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PRECARIZZAZIONE, ART.18 , CONFLITTO E RICOMPOSIZIONE PDF Stampa E-mail
martedì 20 febbraio 2001
La soluzione è ragionare sulle chiavi interpretative che ci permettano non di galleggiare sulla scomposizione, diventando così elemento dissonante ma organico al sistema capitalista adottando una sorta di riformismo sociale, ma al contrario di allargare, trasformare e rinnovare le nostre capacità e i nostri strumenti di lotta per affrontare le sfide della globalizzazione e i suoi effetti anche dal punto di vista della materialità dei bisogni in senso generale.
Il governo Berlusconi è sicuramente rappresentativo di una concezione più radicale ed autoritaria del capitalismo di quella incarnata dal centrosinistra, che interpreta in termini più gradualizzati le esigenze di riorganizzazione economica imposte dalla globalizzazione e che utilizza l'efficiente strumento della concertazione affinchè le necessarie riforme, funzionali alla ristrutturazione capitalistica, siano scevre da ogni possibile opposizione e conflitto.
Nel disegnare i diversi interventi di politica del lavoro e più in generale di politica economica e finanziaria, il governo Berlusconi è intenzionato ad implementare ed accelerare quel processo di precarizzazione del rapporto di lavoro cardine dell'opera legislativa e delle politiche degli attori principali delle relazioni industriali nel nostro paese degli ultimi anni.
La tendenziale perdita di centralità del lavoro dipendente a tempo indeterminato e la sua scomposizione in una serie di attività indipendenti e di forme contrattuali atipiche, la disgregazione sul territorio delle differenti fasi del ciclo produttivo fordista per la produzione massificata, accompagnata dalla necessità di dover affrontare le sfide di un mercato non più limitato all'ambito locale, sono state sino ad oggi il frutto del delicato equilibrio e delle alchimie tra governi e parti sociali.
E' attraverso un uso esperto di leggi, accordi trilaterali e patti territoriali che il centrosinistra ha progressivamente svuotato gli istituti che caratterizzavano il rapporto di lavoro fordista: il definitivo passaggio alla chiamata nominativa come forma tipica di avviamento al lavoro; l'estensione delle forme contrattuali atipiche con l'introduzione di figure come il lavoro interinale, il contratto di formazione lavoro, lo stage e la liberalizzazione dell'utilizzo dei contratti a tempo determinato, dell'apprendistato e degli straordinari hanno favorito l'interscambiabilità delle mansioni e distribuito il tempo di lavoro su un arco di sette giorni con ciclo continuo. Anche l'orario è diventato, pertanto, un fattore decisivo nel conseguimento della flessibilità della forza lavoro.
L'azione concertativa tra i sindacati confederali e le controparti padronali e governative ha avuto come ulteriore risultato la stipulazione di contratti collettivi e di accordi che, introducendo elementi di crescente flessibilità salariale anche attraverso il collegamento stretto della retribuzione all'andamento economico dell'impresa, hanno contribuito a creare i presupposti per un coinvolgimento di natura finanziaria dei dipendenti nell'impresa (per esempio, la corresponsione di quote di salario in azioni dell'azienda) ed un terreno fertile per la previsione di una revisione del sistema previdenziale e fiscale del lavoro dipendente.
Le nuove figure contrattuali flessibili previste e descritte nel Libro Bianco di Maroni e nella relativa proposta di delega al governo, accompagnate dall'abrogazione di quelle norme che costituiscono un ultimo ostacolo per l'applicazione indiscriminata dei contratti atipici (dalla legge sul divieto di intermediazione di manodopera all'eliminazione dei limiti legalmente previsti per le esternalizzazioni), si innestano su questo terreno accelerando quella tendenza a costituire rapporti di lavoro sempre più individualizzati, nei quali il singolo lavoratore sarà costretto, senza tutele nè garanzie, a concordare personalmente le proprie condizioni contrattuali con il datore di lavoro. Ciò si traduce, altresì, in una vera e propria ideologia nella quale la competitività assurge al ruolo di valore sociale con conseguente affievolimento di quel rapporto solidale che ha caratterizzato il movimento operaio nell'epoca fordista.
La radicale trasformazione alla quale è sottoposta la passata organizzazione della sfera produttiva fordista ha delle profonde ricadute anche sulle sfere sociali e personali nelle quali il lavoratore è inserito: egli deve essere sempre disponibile alle esigenze del datore di lavoro senza soluzione di continuità tra tempo di lavoro e tempo liberato dal lavoro.
La tendenza è la ricerca della gestione totale e del pieno controllo tanto della mobilità territoriale quanto della flessibilità temporale della forza-lavoro; in sintesi il passaggio è dall'affermazione del diritto ad un'occupazione, ad uno status di ricerca d'occupabilità.
L'introduzione di una figura contrattuale come quella del lavoro intermittente (indennità minima di disponibilità e retribuzione reale quando si lavora su chiamata, e a seconda della discrezionalità, del datore di lavoro) e l'ammissibilità, già prevista a livello di contrattazione collettiva nazionale (valga per tutti, a titolo di esempio, il ccnl del terziario del 22/09/1999), del cosiddetto job sharing (prestazioni ripartite fra due o più lavoratori entrambi obbligati nei confronti di un unico datore di lavoro, per l'esecuzione di un'unica prestazione lavorativa) sono paradigmatiche di questa concezione che vede ogni uomo ed ogni donna come attrezzi da utilizzare alla bisogna e poi riporre.
L'implementazione dell'uso del lavoro interinale, anche attraverso l'introduzione del leasing di manodopera (fornitura a carattere continuativo ed a tempo indeterminato di forza lavoro in ragione del processo produttivo), e l'abrogazione delle norme, emanate per limitare il fenomeno del caporalato, che sin dal 1960 vietavano l'intermediazione e l'interposizione di manodopera contribuiscono a delineare un quadro nel quale il contratto tipico non è più rappresentato dal lavoro a tempo indeterminato, bensì dalle figure contrattuali leggere e flessibili.
Queste nuove figure sono accompagnate da misure che tenderanno a dilatare il ricorso all'uso del part-time anche attraverso l'estensione dell'applicazione a questa forma contrattuale della contrattazione atipica.
La previsione del lavoro a progetto (lavoro autonomo parasubordinato in cui si concordano individualmente tempi e qualit� della prestazione e in base al loro raggiungimento si è pagati) contribuisce all'ampliamento della formazione di un precariato intellettuale - favorita dalla confusione tra fase della progettazione e fase dell'esecuzione propria del cosiddetto postfordismo - che, rendendo più controllabili e misurabili in termini di produttività la maggior parte delle mansioni intellettuali, ne provoca un appiattimento verso il basso ed un inserimento, come parte integrante, nel ciclo produttivo.

Coerentemente con queste finalità, nella medesima proposta è previsto un incisivo attacco all'art. 18 dello statuto dei lavoratori alimentato da un dibattito dottrinale che da una decina di anni lavora per l'introduzione di misure volte a flessibilizzare anche in uscita il rapporto di lavoro.
La delega prevede l'eliminazione sperimentale della reintegrazione del lavoratore ingiustamente licenziato sostituita con una semplice obbligazione risarcitoria.
Ciò sarà possibile in tre casi specifici: per le aziende che emergono dal lavoro nero, per le assunzioni a termine che passano a tempo indeterminato, per le assunzioni in aziende che superano la fatidica soglia dei quindici dipendenti.
Contestualmente vi è la volontà di modificare l'attuale rito di tutela giudiziaria per le nascenti controversie di lavoro sostituendolo con un arbitrato facoltativo nel quale si decida secondo equità anche i licenziamenti, svincolando così l'arbitro dal rispetto di norme legali e contrattuali.
E' palese come questa riforma di uno dei principi cardine del nostro ordinamento giuridico, oltre a rappresentare un arretramento concreto della soglia di tutela dei lavoratori, abbia anche un forte carattere simbolico ed una valenza evocativa: l'obiettivo è poter tenere ogni singolo lavoratore sotto la costante minaccia del licenziamento individuale senza doverlo motivare.
E' la stessa dignità del singolo lavoratore che verrà messa in discussione. Questo attacco, infatti, mina alla radice ogni possibilità di organizzazione e di lotta nei luoghi di lavoro: ogni lavoratrice ed ogni lavoratore deve essere consapevole della possibilità per il datore di lavoro di poter comprare, con un semplice risarcimento danni, il suo licenziamento.

In definitiva, si assiste alla strutturazione di un rinnovato esercito industriale di riserva direttamente inserito all'interno di una produzione in costante modificazione, costituito da lavoratori precari, fortemente soggetti alla subordinazione di una contrattazione sempre più individualizzata e, quindi, altamente flessibili.
Ci� rappresenta l'aspetto costante, ed il fine coerente, che caratterizza l'azione legislativa dei governi (di centrodestra e di centrosinistra) degli ultimi anni: tanto che la flessibilizzazione e la precarizzazione della forza-lavoro costituiscono il nuovo dato di omogeneità della condizione materiale di buona parte dell'attuale composizione proletaria, soprattutto giovane ed immigrata.
L'attuale riforma della scuola, che subordina anche l'istruzione alle logiche del mercato e del profitto, introduce infatti ulteriori forme di precarietà con l'utilizzo della figura dello stage in azienda.
Il controllo dei flussi, fondamento della legislazione attualmente in vigore in materia di immigrazione (e del razzista disegno di legge Bossi-Fini), affiancato da una politica di sostanziale dosaggio centellinato dei diritti di cittadinanza agli stranieri, costringe di fatto gli immigrati ad accettare qualsiasi forma di integrazione economica a qualsiasi condizione di lavoro, purchè possa offrire qualche prospettiva di inclusione sociale e sia sufficiente, seppur nel breve periodo, ad evitare l'espulsione. Ciò rende l'immigrato, meglio ancora se clandestino, il soggetto flessibile per eccellenza, assolutamente indispensabile al nostro sistema per la sua estrema ricattabilità.

L'aumento di flessibilità (che investe i differenti piani delle mansioni, dell'orario di lavoro e della retribuzione), il passaggio dalle tecnologie meccaniche a tecnologie di comunicazione altamente informatizzate, l'accentuazione del peso dei servizi, e in generale del settore terziario, rispetto agli altri settori economici e l'introduzione di nuovi modelli di gestione organizzativa dell'impresa (dal cosiddetto just in time al toyotismo) rendono necessaria ed ineludibile, pertanto, la predisposizione di strumenti analitici e d'intervento con la consapevolezza della necessità di adeguarli all'attuale composizione e condizione del lavoro.
Soprattutto nella città di Milano, il tessuto rappresentato dalla vecchia concezione di fabbrica non è più adeguato a costituire di per sé la base sufficiente per attivare meccanismi di ricomposizione adeguati per quella massa di lavoratori (in particolar modo immigrati di ultima generazione) che, trovando solo saltuariamente un'occupazione in fabbrica, vagano lungo le ramificazioni ed i mille rivoli di una produzione non più localizzata in cittadelle industriali, bensì diffusa ormai sull'intero territorio metropolitano.
Devono affermarsi forme di tutela e rappresentanza che contribuiscano alla crescita dell'organizzazione di movimenti di lotta per rivendicare ed imporre bisogni e diritti, vecchi e nuovi, per unire con un grosso sforzo ricompositivo i soggetti della vecchia composizione di classe con quelli della nuova, nella quale i lavoratori precari ricoprono un ruolo di assoluto primo piano.

Queste riflessioni dei compagni e delle compagne del C.S.A. Vittoria vogliono essere un impulso per sviluppare un confronto ampio ed aperto con tutte le realtà del sindacalismo di base, i centri sociali, i collettivi politici, i singoli comitati di lotta, l'associazionismo di base, sulle trasformazioni che coinvolgono, e coinvolgeranno, le condizioni di lavoro - e, più in generale, i termini del conflitto capitale/lavoro - dopo la vittoria elettorale della maggioranza di centrodestra.
Riteniamo, infatti, imprescindibile sviluppare momenti di dibattito e di lotta su questo terreno che costituisce, contraddicendo chi parla di fine del lavoro salariato, l'aspetto sostanziale di tutte le questioni sociali.
Riteniamo, altres�, necessario il confronto per poter identificare una serie di elementi ricompositivi e di obbiettivi unificanti, superando la sterilit� del corporativismo e della settorialit� delle lotte, per comporre un fronte di rivendicazioni sociali che complessivamente possano esprimere una rottura antagonista.
L'ampiezza e la portata della trasformazione in atto comporta un necessario aggiornamento dei passati paradigmi impiegati per interpretare lo sviluppo del conflitto capitale/lavoro per poter, così, calibrare gli strumenti da utilizzare per far crescere le lotte e far esplodere le contraddizioni.
La soluzione è ragionare sulle chiavi interpretative che ci permettano non di galleggiare sulla scomposizione, diventando così elemento dissonante ma organico al sistema capitalista adottando una sorta di riformismo sociale, ma al contrario di allargare, trasformare e rinnovare le nostre capacità e i nostri strumenti di lotta per affrontare le sfide della globalizzazione e i suoi effetti anche dal punto di vista della materialità dei bisogni in senso generale.
Ad esempio non ci sembra peregrino riprendere il confronto sull'idea di una camera sociale del lavoro - non lavoro: ci sembra, infatti, che questa possa rappresentare un possibile strumento parziale di ricomposizione di lotte, soggetti sociali e soggetti politici diversi (chi interviene sul problema della casa, le esperienze di autorganizzazione degli immigrati, gli studenti) per la costruzione di una soggettività con una forte visibilità e caratteristica unitaria e che possa essere un possibile punto di riferimento anche per tutti quei soggetti del precariato sociale senza tutela e rappresentanza.


Milano, febbraio 2002

Centro Sociale Autogestito Vittoria

 
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