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Lettera aperta e contributo di un compagno di E. H. Lagunak Genova
Abbiamo letto
con stupore nel "quotidiamo comunista" Il Manifesto un
primo commento ironico sull'iniziativa organizzata giovedì 12
febbraio da "Amici e amiche di Euskal Herria Milano" che
apriva in Lombardia la settimana internazionale di solidarietà con
il popolo basco (organizzata in altri 35 paesi nel mondo): "con
tutto quello che succede in italia e nel mondo guarda di cosa si vanno ad occupare
alcuni centri sociali..."
Lettera aperta al Manifesto
Abbiamo letto
con stupore nel "quotidiamo comunista" Il Manifesto un
primo commento ironico sull'iniziativa organizzata giovedì 12
febbraio da "Amici e amiche di Euskal Herria - Milano" che
apriva in Lombardia la settimana internazionale di solidarietà con
il popolo basco (organizzata in altri 35 paesi nel mondo): "con
tutto quello che succede in italia e nel mondo guarda di cosa si vanno ad occupare
alcuni centri sociali..."
Il giorno dopo un
secondo articolo giustificava in tono stizzito la prima gravissima
mancanza di rispetto politico, criticando pretestuosamente il
percorso di solidarietà internazionalista intrapreso da diverse reti
in tutto il paese, con la degna conclusione che le notizie
erano state comunque riportate !!!!!!!! e che non c’era stata
nessuna volontà censura, come se una prefazione denigratoria non
rappresentasse una maniera più sottile di manipolare l’informazione
e non rappresentasse, nei fatti, una forma di censura.
Consideriamo tutto
ciò gravissimo ed ingiustificabile,
proprio nel momento in cui la nostra Rete Amici e Amiche del Popolo
Basco è stata responsabile, rivendicandola pienamente,
dell’occupazione simbolica della Rai di Milano, Venerdi 13
febbraio, proprio per protestare contro la censura e contro il
silenzio assordante, dei media governativi e non, sulle torture sulla
repressione e sull’ illegalizzazione delle espressioni politiche
del popolo basco.
Ora comprendiamo il profondo
smarrimento dei redattori del Manifesto davanti allo sfacelo delle
prospettive della sinistra istituzionale di riferimento del suddetto
quotidiano, e di come questo smarrimento possa causare crisi
d’isteria e infantilismo e possa produrre un genericissimo appello
alla mobilitazione contro la destre ma, comunque attribuendo il
massimo della buona fede al redattore in questione, crediamo che
questo suo commento sia stato un errore e una mancanza di rispetto
gravissima.
Come Rete Amici e Amiche di Euskal
Herria, siamo assolutamente convinti che un impegno militante, forte
e schierato sulle questioni della solidarietà internazionalista, un
approccio antimperialista alle modalità in cui la crisi strutturale
del modo di produzione capitalistico si riverberi sugli scenari
nazionali, rappresenti un salto di qualità per un movimento e una
sinistra anticapitalista degna di questo nome.
Ma questo punto ci chiediamo se, per i
giornalisti del manifesto, lo sterminio scientifico del popolo
palestinese, per il quale tante pagine sono state riempite ( senza
entrare nel merito dei contenuti), abbia un peso maggiore delle
centinaia e centinaia di militanti baschi torturati e sequestrati
nelle carceri francesi o spagnole, se si soppesa la valenza della
solidarietà ai popoli in lotta per l’autodeterminazione in base
alla drammaticità delle immagini che provengono da quei teatri di
guerra o repressione, se per qualche “strano” calcolo
umanitaristico, conta più la quantità di bambini trucidati dalle
bombe o dal fosforo bianco dell’esercito sionista, delle centinaia
di compagni e compagne, espressione della resistenza del popolo
basco, assassinati in agguati dai servizi segreti spagnoli o
apertamente dalla polizia nelle strade.
Noi, come rete e come strutture
politiche che di questa rete fanno parte, siamo stati tra i primi a
scendere in piazza a milano insieme alle migliaia e migliaia di
persone che si sono mobilitate a sostegno dell’eroico Popolo
Palestinese che, sotto le bombe e nel bagno di sangue di Gaza,
riusciva a dare un messaggio di speranza e di Resistenza, e sappiamo
e abbiamo verificato ancora una volta che con le guerre, la Verità e
l’informazione corretta sono le prime cose che vengono meno, ma una
delle qualità più trasparenti, più belle e pure che il compagno
Stefano Chiarini, redattore dello stesso giornale in cui voi
scrivete, ha cercato di trasmetterci in numerosi incontri, è stata
che la determinazione, la perseveranza e il non darsi mai per vinti
sono un fattore indispensabile per provare a costruire una sinistra
anticapitalista e antimperialista ed esserne degnamente militanti.
E questa è una lezione che tutti noi
dovremo sempre tenere presente, in piazza, nelle mobilitazioni, ma
anche davanti a una penna o una tastiera di un computer.
Concludiamo, per chiudere questa
inutile polemica, pretendendo un maggior rispetto per uno sforzo
faticosissimo di costruzione e organizzazione di un percorso stabile
di solidarietà internazionalista proprio perché la cosa, per noi,
essenziale e che questo percorso esprima qualità nella continuità.
Sabato 21 febbraio a Milano ci sarà
un corteo delle comunità kurde palestinesi e basche per il diritto
alla autodeterminazione dei popoli titolato “tanti popoli un’unica
lotta”
Di questo percorso noi ci sentiamo
orgogliosi, perché chiaro e limpido nella sua strategia, senza alcun
tentennamento e senza cedere alle lusinghe di sirene istituzionali o
ex che vorranno portare l’antimperialismo sul terreno delle
compatibilità politiche.
Forse, ora, minoritari ma convinti che,
faticosamente ma con determinazione, questa sia l’unica strada
percorribile per aprire prospettive per una reale trasformazione
radicale dell’esistente.
Rete Amici Amiche del Popolo Basco
Euskal Herriaren
Lagunak milano.
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Sul Manifesto e
l'internazionalismo
Contributo di un compagno della rete Lagunak di genova
Nel 1995, l'organizzazione armata ETA
aveva diffuso un programma tattico
nominato "Alternativa
Democratica", adeguamento alla fase della
"Alternativa
Tattica KAS". La forma usata per rendere pubblica tale
proposta,
fu un video, che il partito di unità popolare Herri Batasuna
(ma
pure alcune televisioni di stato europee, prima quella tedesca,
in
seguito anche la RAI) diffuse in assemblee pubbliche per
consentire al
popolo basco ed a tutte le forze politiche, sociali
e sindacali che vi
trovavano spazio, di esprimersi. La reazione
dello stato spagnolo fu di
incarcerare l'intera Direzione
Nazionale del partito. Esemplare la
risposta del quotidiano
sedicente comunista "Il Manifesto", che continuò
a
definire Herri Batasuna un partito terrorista, facendo eco
all'allora
responsabile di relazioni internazionali di
Rifondazione Comunista, che
esprimendosi sull'appello alla
solidarietà lanciato dal partito basco,
disse che non avrebbe
fatto ritirare le firme concesse in seno al suo
partito solo per
non dare maggiore risalto a quel partito di terroristi.
Questo
non per recriminare, ma al contrario, per rimarcare come il tipo
di
atteggiamento denunciato da* compagn* di Euskal Herriaren
Lagunak,
sia biologico di (de)formazioni che nulla hanno a che
vedere nella
realtà col titolo ideologico di cui si
fregiano.
Ritengo che la fine del secolo scorso e l'inizio di
questo, abbiano
ampiamente dimostrato di che pasta sono fatti,
dalla partecipazione a
governi antioperai, alle leggi contro gli
immigrati, fino, non in ordine
di tempo, al sostegno alle guerre
imperialiste. Sarebbe anche l'ora di
lasciare affogare questi
soggetti nella loro miseria.
Più importante invece credo
sarebbe riflettere sulla situazione dei tre
popoli, quattro con i
lavoratori dello stato italiano, che convocano la
manifestazione
di sabato 21 febbraio, e sulla parola d'ordine che la
caratterizza:
"Molti popoli, una sola lotta".
L'occasione da
cogliere è importantissima. Tantissimi infatti i problemi
in
comune fra questi quattro paesi, senza cadere in tematiche di
tipo
umanitario che, per quanto incontestabili, da sole sviano
l'attenzione
dalle questioni di maggiore importanza.
Potremmo
iniziare col discorso sulla "democrazia", più precisamente
su
quel fenomeno che maggiormente dovrebbe caratterizzarla, le
"libere"
elezioni.
In Euskal Herria, è ormai
fenomeno consueto che le liste della Sinistra
Abertzale vengano
interdette, con corollario di arresti di militanti e
aggressioni
alle manifestazioni. In occasione della prima di queste
interdizioni,
quella di Batasuna, e per retroattività di Herri Batasuna,
un
ministro dell'allora governo Aznar disse con chiarezza e senza
falsi
pudori, che al di là dello scopo politico di levarsi dai
piedi un
partito scomodo, la sua esclusione dalle istituzioni,
anche locali,
avrebbe dato via libera a tanti appalti e
speculazioni che fino ad
allora avevano bloccato nei comuni in cui
erano alla direzione.
Certamente un popolo combattivo, una classe
lavoratrice pronta a
rispondere colpo su colpo, da fastidio
all'oligarchia spagnola (non
dimentichiamo che una buona parte di
essa è composta dalla borghesia
imperialista basca); ma quando si
tratta di affari, allora non c'è
ostacolo che tenga.
In
Palestina, le ultime elezioni sono state vinte dal partito
Hamas.
Immediata la reazione di Israele, USA ed Unione Europea,
con blocco
delle frontiere, blocco dei finanziamenti, embargo
anche peggiore di
quello cui è sottoposta Cuba. Promozione di un
colpo di stato per
rimettere in sella il governo amico di Abu
Mazen, aggressione e pratica
di sterminio nella Striscia di Gaza,
mentre in Cisgiordania prodsegue la
repressione "interna"/esterna
dei militanti di organizzazioni scomode,
soprattutto il FPLP.
Dietro fra l'altro ci sono le mire sui pozzi di gas
al largo di
Gaza.
Nello stato turco, non solo le organizzazioni kurde, ma
anche i
comunisti della Turchia vengono messi fuorilegge,
perseguitati,
aggrediti quanti praticano o sostengono la
solidarietà allo sciopero
della fame dei prigionieri politici, le
manifestazioni proibite.
Petrolio in Kurdistan? Mah...
Nello
stato italiano dei Pulcinella, l'Esecutivo nel suo piccolo si leva
di
mezzo quelle sacche fastidiose di media e piccola
borghesia
"progressista" rappresentata dai partiti della
mal definita "sinistra
radicale". Lo strumento è lo
sbarramento alle elezioni.
Ristrutturazione, crisi...
Il
tutto dimostra solo una cosa, a mio avviso, e cioè il fatto che
in
una fase di crisi come quella che dura ormai da tre decenni,
la
borghesia imperialista non ha alcuna intenzione di concedere
spazi
ancorchè formali che possano ostacolare il suo cammino. In
poche parole,
la lezione è che se le elezioni servissero davvero
a qualcosa, sarebbero
proibite.
Altro punto in comune fra i
quattro paesi in questione, è quello
relativo al flusso in due
direzioni di forza lavoro, immigrazione ed
emigrazione. Il dominio
raggiunto complessivamente sul pianeta da parte
del sistema
capitalista, seguendo il gioco delle convenienìze
economiche,
spinge milioni di persone ad abbandonare la propria terra ed
il
proprio ambiente alla ricerca di migliori, o anche solo
maggiori,
possibilità di sopravvivenza, dato che la ricerca del
massimo profitto
genera carestie, disoccupazione e guerre da cui
la forza lavoro è
costretta a fuggire, o a subire l'eterno
ricatto di condizioni di vita e
di lavoro sempre peggiori. È un
dato questo che accomuna tutto il mondo.
Negli USA, che respingono
a fucilate i messicani che tentano di entrare
lungo la frontiera
fortificata, mentre i lavoratori interni, travolti
dalla crisi,
saranno costretti ad accettare riduzioni di salario,
ambienti ed
orari di lavoro disumani, a meno che non accettino di andare
a
farsi ammazzare per lo Zio Sam in una qualsiasi delle sue guerre
in
giro per il mondo. Nell'Unione Europea, quella che vede morire
per
annegamento, stenti o incidenti di vario genere quanti tentano
di
immigrare; che rinchiude quanti ci riescono nei campi di
concentramento,
che sottopone quanti ne escono a leggi razziali e
situazioni di
sfruttamento estremo, mettendo loro contro i
lavoratori interni,
esasperati dalle sempre più precarie
condizioni di lavoro e di vita ed
intossicati dalla propaganda
razzista. In quello che veniva definito
Terzo Mondo, dove, se non
ti arruoli in qualche guerra definita
"tribale", in
realtà che ti porta a morire per garantire a questa o
quella
multinazionale il controllo sulle materie prime, puoi scegliere
fra
morire di fame, malattie, rappresaglie, o tentare la
fortuna
attraverso mille pericoli nel mondo che cerca di apparire
così ricco e
benestante. Come lo stato italiano, che attrae,
rifiuta, sfrutta, lascia
morire, lusinga, discrimina, a seconda
delle esigenze produttive, i
lavoratori "stranieri",
nello stesso tempo in cui fa scempio delle
conquiste ottenute dai
lavoratori con le lotte dei decenni precedenti.
Al giorno d'oggi,
nei posti di lavoro ci sono situazioni paradossali per
cui quattro
lavoratori che svolgono le stesse mansioni, possono avere
quattro
tipi di contratto diverso. E con l'attacco al contratto
nazionale
che viene portato di questi tempi, l'avvento della
contrattazione
diretta individuale, porrà il timbro definitivo sulla
sconfitta.
È
per questo, per arrivare al punto, che la parola d'ordine che
convoca
la manifestazione, è importante, e può essere dirompente
se interpretata
ed applicata alla lettera. Molti popoli, una sola
lotta. Anche se a
questo punto sarebbe più appropriato dire "una
sola classe, una sola
lotta", perchè l'unico scontro
realmente determinante a questo punto è
quello fra la classe dei
lavoratori, dovunque si trovino e da dovunque
ne vengano, e la
classe dgli sfruttatori ed i loro servi. E l'unica
direzione
praticabile per noi lavoratori, è quella della comunità
di
interessi e delle lotte. Ci sono esempi più che validi di
solidarietà
fra lavoratori, dal sostegno alla lotta dei
lavoratori INNSE, a quella
vittoriosa alla Bennet di Origgio; da
quella dei cassintegrati Alfa di
Arese per far ottenere un
contratto degno ai lavoratori stranieri delle
cooperative, a
quella degli operai delle Riparazioni Navali di Genova
per
parificare le condizioni salariali a 200 lavoratori fatti
venire
dalla Romania.
Sono pratiche esportabili e da
prendere ad esempio, perchè quando gli
operai di Bilbo, di
Pomigliano, i lavoratori di Palestina, scendono in
lotta per
conquistare il loro diritto all'esistenza contro i profitti
dei
padroni, diventano tutt'uno con gli interessi della resistenza
a
Gaza, nel Kurdistan, in Euskal Herria come nell'America
Latina.
Ed a questo punto, fanno scomparire nell'oblio quanti,
Manifesto o
Rifondazione o finti comunisti di ogni genere, tentano
di farsi belli
sulle spalle dei lavoratori.
Sarebbe una vittoria grandissima se la
manifestazione di sabato 21
sapesse fare propria in questo senso
la parola d'ordine
dell'internazionalismo. Ci vediamo in
piazza.
Stefano, operaio di Genova.
Irabazi
arte!
www.inventati.org/irrintzi
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