| SULLA CRISI |
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| Tuesday 23 December 2008 | |
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Il limite del capitale è il capitale stesso. Documento di riflessione sulla crisi finanziaria e non solo.
Un approccio corretto per comprendere il portato della crisi in atto impone di considerare gli andamenti ciclici del capitale. Occorre infatti ricordare che la curva economica dell’attuale modo di produzione - considerata sul lunghissimo periodo - inizialmente è sempre positiva potendo contare, per i suoi caratteri ancora indeterminati, sulla costruzione progressiva di mercati e sullo sfruttamento di lavoro e risorse. La produzione aumenta a ritmi sempre più elevati e i margini di ricchezza (anche da ridistribuire parzialmente) sono quindi in crescita esponenziale. Ma, a un determinato momento, si arriva al punto di inversione (o di rottura) della curva ove si cominciano a delineare i limiti del sistema e la produzione a livello mondiale aumenta in misura ridotta fino ad arrivare alla rottura o quasi del meccanismo. Così è stato in tutte le fasi di lungo periodo e da ognuna ne è scaturita una distruzione di gran parte delle basi su cui si fonda il modello, per poi ricominciare con un nuovo ciclo (esempi classici: la crisi del '29 e la seconda guerra mondiale). Occorre inoltre considerare i vari cicli congiunturali di crescita e decrescita all’interno della curva generale. Infatti all’interno di quest’ultima ci sono momenti di crescita e decrescita parziale di breve durata (qualche anno di solito), ma la specificità congiunturale deve sempre considerarsi all’interno della curva generale per non perdere di vista la realtà complessiva. … … … … … Per comprendere quindi interamente la fase che stiamo attraversando, occorre ripartire dal momento simbolico della crisi del petrolio di metà anni settanta. Dopo la forte crescita seguita al secondo dopo guerra, in virtù tanto del costante aumento della domanda e dei bassi costi del greggio quanto della ricostruzione post bellica, lo sviluppo mondiale inizia a essere decisamente inferiore al periodo precedente. Infatti l’aumento del costo del lavoro (relativamente ai salari per quanto riguarda i termini economici; al potere contrattuale e conflittuale della forza lavoro relativamente all’aspetto sindacale e politico) e la nascita dell’Opec (l'organizzazione dei paesi produttori del petrolio) imposero una violenta riduzione dei profitti. E’ da tale momento che il mondo industriale, riconoscendo i limiti strutturali e politici sopra indicati, si ristruttura cercando di far fronte alle difficoltà oggettive e soggettive del conflitto capitale/lavoro particolarmente esacerbato in quel periodo. Si supera, in occidente, il modello produttivo fordista con l'introduzione di forme di organizzazione e sfruttamento di diversa concezione (il toyotismo e/o post-fordismo) per avere lavoratori regolarmente assunti in misura sempre più ridotta e a utilizzare le varie forme di contrattualistica precaria (legali e non) per tutti gli altri, andando a costituire un amplio esercito industriale di riserva. Da quest’ultimo, al di fuori del contesto produttivo per gran parte del secolo scorso ed ora inserito nei mille rivoli della produzione post fordista, inoltre si ha un ulteriore effetto di pressione che spinge al ribasso i livelli salariali e la sfera dei diritti.
L’altro aspetto della ristrutturazione industriale è la progressiva delocalizzazione di interi comparti nelle aree del cosiddetto terzo mondo, specie laddove si prevedeva, oltre un abbattimento del costo del lavoro, anche la possibile nascita e/o sviluppo di mercato: Cina e India soprattutto. In tali paesi l’organizzazione del lavoro utilizzata è una commistione tra fordismo e pre-fordismo, che implica lo sfruttamento intensivo della manodopera e situazioni di non mascherata schiavitù. Il risultato è lo spostamento di gran parte della produzione reale e di valore (la cosiddetta composizione organica del capitale) in territori diversi dai paesi occidentali, con l’obiettivo a breve e medio termine di limitare le difficoltà strutturali e l'insorgenza di conflitti sindacali e/o politici.
In Italia il
processo di trasformazione industriale ha le sue tappe fondamentali
nella abolizione della scala mobile nei primi anni '80, nell'introduzione
del lavoro interinale a metà anni '90 (forma legale di caporalato),
nelle ulteriori leggi precarizzanti il rapporto di lavoro (legge Biagi
su tutte) e nell’intensificazione dell’esternalizzazione di ampi
settori della produzione (in particolare alle cooperative).
Il successivo
passaggio fondamentale operato dal “mondo industriale” per uscire
dalla crisi, è stato il progressivo intensificarsi della propria fusione
con il mondo bancario (sia per contenere i debiti, sia per cercare di
sfruttare le forme speculative finanziarie), in modo da compensare le
debolezze del mercato con operazioni dirette a scaricare le difficoltà
strutturali sui lavoratori e sul proletariato in genere (ad esempio,
con la costituzione dei fondi pensione e lo smantellamento del welfare). In sostanza, la crisi di metà anni settanta ha segnato il punto di rottura. Il mondo industriale ha dovuto affrontare quella che deve chiaramente definirsi “crisi di sovrapproduzione” di capitali (il capitale smette di valorizzarsi: viene meno la seconda parte della formula classica “denaro-merce-denaro” allorché si produce un eccesso di beni), di merci (occorre creare nuovi mercati e ridefinire quelli esistenti) e di lavoro (il profitto da lavoro in occidente non è più sufficiente: non si crea un margine utile di plusvalore dallo sfruttamento intensivo della forza lavoro presente).
Ed è oggi,
dopo trent'anni di caduta libera (il Pil mondiale aumenta in misura
sempre minore), con le trasformazioni produttive e finanziarie miranti
a trovare forme alternative a ciò che si definisce economia reale,
che la finanza dei moltiplicatori, delle speculazioni e della carta
mostra la propria incapacità di risolvere la crisi strutturale. Occorre inoltre ricordare che, nel corso degli anni novanta, si è anche cercato di scaricare su paesi del terzo mondo (o di scarsa industrializzazione) e su quelli emergenti la crisi generale, sfruttando le situazioni congiunturali. A turno le cosiddette “tigri” asiatiche, l'Argentina, il Messico e addirittura la Russia post-sovietica hanno subito un crollo dell’economia interna causate dalle speculazioni della finanza occidentale e alle successive esportazioni di capitali. Ma nell’ultimo decennio non è stato più possibile scaricare la crisi sulle regioni di confine. Così, quando la criticità ha investito in pieno i paesi occidentali, i processi di trasformazione industriale e finanziaria in atto hanno avuto una brusca accelerazione. La precarietà ha raggiunto livelli enormi - potendo contare anche sulle forti ondate di migranti che hanno rimpolpato a costo praticamente nullo la forza lavoro locale - e oggi, paesi come l’Italia, fanno i conti con la scomparsa di interi distretti industriali facenti parte, una volta, dei comparti strategici dell’economia nazionale e con sacche di povertà sempre più ampie. Non solo: la speculazione finanziaria è entrata a far parte direttamente del reddito dei lavoratori (ad esempio, con la riduzione progressiva delle pensioni erogate dallo Stato e la creazione di varie tipologie di fondi privati) prima prelevando da questo i soldi per costituire fondi e, successivamente, per recuperare le perdite che questi trascinano con loro nelle fluttuazioni borsistiche.
Il tutto sfruttando
l’illusione del “privato è meglio” e del risparmio facile e alla
portata di tutti, con l’importante contributo delle grandi agenzie
di rating (finanziate e sostenute dagli stessi speculatori che costituiscono
i fondi) che hanno garantito la sicurezza e la bontà dei pacchetti
acquistati, nascondendovi titoli di scarso valore e quelli a “perdere”. Un ulteriore segnale del carattere strutturale delle difficoltà dei paesi occidentali è dato dal progressivo intensificarsi della guerra dagli anni settanta ad oggi: essa rappresenta infatti l’incapacità di risolvere (o contenere) la crisi economica e la sua espressione politica. E sebbene non abbia il carattere definitivo del conflitto bellico generalizzato, segna comunque la tendenza di sistema. La guerra, sotto il nome di “enduring freedom” o - più ipocritamente - di “peace keeping”, è oggi finalizzata a dare impulso all’economia interna dei paesi aggressori, alla conquista dell’egemonia sullo sfruttamento del petrolio (e delle altre energie non rinnovabili che hanno innescato, tra gli altri, il recente conflitto caucasico), al parziale mutamento e comunque alla ridefinizione degli equilibri sullo scacchiere internazionale (politico, economico e militare) e al ricompattamento ideologico in termini nazionalistici e patriottici (e non solo) delle popolazioni occidentali sull’orlo della crisi. I conflitti in Iraq ed Afghanistan hanno dato infatti motore all’economia nel momento in cui le grandi commesse militari hanno innescato i moltiplicatori keynesiani (è noto l'importante aumento del Pil in Usa per i primi tre anni di guerra), in attesa dell’attuazione dei progetti di ricostruzione. Ma tale tipologia di conflitto non poteva non avere un limite temporale. Infatti dopo che Saddam Houssein e i talebani hanno lasciato il potere, le commesse sono state ridimensionate dalle necessità di un conflitto di bassa intensità e l’occupazione è diventata solo un costo crescente in misura esponenziale. La ricostruzione non è mai stata concretamente avviata: oggi in Iraq, con gli oleodotti mai realmente riaperti, si esporta meno petrolio di quando c’era l’embargo e in Afghanistan le condizioni politico-militari per pensare a una qualche forma di intervento sono inesistenti. … … … … … L’economia speculativa ha mostrato i limiti e la guerra, diventata di basso profilo, non ha portato i risultati sperati. La stessa economia reale, ritornata ad essere centrale, non ha i mezzi (e non potrebbe essere diversamente) per uscire dalla crisi di sovrapproduzione. L’ondata di liberismo, monetarismo e privatismo che per trent’anni è stata politica e ideologia dominante segna il passo di fronte alla realtà. Si recupera il keynesimo come soluzione per uscire dalla crisi inventando il sottoconsumo come vero problema mondiale. In realtà è evidente che non ci sono i soldi da ridistribuire tra i lavoratori (e, quindi, per rilanciare la domanda interna) e che la maggior parte dei fondi stanziati servono unicamente per salvare banche e finanza dalla crisi di liquidità. Ma cos’è il keynesismo? E’ il principio economico - e quindi politico - in virtù del quale lo stato inonda l’economia di denaro pubblico per riattivarne i moltiplicatori per una crescita virtuosa. Negli anni trenta gli stati occidentali in crisi hanno utilizzato l’intervento statale per nazionalizzare le perdite (per poi arrivare a privatizzarne i profitti), per investire in grandi opere, per aumentare le spese militari e per le varie forme di welfare state. Nessun paese occidentale, ai tempi, si è chiamato fuori: che siano gli Usa, l’Italia fascista o la Germania nazionalsocialista. Il miglior motore però fu rappresentato dalla guerra: commesse belliche, distruzione e quindi ricostruzione e rinnovamento del mercato. Il capitalismo era arrivato al limite: non poteva risolversi e riprendersi senza distruggere in gran parte le proprie basi. Oggi siamo nuovamente al limite. Ma a differenza di allora la crisi di sovrapproduzione non è globale o quantomeno non proprio come il ’29. La differenza più eclatante è rappresentata da un paese come la Cina che non è esente dalle conseguenze negative legate alla sovrapproduzione ma che, rispetto al mercato interno, può contare su intere aree sottosviluppate e su un'accumulazione primitiva di capitale (dettata dai grandi investimenti dell’occidente), che gli consente di poter scegliere di investire internamente e continuare a stimolare mercato e produzione. Non è un caso che, a differenza di paesi come la Russia e i paesi arabi, abbia deciso di utilizzare i cosiddetti fondi sovrani soprattutto al proprio interno piuttosto che cercare di intervenire sul piano internazionale, come ad esempio ha fatto Putin con l’Islanda (paese in bancarotta) in cambio di importanti postazioni politico-militari. Il governo cinese ha fatto tale scelta in seguito ad una serie di concause: la crisi sociale interna, la continua crescita economica e politica per diventare in prospettiva una potenza militare e geostrategica sempre più importante (gli accordi con India e Russia, ma anche Venezuela, ne sono l’aspetto più rilevante ed evidente) e la “chiusura” fatta da importanti paesi occidentali verso l’ipotesi di invasione dei fondi sovrani cinesi (si veda la Germania e l’annunciato protezionismo di Barack Obama). D’altronde non è difficile immaginare cosa potrebbe accadere se la gran quantità di capitale cinese (all’interno dei cosiddetti fondi sovrani) venisse investito in grandi fette di mercato e di proprietà occidentali: l’accelerazione del conflitto, indipendentemente dalla forma che esso assumerà. La Cina, confidando su una analisi di medio periodo e potendo ancora regolamentare parzialmente la propria economia capitalista, ha quindi ancora margini per poter incentivare la domanda interna e continuare nella sua politica di crescita. Il sostegno alla crescita della domanda interna e il conseguente aumento della produzione di massa di beni e servizi in un paese, sì a tecnologia avanzata e con un bacino di forza lavoro immenso, ma fortemente dipendente dall'esterno per scarsità di materie prime e greggio, non potranno che causare (come già peraltro accade) situazioni di criticità determinate dalla diminuzione dei profitti per la crescita eccessiva di capitale rispetto alle merci producibili alle condizioni attualmente date. Da ciò, tra gli altri, il tentativo cinese di conquistare nuovi mercati e accappararsi materie prime (in Africa soprattutto: Angola, Congo e Nigeria) con il rischio di innescare potenziali conflitti militari con Europa e USA (Obama si è gia pronunciato in proposito). In definitiva i limiti del capitale (in virtù della caduta tendenziale del saggio medio di profitto) investiranno anche l’economia cinese, verificandone nei prossimi anni la tenuta complessiva. In occidente la differenza con “la grande crisi” è unicamente nei limiti della spesa pubblica. Infatti se nel '29 si è cercato un intervento di carattere sociale, oggi i pochi soldi pubblici vengono utilizzati solo per salvare banche e per continuare a sostenere il progressivo aumento delle spese militari. Poco conta qualche elemosina (vedi social card), negli anni trenta la spesa sociale era uno dei paradigmi dell’intervento statale del dopo crisi. … … … … … La situazione economica mondiale evidenzia quindi tutti i limiti del capitalismo. Una ricetta per uscire dalla crisi non esiste, se non riproponendo la tragedia della distruzione parziale in termini economici e quindi in termini politico-militari mondiali. In questo contesto fa specie osservare le sinistre riformista e post-riformista, da anni affascinate culturalmente ed economicamente dai dettami del modello liberista contribuendone all’applicazione concreta, riproporre oggi la strategia keynesiana dell’intervento dello stato in economia quale via d'uscita possibile per risolvere la crisi. Ma si tratta di mera illusione: tale strategia, ribadiamo, si muove dall’idea di spesa pubblica anche solo per scavare la buca e riempirla. Quale miglior buca, quindi, di una guerra dalle dimensioni corrispondenti alla grandezza della crisi in atto a livello mondiale? Non si fa nulla per reperire i fondi (comuque inesistenti) necessari per la spesa sociale. Più importante è la corsa al conflitto e al contenimento della crisi di liquidità. La stessa euforia per l'elezione di Barack Obama, al di là di alcuni aspetti meramente simbolici, è illusoria: il nuovo leader Usa esterna su incrementi della spesa sociale, aiuti alle classi più deboli, ritiro dalle truppe dall'Iraq e sulla rinnovata centralità dell’economia reale. Ma si dichiara anche a favore dell'introduzione di misure protezionistiche, di tensioni verso l’Iran e dell'approntamento di facilitazioni e aiuti alle industrie automobilistiche. Queste ultime tre affermazioni di programma sono importanti segnali strategici della futura politica del neo-eletto presidente statunitense: chiusura del mercato interno a possibili interferenze esterne (si veda il discorso fatto in precedenza sui fondi sovrani cinesi), aumento delle spese militari utili a discapito dei fronti aperti e militari rivelatesi perdenti (il conflitto iracheno oggi è solo un enorme buco di bilancio) e ampliamento dei mercati anche in prospettiva di commesse all’industrie strategiche pronte alla riconversione verso la guerra. Tutti segnali della volontà di scaricare all’esterno dei propri confini la crisi fin dove è possibile con un aumento delle tensioni internazionali in uno scenario con nuovi protagonisti (la più volte citata Cina, ma anche l'India, il Brasile,...) e con vecchie potenze rinate dopo la marginalizzazione cui sono state costrette sino a pochi anni fa (la Russia di Putin in primis). In definitiva il nuovo leader americano non è che l'espressione della crisi Usa e di conseguenza la sua politica non potrà che essere dettata dalle esigenze economiche di chi muove gli interessi in quel paese e che lo ha concretamente sostenuto e finanziato in campagna elettorale.
… … … In questo quadro è inevitabile l’inconciliabilità progressiva dei bisogni e dei diritti della classe lavoratrice e delle classi subalterne con il modo di produzione capitalistico. Come evidenziato, il capitalismo in tutti i suoi aspetti ha un progredire che è sempre a discapito delle classi subalterne. Ogni mediazione riformista - o comunque compatibile - con tale modo di produzione e i suoi apparati di potere rivela i suoi limiti ed esplicita l'inevitabilità di una critica in chiave sistemica e di alternativa radicale. L’unica ricetta per noi possibile è contribuire all'individuazione dei percorsi (anche parziali o pre-politici) e di tutte quelle forze, presenti nell'attuale composizione di classe, che agitano anche solo in termini antisistemici ma oggettivamente conflittuali i nostri territori incrementandone il portato antagonista.
Questo sforzo
deve essere altresì rivolto alla ricomposizione in una sintesi politica
(e in un’opzione strategica) fortemente caratterizzata in senso anticapitalista
e comunista dei settori predetti affinché il conflitto di classe divenga
anche soggettivo ponendo concretamente le basi per la costituzione di
un'alternativa.
…
… … … … Nota (1) F Engels “crisi di sovrapproduzione e titoli futures”(riscritto) da Friedrich Engels, Lettere a Marx, 11.12.1857 – 6.1.1858] (“la contraddizione” no.89 – 4.2002) In questa crisi la sovraproduzione è stata generale come non lo era stata mai prima. Il bello è questo, e avrà delle conseguenze enormi. La forma sotto la quale la sovraproduzione si nasconde è sempre , più o meno l’estensione del credito; ma questa volta, in modo particolare, sono gli imbrogli con i titoli. Il sistema di far denaro mediante titoli “futuri”, attraverso banche o investitori istituzionali che pratichino “affari di cambio”, e di coprirli prima della scadenza, o anche no, secondo come si mettono le cose, è la regola. Tutti gli investitori istituzionali lo praticano. Questo sistema è stato spinto all’estremo; dove imperversano questi imbrogli su titoli, molti agenzie, trattarie in questa linea, sono andate in malora per questo. Si fa in questo modo: i messeri, invece di pagare cash [in contanti], trattava titoli futuri (futures) e su di essi pagava gli interessi: questo sistema si sviluppa nella stessa misura in cui crescono i prezzi. Insomma, ciascuno ha lavorato oltre le proprie forze, ha overtraded (commerciato al di sopra delle proprie capacità]. Se tuttavia “overtrading” non è proprio sinonimo di sovraproduzione, però è identico nella sostanza. Un’impresa che possieda un certo capitale, ha in esso la misura della sua capacità di produzione, di commercio e di consumo. Se questo capitale, attraverso gli imbrogli sui titoli fa un affare che presuppone un capitale stimato, a es., in una volta e mezzo, aumenta la produzione del 50%; il consumo sale anche grazie alla prosperità, ma in misura di gran lunga inferiore, diciamo del 25%. Alla fine di un qualsiasi periodo si verifica necessariamente un’accumulazione di merci superiore del 25% al bisogno bona fide, cioè a quello medio anche di un periodo di prosperità. Basterebbe questo a provocare lo scoppio della crisi, anche se il mercato monetario, l’indice del commercio, non la segnalava già in precedenza. Si lasci dunque che venga il crash e si vedrà che, oltre a questo 25%, un altro 25% almeno dello stock di tutte le merci diventa una droga per il mercato. Questo verificarsi della sovraproduzione in seguito all’estensione del credito e all’eccesso di commercio lo si può studiare in tutti i suoi particolari nella crisi attuale. Non c’è nulla di nuovo nella cosa in sé, ma nella chiarezza straordinaria in cui ora essa si sviluppa. L’enorme massa di capitale eccedente nel mercato è del resto una cosa stranissima ed è una nuova prova di quali enormi dimensioni abbia preso tutto l’insieme. Non mi stupirebbe affatto se questa eccedenza di floating capital [capitale fluttuante], già prima che si siano sviluppate le altre fasi della crisi, provocasse una nuova speculazione sulle azioni. Questa eccedenza di capitale disponibile ha anche certamente contribuito per la sua parte a mantenere in efficienza la speculazione e porta le cose al punto che alcuni investitori istituzionali, superato il panico, possano reclamare un posto tra i più solidi istituti del mondo.
(riscritto) da Friedrich
Engels, Lettere a Marx, 11.12.1857 – 6.1.1858] (no.89
– 4.2002) materiali:
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