Asia si dirigono verso Cina e India per lavorare in manifatture che ancora oggi possono definirsi fordiste o addirittura prefordiste. Si tratta di migrazioni che faranno sentire il loro peso nel corso dei prossimi anni.

Questa nuova ondata di migrazione (interna ed esterna) è stata considerata in maniera diversa a seconda delle categorie sopra indicate. 

Lasciato esaurire l’intervento dello stato sociale e della politica dell’accoglienza, oggi tutto viene affidato alle dinamiche del mercato. Coloro che appartengono alla prima categoria (migrazione interna) possono in gran parte affrontare il problema casa: chi per i mezzi di cui dispone, chi attraverso enormi sacrifici (precari e lavoratori nazionali in genere).

Per i  migranti “internazionali” non vi è scampo. Essi sono ricattati sul luogo di lavoro, vivono ammassati in edifici fatiscenti e non godono dei servizi pubblici e sociali essenziali.

Vengono marginalizzati e progressivamente diventano, per le istituzioni e l’opinione pubblica, un problema di ordine pubblico.

Un ricatto continuo che si conclude quasi inevitabilmente con l’espulsione. Si salva provvisoriamente (forse) solo chi estrae il biglietto fortunato del permesso di soggiorno.

Un enorme esercito di lavoratori sottopagati utili ad ingrossare il cosiddetto esercito industriale di riserva (come descritto in precedenza) e ad abbassare il costo del lavoro. Utile merce usa e getta per le imprese…

Proprio nel momento  in cui un processo di trasformazione tecnologica, economica e sociale che oramai ha l’intero pianeta come suo campo d’azione è all’origine di un nuovo ciclo migratorio, i migranti vengono fatti oggetto di un atteggiamento di rifiuto tanto generalizzato, quanto difficilmente giustificabile in termini strettamente razionali. È infatti difficile pensare che l’integrale trasformazione della divisione internazionale del lavoro, delle modalità dei flussi monetari e di circolazione dei capitali, cui stiamo assistendo in questi anni, sia possibile senza contemplare una simultanea ridistribuzione insediativa degli uomini.(…) Eppure proprio agli spostamenti di uomini vengono sempre più frequentemente frapposti ostacoli, barriere giuridiche, burocratiche e poliziesche” (Petrillo “La città perduta” pag. 141).

Perché ciò avvenga, si deve instaurare anche un clima di paura.

Ad esempio, una elevata concentrazione di migranti nordafricani o cinesi in un singolo quartiere (privo delle strutture per accoglierli) viene trasformato in un “problema di convivenza”. Specialmente se in questi quartieri i migranti diventano manodopera gestita dalla malavita locale: si pensi ai quartieri di Milano che vedono la criminalità organizzata controllare il mercato del lavoro nero e gli alloggi delle case popolari, rappresentando gli unici riferimenti per chi è in cerca di un impiego e di un posto dove dormire.

La paura è quindi alimentata dal disagio sociale. Nessuna fazione parlamentare si è sottratta da tale meccanismo (si pensi alle scorse elezioni…).

D’altronde è più propagandistico parlare di un migrante che compie un reato, piuttosto che contarne il numero di quanti muoiono nei luoghi di lavoro a causa del mancato rispetto delle più elementari norme di sicurezza.

Il tutto alimenta un clima di tensione che viene comunque gestito in chiave repressiva.

Se dai banchi della destra parlamentare si inneggia alla tolleranza zero, in quelli della “sinistra” si fa il distinguo tra buoni e cattivi, e il migrante viene considerato come un ospite che deve sottostare alle regole del magnanimo padrone di casa. Peccato che le regole alle quali deve integrarsi siano dettate dalle esigenze dei poteri economici e istituzionali, funzionali agli andamenti di mercato.

D’altronde, la stessa politica dei flussi è da considerarsi totalmente inutile nella misura in cui le spinte migratorie sono incontrollabili e dettate dall’esigenza di raggiungere i poli ricchi dell’economia. E d’altronde la stessa capacità economica di un paese non può prescindere dal lavoro (sottopagato) dei migranti.

Ripetiamo, le chiavi per comprendere le trasformazioni del territorio sono sempre le stesse: l’economia, il sociale e la politica di controllo e repressione.

La nuova dimensione della divisione internazionale del lavoro pone problemi e temi nuovi. La nuova condizione collegata alla crisi internazionale dell’economia vede svilupparsi un diverso modo di concepire il territorio e l’urbanizzazione.

Nel caso milanese, si è di fronte ad un’area metropolitana tentacolare, attraversata da flussi continui di persone e di merci, in cui la produzione non è più localizzata in determinate aree ma si è diffusa sul territorio.

Questa trasformazione ha coinvolto a partire dalla fine degli anni ‘70 tutta l’area milanese.

Si tratta di un cambiamento che mostra i suoi effetti anche all’interno della città stessa.

In una rapida panoramica, si nota che:

- il centro della città è sempre più lussuoso e riservato ai turisti. Qui hanno sede le attività legate al terziario (uffici, moda, ecc…); questa zona è identificabile nell’area che a partire dal Duomo giunge fino alla cerchia esterna (transito 90/91);

- al di là della cerchia e fino al confine della città, sono presenti i tradizionali quartieri residenziali, che si alternano a quelli in declino o popolari. In questi ultimi si raccolgono le tensioni maggiori dal punto di vista sociale, essendo i luoghi in cui si insedia la maggior parte dei migranti. Anche in queste aree si ha una prevalenza del terziario: call center, uffici, supermercati, ecc...

- al di fuori del confine delle città si assiste ad un continuo aumento della popolazione. Si tratta di coloro che fuggono dai quartieri periferici in cerca di luoghi “ghetto” e dormitorio, in cui vivere lontano dalle contraddizioni sociali che la città porta con sé. Queste zone sono interessate da un notevole aumento della densità abitativa (la quasi totalità delle nuove abitazioni è di proprietà) e da nuove strutture di ampie dimensioni, che invadono il territorio e lo ridefiniscono completamente in un susseguirsi di centri direzionali, grandi complessi residenziali, ipermercati, spazi fieristici ed espositivi, spazi per la logistica, fabbriche di piccole e medie dimensioni, nuove arterie autostradali, ecc…

 

Ovviamente, il tutto non è inquadrabile in senso assoluto, ma la tendenza in atto è più che mai evidente.

Cosi come è altrettanto evidente la strutturazione in classi all’interno della città. Le classi ricche e appartenenti al ceto medio si riversano verso il centro, verso i quartieri residenziali o verso l’hinterland, “difendendosi” con meccanismi di confine ben visibili dal resto della città (ad es. videosorveglianza capillare, vigilantes privati, ecc…).

Il resto della popolazione, identificabile con i lavoratori a basso reddito e possibilmente precari (italiani o migranti), si riversa nei quartieri in declino e popolari. Una trasformazione simile è stata osservata da Mike Davis nel saggio Città di quarzo, in cui viene descritta la nascita e il consolidamento (negli Stati Uniti nei primi anni ‘80) delle enclave per i bianchi ricchi, superprotette e inaccessibili agli “indesiderati”. 

La popolazione residente nei quartieri popolari viene considerata “in transito”, e le politiche sociali in questi quartieri vengono affidate all’ordine pubblico o all’associazionismo caritatevole dei volontari.

Dal punto di vista repressivo, abbandonando completamente l’intervento dello stato sociale, si assiste ad un aumento costante della presenza delle forze dell’ordine in varie forme: poliziotto di quartiere, capillare presenza militare nel territorio, controllo delle tensioni, ecc…

Infatti, se la struttura repressiva è pienamente funzionale ed efficace nei quartieri del centro e residenziali, in quelli a rischio lo scopo diviene il mantenimento delle tensioni all’interno di limiti ben definiti. Una sorta di politica del contenimento del danno, sapendo bene che il problema in sé non si può e comunque non si vuole risolvere.

Le contraddizioni sociali infatti sviluppano solo, in mancanza di welfare, una cultura dell’intolleranza e della decadenza.

Si odia il diverso, sia esso straniero o povero o culturalmente diverso, perché si è (era) in una società in equilibrio o comunque formalmente benestante.

Tutto ciò che rompe tale equilibrio è il nemico. E tale condizione viene comunque estremizzata al livello di allarme sociale dai politici e dai media, sia per distogliere l’attenzione dall’inefficacia della politica attuale e dall’incompatibilità tra i problemi sociali e le esigenze economiche, sia per creare ulteriore tensione e consenso.

Il risultato è un crescente manifestarsi dello stato di polizia e “una dimensione collettiva e condivisa della sorveglianza e del vigilantismo” (sempre il già citato Petrillo).

Così si riaffacciano, accanto al meccanismo repressivo, forme di polizia privata e ronde di cittadini. Gli stessi abitanti diventano spioni di se stessi: del vicino di casa, delle presenze nel giardino pubblico, ecc… Ovviamente l’efficacia di tale dimensione collettiva di controllo ha esiti diversi nei singoli quartieri della città: ma il risultato in definitiva è quello di fiancheggiare la repressione con una cultura e una ideologia della paura.

La crescita dimensionale delle città porta tuttavia ad un nuovo conflitto e ad una nuova gestione del territorio dal punto di vista istituzionale.

Oltre alla chiave repressiva, lo stato deve affrontare la difficoltà relativa alla vasta area metropolitana da controllare e alle singole peculiarità dei quartieri.

Pertanto, le istituzioni delle città si modificano in funzione delle nuova condizione: non potendo più contare sugli interventi sociali diretti e su una burocrazia centralizzata, visto l’espandersi della metropoli e la crisi economica, la politica si struttura in nuovi rapporti tra grande e piccolo, tra centro e periferie.

In Italia ormai si parla sempre più di città metropolitana.

Si tratta di recuperare poteri e risorse dal potere centrale per contare maggiormente e gestire al meglio la nuova dimensione. I poteri decisionali, repressivi e di carattere sociale si spostano verso una nuova istituzione in formazione, che comprenderà la città vera e propria e tutta la fascia dell’hinterland.

Ma anche la gestione delle tasse, della repressione (polizia locale!) e degli appalti al settore privato (si pensi alla terziarizzazione di sevizi scolastici, sanità, assistenza agli anziani, ecc…) seguono linee decise dalla nuova forma dimensionale.

A quel punto, abbandonato il principio del welfare per cui il servizio pubblico era comunque dovuto, gli amministratori delle città e delle future metropoli diventano veri e propri manager in cerca di risorse e di appalti all’interno di quelli che sono i classici meccanismi di mercato: si assiste quindi a tagli della spesa,  riduzione dell’organico, riduzione della qualità, ricerca del pareggio e dell’utile di bilancio.

Le risorse trovate vengono inoltre direzionate all’incentivazione delle imprese private, anche per creare le condizioni di mercato necessarie alla sopravvivenza delle stesse: siano esse destinate alle grandi opere come l’Expo 2015 o siano destinate al piccolo appalto della cooperativa di pulizie. L’intero sistema di appalti crea quindi un modello che azzera di fatto l’intervento e che viene controllato solo formalmente dalle istituzioni.

Il risultato più eclatante è la totale assenza di una politica degli alloggi (con il notevole aumento dei residenti nei quartieri più marginalizzati), e con interventi sul piano regolatore diretti unicamente alla creazione di case di proprietà o grandi palazzi per la Fiera. 

Abbiamo cercato, quindi, di mettere in luce le trasformazioni in atto nelle aree metropolitane e nel territorio, focalizzando l’attenzione sulla città di Milano.

In particolare, crediamo che queste trasformazioni vadano tenute in considerazione adottando una prospettiva più ampia, tesa alla costruzione e alla ricomposizione di ambiti di lotta e conflittualità.

In una città in cui è sempre più crescente il peso delle grandi società immobiliari e della speculazione edilizia (processo ulteriormente accelerato dal già citato Expo 2015), si tratta di elaborare una prospettiva di ricomposizione strettamente legata all’individuazione delle contraddizioni sociali che il tessuto urbano porta con sé: pensiamo naturalmente al problema del diritto alla casa, all’aumento costante degli affitti (anche nelle case popolari), alla continua dismissione dei servizi sociali, alla progressiva espulsione delle fasce di popolazione indesiderata verso le periferie e l’hinterland, ecc...

Non si tratta di invocare un recupero dello stato sociale, bensì di individuare i potenziali elementi di intervento per quelle realtà che intendono procedere in un’ottica di iniziativa territoriale, autorganizzata e dal basso, strettamente legata alle rivendicazioni economiche che si sviluppano in tutta l’area metropolitana.

In un’ottica più ampia, riteniamo che questo approccio sia stato utile nelle tantissime mobilitazioni popolari che si oppongono ai molti progetti di devastazione ambientale presenti oggi in Italia.

In particolare, quello che emerge è la capacità delle realtà politiche locali (centri sociali, sindacati di base, ecc…) di inserirsi nel rapporto tra comunità e territorio, convogliandolo verso nuove forme di conflittualità, non più limitate alla sola questione ambientale, ma capaci di coinvolgere altri ambiti e altri soggetti.

economia e controllo sociale: lo stato

Infine anche le modificazioni sovrastrutturali sono necessariamente determinate in maniera dialettica dalle esigenze strutturali-economiche.

In particolare lo stato, i suoi apparati e le varie forme istituzionali date (comprese quelle sovranazionali) mutano in funzione dell’evoluzione dei cicli economici e delle crisi a essi strutturalmente connesse che periodicamente si manifestano.

Tali aggiustamenti si determinano soprattutto in funzione delle necessità di controllo delle spinte sociali antagoniste: siano esse legate al conflitto di classe o di contrapposizione interne ai poteri.

Ad esempio il fascismo, che storicamente è nato dall’esigenza di reprimere violentemente le aspirazioni della classe lavoratrice, dopo la crisi del ‘29 ha cominciato a intervenire anche nel mercato con una primitiva forma di keynesismo allo scopo di nazionalizzare le perdite e prevenire ogni eventuale  spinta conflittuale interna alla società.

Con ciò le istituzioni del ventennio, pur mantenendo la forma dittatoriale, in base alle esigenze strutturali e sociali hanno modificato (almeno in parte) le proprie forme e il proprio intervento.

Se il fascismo ha rappresentato comunque un’idea di stato forte, repressivo e totalmente presente nei meccanismi sociali (si pensi alle corporazioni), utile e funzionale alle aspirazioni dei poteri economici italiani del periodo, nel dopoguerra quest’ultimi necessitano di nuove forme.

Esse hanno contribuito all’instaurazione in Italia del regime costituzionale, frutto del compromesso sociale tra classi e rappresentato dalla presenza di molteplicità di partiti (nonché da quanto riflesso dal profilo internazionale), che ha portato alla progressiva (sebbene lenta) formazione di nuove istituzioni.

In realtà si trascinerà in toto per decenni la strutturazione statuale di origine fascista e in particolare la legislazione (il diritto di sciopero, per esempio, verrà riconosciuto formalmente solo negli anni sessanta).

E’ comunque il segnale di una forma ibrida di controllo sociale tra repressione attiva e concessioni.

Infatti, una volta sconfitta la spinta derivante dalla resistenza, con il progressivo isolamento di questa anche ad opera dei partiti di sinistra, lo stato si orienta verso l’attuazione di un keynesismo progressivo con il quale intervenire in maniera importante (sebbene non determinante) in economia, creando con il progressivo aumento della spesa pubblica le condizioni per la cosiddetta accumulazione primitiva, facilitando in tal modo le condizioni per il boom economico e la concessione di diritti, allo scopo di calmierare le spinte di classe e sociali comunque presenti e irrisolte.

Gli anni settanta rappresentano un ulteriore punto di svolta. La concorrenza internazionale, la crisi economica, la necessità di trasformare in senso più produttivo e non conflittuale la produzione industriale porteranno ad un ulteriore mutamento degli apparati sovrastrutturali.

La fabbrica in primis comincia ad organizzarsi nella forma oggi comodamente chiamata postfordista con la scomposizione della catena produttiva in molti siti nazionali e internazionali e con la frammentazione numerica della classe lavoratrice.

Le istituzioni traducono questi cambiamenti nella nuova forma di democrazia autoritaria, che si esprime in una repressione e in un isolamento preventivo, anche culturale, volto ad alimentare la frammentazione sociale e ad impedire qualsiasi forma di rete, anche solo di solidarietà.

Inoltre, mentre prima il controllo era diretto a settori sociali e luoghi ben definiti (la fabbrica), oggi esso si può dire collettivo e diffuso su tutto il territorio con l’aumento di telecamere, dispositivi di controllo e poliziotti di quartiere.

Una strategia di controllo e di fabbricazione del consenso si rivela necessaria nel momento in cui la classe lavoratrice subisce i gravi effetti della crisi economica, del progressivo abbattimento del welfare a favore della privatizzazione dei servizi (erosione del salario indiretto) ed è investita da una diffusa e preoccupante precarietà sociale.

Una situazione che dovrebbe dare modo all’insorgere di situazioni diffuse di scontro e al formarsi di una forte opposizione sociale in realtà è sterilizzata dalla creazione demagogica di falsi miti di un successo alla portata di tutti/e, della cooptazione ideale degli appartenenti a tutte le classi sociali mediata da valori di arrivismo, personalismo e meritocrazia. 

Dall’altra parte la continua ricerca di un nemico (interno ed esterno) è finalizzata alla creazione artefatta di un’identità da proteggere.

Di qui la necessità di fomentare razzismo e xenofobia, sia perché creano senso di appartenza e di unità verso lo Stato, che si fa protettore degli onesti cittadini, sia come strumento per legittimare forme di controllo sempre più pervasive che vengono poi utilizzate per reprimere, non solo in senso poliziesco ma anche culturale e sociale, ogni forma di dissenso: chiunque non condivida i valori di questa società e cerchi di cambiarla deve essere considerato come un soggetto estraneo, pericoloso per la propria sicurezza (es. un lavoratore che vuole scioperare è percepito come nemico perché mette a rischio il posto di lavoro sicuro dei colleghi).

Si delinea così una società fondata su “paura” e “insicurezza” e sul successo di risposte securitarie (militari e poliziesche) alle problematiche economico-sociali tanto a livello locale quanto mondiale.

Sul fronte internazionale la formazione fin dalla fine della seconda guerra mondiale di nuove istituzione di carattere macroregionale comporta l’adeguamento progressivo dei singoli stati nazionali. La Nato, creata in contrapposizione al blocco sovietico, progressivamente si trasforma da semplice organo militare a vero e proprio organismo di pressione politica (forte dei propri apparati bellici in non pochi casi utilizzati) per influenzare anche internamente i singoli stati e i possibili governi.

L’Unione Europea, nata per creare una potenza economica europea e per alimentare le singole economie degli stati appartenenti, gioca un ruolo fondamentale nell’influenzare i singoli stati e le loro istituzioni: si pensi alla costituzione della Banca Centrale e alla varie direttive. Significativa in questo senso è la direttiva Bolkestein, che permette alle aziende di applicare al lavoratore straniero la legislazione/il trattamento economico vigente nel suo stato di origine eludendo i contratti nazionali; in tal modo non solo risponde alle esigenze produttive del capitale ma al contempo alimenta la frammentazione della classe a vantaggio del controllo sociale.  

conclusioni

L’attuale fase di estrema scomposizione ci impone di prestare la dovuta attenzione a tutti quegli spazi collettivi di confronto (siano coordinamenti, comitati, reti...) che si sviluppano nella metropoli nonché a tutti quei momenti di lotta, anche parziali o esclusivamente vertenziali, che sul territorio e nei luoghi di lavoro continuano a nascere.

Le finalità sono note: tentare di creare un tessuto di relazioni finalizzato alla ricomposizione delle singole vertenze sociali per superarne la parzialità ed estendere l’auto-organizzazione a tutto campo nella costruzione di terreni di conflitto; ma anche sviluppare punti di riferimento politico (non sommatorie di sigle né cartelli di presunte avanguardie) che possano raccogliere e praticare proposte condivise e generalizzare la solidarietà tra lavoratori e proletariato in generale.

La disgregazione delle grandi concentrazioni industriali, l’estrema frammentazione dell’attuale composizione di classe ci aprono gli spazi della metropoli (coacervo, come abbiamo visto, di contraddizioni in sé: per esempio la vertenza sugli aumenti dei canoni di affitto) quale terreno principale su cui cercare di organizzare una sorta di “contrattazione sociale” che affianchi quella sul lavoro o la sostituisca qualora quest’ultima non abbia la possibilità di esistere.

Soprattutto nella città di Milano, il tessuto rappresentato dalla vecchia concezione di fabbrica non è più adeguato a costituire di per sé la base sufficiente per attivare meccanismi di ricomposizione adeguati per quella massa di lavoratori che, saltuariamente occupati, vagano lungo le ramificazioni ed i mille rivoli di una produzione non più localizzata, bensì diffusa sull’intero territorio metropolitano.

La vertenzialità sul diritto alla casa, contro il carovita, per maggiori servizi sociali (e contro la loro privatizzazione) possono aprire un canale per organizzare e ricomporre interi settori di classe oggi completamente atomizzati - e a volte anche contrapposti tra loro - dalla destrutturazione del mercato del lavoro e dalla scomparsa dei luoghi ove lo scontro di classe principalmente si sviluppava.

E’ su questo terreno che un collettivo politico, un centro sociale hanno ancora un ruolo fondamentale: ridare un senso all’azione e alle rivendicazioni economiche che comunque continuano a svilupparsi nei grandi siti (fabbriche, grosse centrali di stoccaggio e movimentazione merci, grande distribuzione, terziario avanzato...) fondendole con la logica dell’azione territoriale nella metropoli - che sarà sempre più il terreno privilegiato del realizzarsi dello scontro di classe.

Il nostro sforzo deve essere quindi diretto a contribuire all’individuazione dei più o meno sotterranei e parziali percorsi dell’attuale composizione di classe, trasversali comunque all’asse centrale della valorizzazione del capitale, per ricomporli in una sintesi politica (e in un’opzione strategica) fortemente caratterizzata in senso anticapitalista e comunista.

 

Bibliografia minima:

 

 

- Agostino Petrillo “La città perduta. L'eclissi della dimensione urbana nel mondo contemporaneo” ed. Dedalo (2000);

- Mike Davis “Città di quarzo. Indagando sul futuro a Los Angeles” Manifestolibri (1999);

- Michel Foucault “Sicurezza, territorio, popolazione. Corso al Collège de France (1977-1978)”, ed. Feltrinelli (2005);

- Louis Althusser “Lo stato e i suoi apparati”, Editori Riuniti (1997);

- Ludovico Geymonat “La società come milizia”, Marcos y Marcos (1989);

- Salvatore Palidda “Mobilità umane. Introduzione alla sociologia delle migrazioni”, ed. Cortina (2008);

- Alessandro De Giorgi “Zero tolleranza. Strategia e pratiche della società di controllo”, ed. Deriveapprodi (2000);

- Loic Wacquant “Parola d'ordine: tolleranza zero. La trasformazione dello stato penale nella società neoliberale”, ed. Feltrinelli (2000)



[1]     Si assiste così alla strutturazione di un rinnovato esercito industriale di riserva direttamente inserito all’interno della produzione, costituito da lavoratori precari fortemente soggetti alla subordinazione di una contrattazione sempre più individualizzata e, quindi, altamente flessibili. La precarizzazione della forza-lavoro può, pertanto, essere vista come  il nuovo dato di omogeneità della condizione materiale di buona parte dell’attuale composizione proletaria, soprattutto giovane ed immigrata.

[2]     Si rinvia per un'analisi più dettagliata della transizione dal fordismo al cosiddetto post-fordismo (a prescindere dalle definizioni, comunque, con tale concetto intendiamo l'attuale atteggiarsi dell’organizzazione capitalistica del lavoro e le sue conseguenze sociali) al documento dei compagni e delle compagne del CSA Vittoria del mese di aprile 2008.

[3]     I ministri del lavoro dei 27 Stati europei hanno raggiunto un accordo sull’orario di lavoro licenziando un testo (che ora sarà sottoposto al vaglio del parlamento europeo) che decreta la fine del limite delle 48 ore settimanali - sancite dall’Organizzazione internazionale dei lavoratori nel 1917 -  spalancando la porta a settimane lavorative di 60, persino 65 ore per determinate categorie di lavoratori (p.e. i medici) e per i lavoratori a chiamata. Ha vinto, di fatto, il modello della Gran Bretagna, la cui legislazione dal 1993 prevede la possibilità di avvalersi del diritto di opting out, attraverso cui singoli lavoratori e imprese possono sottoscrivere liberi accordi sull’orario da applicare.

[4]     La radicale trasformazione alla quale è sottoposta la passata organizzazione produttiva fordista ha delle profonde ricadute anche sulle sfere personali nelle quali il lavoratore è inserito: egli deve essere sempre disponibile alle esigenze del padrone senza soluzione di continuità tra tempo di lavoro e tempo di non lavoro. La tendenza è la ricerca della gestione totale e del pieno controllo tanto della mobilità territoriale quanto della flessibilità temporale della forza-lavoro, accompagnata dal passaggio dal diritto a un’occupazione ad uno status di ricerca continua di occupabilità determinata da forme contrattuali che permettono occasioni lavorative intermittenti.

[5]     Bonanni, segretario generale Cisl, al forum sulla democrazia economica del 13/06/2008 ha dichiarato: “Le profonde innovazioni del sistema produttivo richiedono al lavoratore postfordista, come fattore decisivo per migliorare produttività e competitività, una partecipazione professionale fatta di prestazioni di grande coinvolgimento personale e di rischio, da socio, mentre lo si continua a trattare da salariato. Per superare questa contraddizione, occorre un profondo cambiamento culturale dei lavoratori e degli imprenditori nella vita delle aziende, improntato ad un modello di relazioni fortemente partecipative che cambino il rapporto tra capitale e lavoro”.

[6]     Nel toyotismo l’opinione del gruppo di lavoro è della massima importanza e impedisce al singolo di violare le norme di comportamento, tese al raggiungimento degli obbiettivi prefissati. Mentre nel sistema taylorista il lavoratore licenziato perché ritenuto non in linea con i tempi e i metodi dettati dalla direzione veniva difeso e riceveva la solidarietà dei colleghi, nel toyotismo riceve l’ostracismo dei compagni che vedono compromessi i loro obbiettivi.

[7]     Si assiste alla creazione di una vera e propria ideologia nella quale la competitività assurge al ruolo di valore con conseguente affievolimento di quel rapporto solidale che ha sempre caratterizzato il movimento operaio.

[8]     Il 14 febbraio del 1983 l’allora  presidente del Consiglio Bettino Craxi ha recepito in un decreto legge l’accordo separato con il quale la Cisl-Uil, Confindustria e il governo, tagliavano quattro punti della scala mobile.

[9]     L’accordo separato di cui alla nota precedente ha quale genesi due momenti precisi. Da un lato con la cosiddetta svolta dell’Eur, a metà anni '70, con la quale Cgil - Cisl - Uil hanno scelto la via della moderazione salariale (riassumibile con la tesi che il salario non rappresenta più una variabile indipendente) e della flessibilità nell’organizzazione del lavoro. In secondo luogo, un anno prima dell’accordo di San Valentino, l’allora ministro del Lavoro Scotti aveva firmato con le tre confederazioni sindacali un protocollo di intesa che definiva un primo patto sociale: si riduceva il valore del punto di scala mobile, si concedevano gli straordinari obbligatori, si dava il via, con i contratti di formazione lavoro, alla precarizzazione del rapporto di lavoro.

[10]    Si sfiora l’assurdo proprio quest’anno allorché il governo propone un’inflazione programmata all'1,7% a fronte di una inflazione reale al 3,8% (dato di giugno 2008). In Germania i contratti vengono rinnovati quest'anno facendo riferimento ad un tasso del 3% a fronte di un’inflazione reale pari al 3,6%.

[11]    Sempre nell’accordo del luglio 1993 è previsto che aumenti salariali potranno essere concordati nella contrattazione di secondo livello e correlati, comunque, a incrementi della produttività della singola impresa. C’è da dire anche che la contrattazione secondaria non è diffusa capillarmente nel tessuto produttivo italiano: riguarda infatti circa il 30% delle imprese concentrate soprattutto nel nord Italia.

[12]    La scala mobile - seppur parzialmente - copriva invece i salari dall’aumento dell’inflazione, i ccnl spostavano ricchezza prodotta dal fattore impresa al lavoro permettendo così alle categorie più forti, con le lotte contrattuali, un aumento dei propri salari e a quelle più deboli di garantirsi quantomeno la copertura del costo della vita.

[13]    È stato presentato dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali al Consiglio dei Ministri del 25/07/2008 il “Libro Verde sul futuro del modello sociale”. Lo spirito di questo “contributo al dibattito” per la riforma del sistema di welfare, come è stato definito dal ministro Sacconi, è evidente: “Lo sviluppo del pilastro privato complementare è un passaggio essenziale per la riqualificazione della spesa e la modernizzazione del nostro welfare [...] Lo sviluppo dei fondi su base contrattuale, delle forme di mutualità, delle assicurazioni individuali o collettive può essere la risposta alle limitate risorse pubbliche e alla domanda di accesso a maggiori servizi” (pag. 20). Pertanto “occorre dare, dunque, maggiore impulso allo sviluppo della previdenza complementare nonché ai fondi sanitari integrativi del servizio pubblico al fine di orientare e convogliare la spesa privata verso una modalità di raccolta dei finanziamenti…” (pag. 21). Anche la salute, da diritto, deve essere trasformata in fonte di profitto: non sembra poi così lontano il modello statunitense di gestione della sanità.

[14]    Rimane comunque un 10% di tasse da versare di cui la percentuale più grossa è a carico del lavoratore.

[15]    E' stata, infatti, riformata la disciplina del trattamento di fine rapporto costringendo i lavoratori addetti ai settori produttivi privati a decidere l'eventuale destinazione nei fondi pensione della propria liquidazione in alternativa alla conservazione del proprio tfr in azienda. Peraltro i lavoratori non si sono fidati: al 30/6/2007 le nuove adesioni ai fondi negoziali sono state solo 372.000 (+ 3,8%), portando il totale al 19,1% dei potenziali aderenti (fonte ilSole24ore, 14/07/2007).

[16]    Il protocollo (sottoscritto dal governo Prodi e dalle parti sociali nel mese di luglio 2007) prevede un'automatica revisione (verso il basso) dei coefficienti di rivalutazione dei livelli contributivi ogni tre anni a partire dal 2010.

[17]    “ll Protocollo del 1993 per una sua parte ha esaurito la funzione per la quale era stato ideato e attuato - si legge nella lettera spedita alla Marcegaglia dalle direzioni sindacali confederali  (da cgil.it pubblicata il 5/06/2008) -. Oggi è urgente realizzare una riforma della contrattazione che preveda anche un accordo sui temi della rappresentanza e della democrazia sindacale - prosegue il testo della missiva -. Cgil, Cisl e Uil sono dunque pronte ad avviare una trattativa per addivenire ad un nuovo accordo, capace di cogliere le nuove esigenze dei lavoratori, delle imprese e del Paese”.

[18]    Il ministro del welfare Sacconi va addirittura oltre e afferma che per il rinnovo dei contratti non si dovrà più guardare, d'ora in poi, all'inflazione programmata, quanto piuttosto alla produttività e agli utili delle imprese: “Tutti i contratti, già da molti anni, prescindono dal tasso di inflazione programmata. Il problema oggi è superare quel modello contrattuale, ancorando i salari alla produttività e agli utili dell'impresa”. Così, chi ancora vuole difendere il contratto nazionale o perlomeno la possibilità che esso recuperi almeno l'inflazione “ha la testa ripiegata all'indietro” (da il manifesto del 24 giugno 2008). E ancora con retorica arriva ad “auspicare «relazioni complici» tra azienda e sindacato” (da il manifesto del 18 maggio 2008).

[19]    Da “Relazioni Industriali. Le proposte di Confindustria del 22/09/2008” si può leggere: “- al contratto collettivo nazionale di settore continua ad essere affidato il compito di definire la dinamica dei trattamenti economici minimi per ciascun livello di inquadramento professionale dovendosi ulteriormente specificare che l’obiettivo mirato alla salvaguardia del potere d’acquisto delle retribuzioni non rappresenta un automatismo bensì costituisce, per l’appunto, un obiettivo da considerare unitamente alle tendenze generali dell’economia e del mercato del lavoro, al raffronto competitivo ed agli andamenti specifici del settore, ivi compreso l’andamento delle retribuzioni di fatto;
-il contratto nazionale di settore, quindi, determina gli aumenti dei minimi tabellari in coerenza con i tassi di inflazione programmata da applicare sulle voci retributive determinate nel contratto nazionale medesimo”.

 
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