Newsletters

info - appuntamenti
iniziative - concerti

Newsletter


Ricevi HTML?

Statistiche

Visitatori: 1023762
Presentazione "Ballando sul Titanic" PDF Stampa E-mail
Friday 22 April 2011
Ballando sul “Titanic” (ma il “Titanic” non è tutto il mondo)
di Giorgio Gattei


Un giudizio prospettico sull’esito della crisi attuale deve scontare una scelta di partenza: o la crisi è congiunturale e sarà risolta alle condizioni esistenti del sistema (come peraltro è successo nelle crisi finanziarie che ci hanno “deliziato” dal 1987 in poi), oppure siamo davanti ad una crisi epocale che può segnare il trapasso ad un’altra forma di accumulazione, pur sempre capitalistica ma assolutamente inedita (come la Grande Crisi del ’29 ha segnato il passaggio di testimone dal capitalismo britannico a quello americano). 1. Intanto diciamo qualcosa su come la crisi si è approfondita dal 2001 in poi (essendo il collasso della new economy all’origine di tutti i guai). Allora ci fu una caduta delle aspettative di profitto negli investimenti produttivi, a cui è seguito l’attacco (inaspettato?) alle Torri gemelle. Si era così instaurato un clima da “economia della paura” (come l’aveva battezzata Paul Krugman) che minacciava una colossale crisi di sovrapproduzione per quegli investimenti a calare. Di fronte a tanto pericolo si è ricorso ad un sostegno dei consumi delle famiglie mediante concessione indiscriminata di mutui. Ma però, per le mancate garanzie sui crediti concessi, si è profilata l’ombra di un default generalizzato dei creditori (nella fattispecie banche ed investitori istituzionali), sono stati gli Stati a correre al loro salvataggio mediante massicce sovvenzioni monetarie coperte da emissioni straordinarie di titoli pubblici. Così, al pari delle famiglie, pure gli Stati si sono indebitati dando luogo ad un indebitamento complessivo (pubblico + privato) che per gli Stati Uniti è pari al 360% del PIL e in Gran Bretagna del 469% (in Italia, per confronto, siamo al 298%). Ora tanta massa debitoria sta curiosamente concentrando la propria scadenza nel prossimo anno 2012 e seguenti (solo per il debito privato americano si stimano 700 miliardi di dollari dal 2012 al 2014) e a quelle date dovrà essere rimborsata, a meno che non possa essere rinnovata. Ma ci saranno abbastanza nuovi sottoscrittori? (Ad esempio, per le necessità di ricostruzione del Giappone disastrato dal terremoto, dallo tsunami e dall’incidente nucleare si paventa che ben difficilmente i risparmiatori giapponesi sottoscriveranno le prossime emissioni di titoli americani). Bisogna quindi che ci si dia da fare per incentivare la formazione di un risparmio nazionale capace di sottoscrivere il debito privato di nuova emissione, mentre per il debito pubblico la soluzione è più drastica: deve essere ridotto a colpi d’aumento delle tasse, di riduzione della spesa e di compressione delle retribuzioni (per l’Europa si parla di un salasso pari a 300 miliardi di euro). Però è chiaro che ciò avrà come conseguenza una diminuzione dei consumi interni ed anche esteri (così che, reciprocamente, non si potrà contare sulle eventuali esportazioni ad altri), mentre il rialzo del tasso d’interesse necessario per rendere appetibile il ritorno alla “virtù” del risparmio (una tendenza che la BCE ha appena inaugurato) non potrà che scoraggiare gli investimenti produttivi, precipitando il nostro “Titanic” in una recessione economica accompagnata da proletarizzazione sociale. 2. E proprio questo ci porta a considerare la composizione di classe del nostro “Titanic”. Era stato vanto del “paradigma fordista-keynesiano”, che era uscito dalla Grande Crisi del ’29, aver sostituito alla sua ottocentesca forma a piramide (con poca borghesia e tanto proletariato miserabile) una forma a trottola dove alla solita poca borghesia si accompagnava adesso una robusta fascia di “ceti medi” garantiti (lavoratori autonomi e liberi professionisti, lavoratori impiegatizi ed aristocrazia operaia), così da ridurre a minoranza il proletariato “senza qualità”. La crisi attuale sta mettendo in discussione questa forma di composizione di classe facendo entrare in sofferenza di salario e occupazione proprio la “pancia” dei ceti medi, costretti dalle ristrettezze economiche a sforzarsi a salire nei ranghi della borghesia, se non vogliono precipitare nelle file delle “nuove povertà”. Da ciò che si intuisce ne potrebbe scaturire una nuova forma di composizione di classe a clessidra (ma forse sarebbe meglio dire “a caciocavallo”), con al vertice la borghesia e la promossa aristocrazia salariata, al centro la rimanenza dei “ceti medi” garantiti di un tempo (ma in via d’estinzione) e sul fondo una gran massa di proletariato precarizzato e a basso reddito. E’ la possibilità di questo esito finale che insinua il sospetto che il meccanismo d’accumulazione capitalistica all’opera sul nostro “Titanic” possa aver raggiunto il capolinea, dimostrandosi incapace di garantire un futuro di benessere per le popolazioni a venire. Per questo già ci si interroga sulla possibilità di una alternativa di sviluppo che faccia uscire dalla stallo e i cui contorni, appena delineati, dovrebbero essere in grado di dar soluzione simultanea alla questione economica e a quella sociale, alla questione energetica e a quella ambientale. E’ questo certamente un compito immane che si spera che la storia sia in grado di risolvere, ma che comunque non è detto che possa realizzarsi sul nostro “Titanic” destinato ad un inglorioso affondamento. Ma forse è solo così che può chiudersi definitivamente quel “secolo breve” che è stato segnato dalla contrapposizione economico-politico-ideologica di USA e URSS: se nel 1989 è finita ingloriosamente l’Unione Sovietica, è da questa crisi che può scaturire la perdita d’egemonia del suo alter ego: gli Stati Uniti, non più necessari per difendere il “mondo libero” in assenza di un “blocco comunista”. Potrebbe essere questa la fine dell’Occidente, un occidente che etimologicamente significa la “terra del tramonto” e che quindi non può che tramontare.
 
< Prec.   Pros. >