| Antimperialismo e movimenti popolari in America Latina |
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| Monday 13 October 2008 | |
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Oggi l’America Latina si presenta
come uno straordinario laboratorio politico, non solo a livello prettamente
istituzionale o governativo, basti
pensare al ruolo fondamentale svolto dal movimento piquetero in Argentina,
capace di porre al centro del proprio agire politico i concetti e le pratiche
di autogestione e conflittualità, coniugandole con un notevole radicamento nei
quartieri popolari e una spinta aggregatrice che coinvolge decine di migliaia
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Nel corso degli ultimi mesi il processo di ridefinizione degli equilibri geopolitici mondiali ha avuto un’accelerazione. Il recente conflitto tra Georgia e Russia ha posto in evidenza il ritorno di quest’ultima ad un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale, con conseguenze che travalicano il Caucaso e l’Asia centrale (a partire dai primi anni Novanta, aree di tradizionale attrito tra Mosca e Washington). Infatti, come risposta alle navi dislocate dagli Stati Uniti nel Mar Nero, la Russia ha annunciato l’invio di due bombardieri e una flotta di quattro unità navali nel Mar dei Caraibi, di fronte alle coste del Venezuela, per un’ esercitazione militare congiunta con la marina venezuelana. Si tratta di un’iniziativa inserita in un progetto di cooperazione militare ed industriale tra Mosca e Caracas, che conferma innanzitutto l’indirizzo multilaterale adottato dal Venezuela bolivariano in politica estera, e conferma inoltre il venir meno dell’influenza della Casa Bianca nel suo tradizionale “cortile di casa”, l’America Latina. Se nel Caucaso la sconfitta è stata prevalentemente militare e strategica, quella che si va delineando in Sudamerica è una completa ridefinizione della presenza e dell’influenza di Washington (a livello politico/economico oltre che culturale) dagli esiti ancora incerti. Questo fenomeno è sicuramente da addebitare agli altri fronti di guerra che hanno notevolmente assorbito gli interessi e gli sforzi dell’establishment militare/industriale degli Stati Uniti dopo l’11 settembre (Afghanistan e Iraq), indebolendo di conseguenza il peso e la forza di Washington in altre aree del pianeta.
Tuttavia, è sotto gli occhi di tutti che questo processo ha subìto
un’accelerazione grazie alle trasformazioni politiche e sociali che hanno
attraversato la maggioranza dei Paesi latinoamericani negli ultimi anni. Oggi l’America Latina si presenta come uno straordinario laboratorio politico, non solo a livello prettamente istituzionale o governativo (pensiamo al Venezuela del processo bolivariano o alla Bolivia del nuovo protagonismo indigeno). Basti pensare al ruolo fondamentale svolto dal movimento piquetero in Argentina, capace di porre al centro del proprio agire politico i concetti e le pratiche di autogestione e conflittualità, coniugandole con un notevole radicamento nei quartieri popolari e una spinta aggregatrice che coinvolge decine di migliaia di persone. Si tratta di parole d’ordine fatte proprie anche da altri movimenti politici e sociali, come i contadini brasiliani del movimento Sem Terra o i movimenti indigeni di Bolivia e Ecuador. Naturalmente, la presa di coscienza e le pratiche di emancipazione che interessano vasti strati dei settori popolari di questi Paesi, insieme alla presenza di governi ostili che esprimono le istanze popolari di cambiamento, non potevano lasciare indifferenti gli Stati Uniti. Negli ultimi anni si sono intensificati gli sforzi del Pentagono per indebolire o rovesciare i vari governi che rappresentano una chiara opposizione all’egemonia imperialista del Pentagono. Dal tentato golpe venezuelano dell’aprile 2002 al recente tentativo secessionista delle province orientali in Bolivia, è evidente che è in atto una ridefinizione della strategia statunitense, che si muove attualmente su un doppio binario: da un lato i tradizionali tentativi di rovesciamento di governi legittimi che abbiamo citato (oltre al sostegno incondizionato alle oligarchie e al finanziamento di fantomatici movimenti di “opposizione”), dall’altro l’escalation militare (non solo attraverso l’invio di “consiglieri” militari, come nel caso colombiano). Nel secondo caso, un esempio lampante di questo disegno strategico è dato dalla ricostituzione, nello scorso mese di luglio, della IV Flotta della marina militare statunitense (usata contro i sommergibili nazisti durante la Seconda guerra mondiale e smantellata nel dopoguerra), destinata a pattugliare le acque dell’Atlantico meridionale di fronte alle coste sudamericane (ufficialmente contro il “narcotraffico”…). Si tratta di una risposta al crescente impegno, da parte dei Paesi latinoamericani, verso il rafforzamento dell’Unasur (l’Unione delle repubbliche sudamericane) e del Consiglio di Difesa sudamericano, in un’ottica di coordinamento e unità tra i singoli Paesi che rappresenta un elemento di novità nell’area latinoamericana, solitamente sottoposta al “divide et impera” nordamericano. È ancora presto per dire quali esiti avrà questa situazione in continua evoluzione. Tuttavia, siamo convinti che vada fatta una scelta di campo chiara ed esplicita come presupposto per un appoggio concreto e per l’espressione di una solidarietà politica, fortemente connotata in senso antimperialista, ai movimenti popolari e guerriglieri che lottano per un cambiamento radicale dell’esistente, verso una società di liberi e uguali. |
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