| UNA RIFLESSIONE SUL PRESENTE PER IL FUTURO |
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| sabato 01 luglio 2006 | |
Nel momento in cui il territorio, il sociale nella sua accezione
più estesa del termine, diventano "luoghi" dove il precariato diffuso,
gli studenti, gli immigrati, si incontrano con le vecchie forme
"fordiste" del lavoro salariato, crediamo che sia proprio da qui che
debbano ripartire tutti gli sforzi per intercettare e generalizzare le
nuove fiammelle del conflitto contro l'organizzazione capitalistica del
lavoro, provando a ricomporre sul terreno dei diritti, la progressiva
atomizzazione e scomposizione in "lavori" propria dell'attuale fase di
sviluppo del capitalismo.
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Questo contributo al dibattito nasce dallo
sforzo dei compagni e delle compagne del Csa Vittoria di dare alcune
sintetiche chiavi interpretative rispetto alla situazione attuale del "movimento", provando anche ad indicare qualche possibile strada per
uscire da questa situazione!
Abbiamo anche cercato di enunciare una serie di problematiche, ma
abbiamo sempre usato volontariamente un NOI (movimento) collettivo,
proprio per lasciare meno spazio possibile a polemiche perchè crediamo
sia arrivato il momento di impegnare ogni nostra energia, oltre che per
la LIBERAZIONE di ogni compagna/o incarcerata/o, per provare a riprogettare
il nostro presente e il nostro futuro!
Oltre il 17 giugno:
dopo la positiva riuscita del corteo nazionale del 17 giugno, noi compagni e compagne del csa Vittoria, crediamo vada aperta una fase collettiva di riflessione sui possibili nuovi orizzonti che il movimento dovrebbe porsi per superare questa fase di emergenzialità repressiva e di collasso politico in cui versa ormai da mesi. Siamo profondamente convinti che, con il 17 giugno, una fase politica a Milano si sia definitivamente conclusa. Pensiamo anche che, per il "movimento milanese", non ci siano più le condizioni perchè l'obiettiva frammentazione, e tutta una serie di contraddizioni, si possano ormai superare se non con, e all'interno, di una profonda fase di riflessione propositiva da concretizzare con una sperimentazione di percorsi conflittuali praticati con - e tra - soggetti reali di massa. L'obiettivo dovrebbe essere, per tutte le nostre realtà, quello di produrre un circuito positivo di dialettica interna al movimento, tale da sostenere forme politiche autorganizzate di protagonismo sociale e reti di iniziativa tematica. Un'ipotesi per settembre potrebbe essere l'avviare confronti specifici in tavoli tematici da verificare immediatamente con iniziative collettive, optando per un mutamento di rotta e invitando tutte/i ad un tuffo nel reale e nelle contraddizioni materiali vissute quotidianamente da milioni di precari e sfruttati, dove rigenerare contenuti, pratiche, energia e combattività. Ovviamente, per quello che ci riguarda, a settembre proveremo ad ideare proposte di riflessione e iniziativa in specifico, ad esempio, sul problema della precarietà e del lavoro interinale, sul quale andrebbe costruito un ampio fronte di lotta, a partire dalle molte piccole esperienze di lavoro politico contro la precarizzazione di cui Milano è ricca. Questa fase di proposta e iniziativa politica allargata sarebbe l'unico percorso possibile per dare un forte segnale di discontinuità dalla spirale di quel circolo vizioso di un'autoreferenzialità propria della "proposta politica" (?) del movimento a MiIano che si è avvitatata ancor più su se stessa nel clima di isolamento e pesante repressione del dopo 11 marzo. Non vogliamo volontariamente entrare nel merito della mobilitazione dell'11 marzo, nè dell'affannosa e lacerante fase di preparazione del corteo del 17 giugno, ancorchè positivo da molti punti di vista. Vogliamo pure glissare sull'enfatica, affannosa e demagogica ricerca in tutte le direzioni di una superficiale unità, raggiunta e assunta con poca chiarezza, che trova le sue immotivate giustificazioni nel senso d'impotenza causato da un affondo repressivo di tale portata e da una sorta di acritica rimozione collettiva della giornata dell'11 marzo. Il rifiuto cosciente e sistematico di un confronto, ha creato arroccamenti su logiche di microarea, e non ha permesso una lucida disamina a 360° degli elementi di possibile positività o negatività di quella giornata, purtroppo accettata nelle sue forme come ineluttabile. Si è così determinata una forzosa compressione delle valutazioni all'interno del movimento in una inesaustiva e strumentale forbice, ai cui estremi si sono arroccati da una parte il pacifismo riformista, per principio non violento, e dall'altra l'avventurismo organizzato, che, infantilmente e velleitariamente, compara e misura il livello d'innalzamento del conflitto sociale con la quantità di "forza" utilizzata nello scontro di piazza, e la qualità del conflitto con il grado di livello organizzativo espresso nella gestione dello scontro stesso. Lo sbandamento causato dalla repressione ed anche dall'estremizzazione di valutazioni politiche diverse hanno sterilmente radicalizzato queste posizioni impedendo, fino ad ora, ogni seria e soprattutto lucida riflessione politica da svolgersi con particolare attenzione considerando le sicure "auscultazioni" da parte di magistratura ed organismi repressivi. Di fatto, in un clima di fuga verso dogmatiche e strumentali rivendicazioni di una prevedibile disfatta, verso improbabili sponde istituzionali o verso l'appiattimento su un mero e solidaristico anche se assolutamente necessario e indispensabile supporto legale, ci siamo tutti collettivamente negati lo spazio per un qualsiasi tipo di ragionamento: - che non accettasse le banalizzazioni e gli appiattimenti, - che rifiutasse di posizionarsi per il pro o per il contro in un'inesistente e strumentale dicotomia pacifismo/violenza proletaria, riformismo/rivoluzione - che ponesse le modalità della contrapposizione al corteo fascista dell'11 marzo all'interno di un contesto ragionato sui rapporti di forza politici prima che "militari" e all'interno di una situazione di scontro tra le fazioni della borghesia che si contendevano il primato elettorale, - che ponesse un serio problema di profonda autocritica politica senza annacquarla e scaricarla su eventuali o scontate sovradeterminazioni della piazza. Siamo convinti, infatti, che senza un oggettivo e pragmatico processo collettivo di critica e autocritica sia difficile, se non impossibile, fare passi in avanti. Critica/autocritica come profonda riflessione per comprendere gli errori e le eventuali superficialità di analisi in cui si è incappati, per poterli collettivamente superare. Tutta una serie di errori tattici compiuti sono ormai evidenti davanti agli occhi di qualsiasi compagno o compagna in buona fede. Tanto quanto sono evidenti le diversità di impostazioni strategiche che hanno tracciato traiettorie diverse e ricomponibili forse solo all�interno di una verifica e un confronto tra pratiche. Ma la verifica più importante sarà soprattutto l'assunzione di una responsabilità collettiva di spingere e far crescere un possibile movimento a Milano, nella legittima diversità di sensibilità e di pratiche, trasformandolo da "movimento d'opinione", oggettivamente con una valenza compatibile (compreso un certo tipo di antifascismo ) e in funzione solo della sopravvivenza di un ceto politico o di una possibile rappresentanza istituzionale, in un'opposizione chiara e di classe contro l'organizzazione capitalistica del lavoro. Ovviamente in questa affermazione c'è sicuramente un'estremizzazione, ma pensiamo possa servire a chiarire meglio la traiettoria in cui ci vogliamo porre. Ribadiamo di aver voluto solo sottolineare, senza entrare nel merito, le differenze e le divergenze presunte e/o reali, perchè l'intento prioritario per tutti crediamo debba essere quello di proporre analisi di fase e pratiche condivise, proposte d'iniziativa e consapevole valutazione degli obiettivi, in un processo dialettico che faccia crescere le pratiche antagoniste, soffiando sulle scintille di lotta e valorizzandole in un processo di ricomposizione sociale e di classe incompatibile con le classi dominanti. Crediamo sia il momento di provare a volare più in alto, provando a fissare degli obiettivi all�interno di un orizzonte più elevato del conflitto sociale, un passo alla volta più avanti di quello che collettivamente abbiamo saputo produrre quest'anno. Ci sentiamo, in questa proposta di confronto, di segnalarne solo una traccia superficiale: lavoro/salario, precarietà, casa, salute cultura, ambiente, diritti come obiettivi unificanti di lotte su contraddizioni strutturali e materiali che tutte le classi subordinate vivono, internazionalismo, antifascismo, antisessismo, che assumono valore di incompatibilità solo se poste all'interno di alveo strutturale quale il conflitto capitale/lavoro. Dobbiamo provare a ricostruire un immaginario che veda i nostri militanti, i nostri compagni e le nostre compagne, i ragazzi e le ragazze, gli uomini e le donne che compongono i nostri ambiti collettivi, porsi come rivoluzionari rispetto all'esistente. Dobbiamo spingere più forte per uscire da quel quadro di compatibilità, pacificata o no, in cui la scarsa capacità di intuire prospettive di lunga durata, la carenza diffusa di etica e cultura politica, il senso d'impotenza unita alle forti sirene istituzionali dello stato borghese vorrebbero vederci reclusi, impedendoci così di ribaltare quel ruolo di marginalità politica e sociale in cui volontariamente o no ci dibattiamo, ruolo che qualcuno purtroppo esalta, teorizzandolo, la difesa dell' "ultimo" degli sfruttati e degli esclusi è rivoluzionaria solo se posta all'interno di una logica di classe altrimenti ricalca il ruolo di un volontariato laico che non ci appartiene, anche se può occasionalmente esprimersi con una radicalità di comportamenti. Va abbandonato quell'estremismo parolaio e inconsistente che guarda più all'estetica dei comportamenti, che alla sostanza di una capacità di favorire aggregazione su contenuti radicalmente anticapitalisti, condizione questa che si trasforma automaticamente in pratiche conflittuali di massa. Tutti abbiamo criticato l'incosistenza della prospettiva, in una logica di trasformazione radicale dell'esistente, dell'area disobbediente, che ha assunto e spinto la tattica della pressione e del condizionamento sulle istituzioni a tal punto da assumerla sostanzialmente e trasformarla in strategia. Ma la virtualizzazione del conflitto con l'attacco ai simboli del capitalismo non è solo un "peccato" disobbediente e crediamo che molto ci sia da fare per ricostruire una diversità di immaginario che abbandoni le logiche di avanguardismo e individualismo pseudo-militare e pseudo-conflittuali. Siamo profondamente convinti che le realtà antagoniste debbano lavorare anche per favorire ed assumersi la responsabilità di momenti di rottura che possano anche essere minoritari numericamente e di forte impatto rispetto a condizioni di oggettiva debolezza. Ma ci sentiamo di aggiungere che queste forzature devono avvenire in condizioni di sostanziale non minoritarismo politico e in una condizione qualitativa (ad esempio forza, chiarezza e unità del movimento su come praticare e raggiungere un obiettivo) che possa indicare una trasformazione dei rapporti di forza, per cui disposti a sopportarne gli eventuali costi, ma senza soccombere politicamente a questi. Crediamo vada riavviato un processo collettivo di riflessione sul ruolo e sul senso complessivo dei nostri luoghi. Va innanzitutto respinto al mittente il ruolo di "vivace contributo giovanile" alla vita culturale delle grigie e decadenti metropoli capitaliste. Va rigettata con forza l�accettazione di un ruolo subordinato di servizio e compendio ricreativo o "controculturale" alla vita sociale delle città, che ha posto i centri sociali all'interno di un quadro di compatibilità politica, al massimo visti in un colorito ruolo di trasgressività comportamentale. E in questo senso anche la continua e forzosa ricerca di nuove forme di comunicazione è diventata talvolta così totalizzante da sminuire i valori stessi oggetto della comunicazione. Luoghi di produzione del conflitto, cosi li descrivevamo presuntuosamente qualche anno fa, ma era il segnale di un'utopia da raggiungere e da riprendere ora con forza. Crediamo anche che, in passato, pezzi di movimento siano caduti in queste trappole, e che questo fattore abbia rappresentato un handicap ideologico e culturale che non ha permesso, oltre alle ovvie difficoltà di fase, di sviluppare altro che un supporto mediatico alla denuncia delle contraddizioni piuttosto che uno sforzo di ricerca d'internità costante alle nuove forme del conflitto contro la precarietà diffusa per svilupparle in una direzione dichiaratamente anticapitalista. Questa condizione non ha contribuito a formare soggettività complessivamente anticapitaliste e ad attrezzare i nostri nuovi militanti ad una fase del conflitto diversa. Fase in cui tutti abbiamo consapevolmente accettato una sperimentazione empirica del lavoro politico sul territorio, senza darci o sforzarci di costruire una strategia di lunga durata. Ma è proprio da qui che pensiamo sia per tutti necessario ripartire. Nel momento in cui il territorio, il sociale nella sua accezione più estesa del termine, diventano "luoghi" dove il precariato diffuso, gli studenti, gli immigrati, si incontrano con le vecchie forme "fordiste" del lavoro salariato, crediamo che sia proprio da qui che debbano ripartire tutti gli sforzi per intercettare e generalizzare le nuove fiammelle del conflitto contro l'organizzazione capitalistica del lavoro, provando a ricomporre sul terreno dei diritti, la progressiva atomizzazione e scomposizione in "lavori" propria dell'attuale fase di sviluppo del capitalismo. Questa è la scommessa da vincere come "movimento".
Una scommessa da interpretare a seconda delle proprie specificità e
forme della comunicazione, ma una scommessa collettiva per candidarci
ad essere parte di un movimento di classe che costruisca sempre più
consenso ad un'idea di trasformazione radicale dell'esistente.
Un movimento di classe che travalichi i tanti corporativismi in cui ci hanno/ci siamo ingabbiati e sul terreno delle condizioni materiali vissute quotidianamente trovi la forza per ribaltare i rapporti di forza determinati dal capitalismo in una società divisa in classi. Per far questo ci vuole cultura, coscienza di classe, senso d'egualitarismo e combattività ed uno sforzo di ricomposizione che è sociale e di classe prima ancora che di piccolissime soggettività collettive. Noi crediamo, infine, che il nostro movimento debba essere all'interno di questo processo e che tutte le nostre capacità e intelligenze debbano essere impiegate in questo sforzo collettivo. I compagni e le compagne del Csa Vittoria |
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