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Thursday 19 February 2009

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Lettera aperta e contributo di un compagno di E. H. Lagunak Genova

Abbiamo letto con stupore nel "quotidiamo comunista" Il Manifesto un primo commento ironico sull'iniziativa organizzata giovedì 12 febbraio da "Amici e amiche di Euskal Herria Milano" che apriva in Lombardia la settimana internazionale di solidarietà con il popolo basco (organizzata in altri 35 paesi nel mondo): "con tutto quello che succede in italia e nel mondo guarda di cosa si vanno ad occupare alcuni centri sociali..."

 
Lettera aperta al Manifesto

Abbiamo letto con stupore nel "quotidiamo comunista" Il Manifesto un primo commento ironico sull'iniziativa organizzata giovedì 12 febbraio da "Amici e amiche di Euskal Herria - Milano" che apriva in Lombardia la settimana internazionale di solidarietà con il popolo basco (organizzata in altri 35 paesi nel mondo): "con tutto quello che succede in italia e nel mondo guarda di cosa si vanno ad occupare alcuni centri sociali..."

Il giorno dopo un secondo articolo giustificava in tono stizzito la prima gravissima mancanza di rispetto politico, criticando pretestuosamente il percorso di solidarietà internazionalista intrapreso da diverse reti in tutto il paese, con la degna conclusione che le notizie erano state comunque riportate !!!!!!!! e che non c’era stata nessuna volontà censura, come se una prefazione denigratoria non rappresentasse una maniera più sottile di manipolare l’informazione e non rappresentasse, nei fatti, una forma di censura.

Consideriamo tutto ciò gravissimo ed ingiustificabile, proprio nel momento in cui la nostra Rete Amici e Amiche del Popolo Basco è stata responsabile, rivendicandola pienamente, dell’occupazione simbolica della Rai di Milano, Venerdi 13 febbraio, proprio per protestare contro la censura e contro il silenzio assordante, dei media governativi e non, sulle torture sulla repressione e sull’ illegalizzazione delle espressioni politiche del popolo basco.

Ora comprendiamo il profondo smarrimento dei redattori del Manifesto davanti allo sfacelo delle prospettive della sinistra istituzionale di riferimento del suddetto quotidiano, e di come questo smarrimento possa causare crisi d’isteria e infantilismo e possa produrre un genericissimo appello alla mobilitazione contro la destre ma, comunque attribuendo il massimo della buona fede al redattore in questione, crediamo che questo suo commento sia stato un errore e una mancanza di rispetto gravissima.

Come Rete Amici e Amiche di Euskal Herria, siamo assolutamente convinti che un impegno militante, forte e schierato sulle questioni della solidarietà internazionalista, un approccio antimperialista alle modalità in cui la crisi strutturale del modo di produzione capitalistico si riverberi sugli scenari nazionali, rappresenti un salto di qualità per un movimento e una sinistra anticapitalista degna di questo nome.

Ma questo punto ci chiediamo se, per i giornalisti del manifesto, lo sterminio scientifico del popolo palestinese, per il quale tante pagine sono state riempite ( senza entrare nel merito dei contenuti), abbia un peso maggiore delle centinaia e centinaia di militanti baschi torturati e sequestrati nelle carceri francesi o spagnole, se si soppesa la valenza della solidarietà ai popoli in lotta per l’autodeterminazione in base alla drammaticità delle immagini che provengono da quei teatri di guerra o repressione, se per qualche “strano” calcolo umanitaristico, conta più la quantità di bambini trucidati dalle bombe o dal fosforo bianco dell’esercito sionista, delle centinaia di compagni e compagne, espressione della resistenza del popolo basco, assassinati in agguati dai servizi segreti spagnoli o apertamente dalla polizia nelle strade.

Noi, come rete e come strutture politiche che di questa rete fanno parte, siamo stati tra i primi a scendere in piazza a milano insieme alle migliaia e migliaia di persone che si sono mobilitate a sostegno dell’eroico Popolo Palestinese che, sotto le bombe e nel bagno di sangue di Gaza, riusciva a dare un messaggio di speranza e di Resistenza, e sappiamo e abbiamo verificato ancora una volta che con le guerre, la Verità e l’informazione corretta sono le prime cose che vengono meno, ma una delle qualità più trasparenti, più belle e pure che il compagno Stefano Chiarini, redattore dello stesso giornale in cui voi scrivete, ha cercato di trasmetterci in numerosi incontri, è stata che la determinazione, la perseveranza e il non darsi mai per vinti sono un fattore indispensabile per provare a costruire una sinistra anticapitalista e antimperialista ed esserne degnamente militanti.

E questa è una lezione che tutti noi dovremo sempre tenere presente, in piazza, nelle mobilitazioni, ma anche davanti a una penna o una tastiera di un computer.

Concludiamo, per chiudere questa inutile polemica, pretendendo un maggior rispetto per uno sforzo faticosissimo di costruzione e organizzazione di un percorso stabile di solidarietà internazionalista proprio perché la cosa, per noi, essenziale e che questo percorso esprima qualità nella continuità.

Sabato 21 febbraio a Milano ci sarà un corteo delle comunità kurde palestinesi e basche per il diritto alla autodeterminazione dei popoli titolato “tanti popoli un’unica lotta”

Di questo percorso noi ci sentiamo orgogliosi, perché chiaro e limpido nella sua strategia, senza alcun tentennamento e senza cedere alle lusinghe di sirene istituzionali o ex che vorranno portare l’antimperialismo sul terreno delle compatibilità politiche.

Forse, ora, minoritari ma convinti che, faticosamente ma con determinazione, questa sia l’unica strada percorribile per aprire prospettive per una reale trasformazione radicale dell’esistente.

Rete Amici Amiche del Popolo Basco

Euskal Herriaren Lagunak milano.

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Sul Manifesto e l'internazionalismo
 
Contributo di un compagno della rete Lagunak di genova

 
Nel 1995, l'organizzazione armata ETA aveva diffuso un programma tattico
nominato "Alternativa Democratica", adeguamento alla fase della
"Alternativa Tattica KAS". La forma usata per rendere pubblica tale
proposta, fu un video, che il partito di unità popolare Herri Batasuna
(ma pure alcune televisioni di stato europee, prima quella tedesca, in
seguito anche la RAI) diffuse in assemblee pubbliche per consentire al
popolo basco ed a tutte le forze politiche, sociali e sindacali che vi
trovavano spazio, di esprimersi. La reazione dello stato spagnolo fu di
incarcerare l'intera Direzione Nazionale del partito. Esemplare la
risposta del quotidiano sedicente comunista "Il Manifesto", che continuò
a definire Herri Batasuna un partito terrorista, facendo eco all'allora
responsabile di relazioni internazionali di Rifondazione Comunista, che
esprimendosi sull'appello alla solidarietà lanciato dal partito basco,
disse che non avrebbe fatto ritirare le firme concesse in seno al suo
partito solo per non dare maggiore risalto a quel partito di terroristi.

Questo non per recriminare, ma al contrario, per rimarcare come il tipo
di atteggiamento denunciato da* compagn* di Euskal Herriaren Lagunak,
sia biologico di (de)formazioni che nulla hanno a che vedere nella
realtà col titolo ideologico di cui si fregiano.

Ritengo che la fine del secolo scorso e l'inizio di questo, abbiano
ampiamente dimostrato di che pasta sono fatti, dalla partecipazione a
governi antioperai, alle leggi contro gli immigrati, fino, non in ordine
di tempo, al sostegno alle guerre imperialiste. Sarebbe anche l'ora di
lasciare affogare questi soggetti nella loro miseria.

Più importante invece credo sarebbe riflettere sulla situazione dei tre
popoli, quattro con i lavoratori dello stato italiano, che convocano la
manifestazione di sabato 21 febbraio, e sulla parola d'ordine che la
caratterizza: "Molti popoli, una sola lotta".

L'occasione da cogliere è importantissima. Tantissimi infatti i problemi
in comune fra questi quattro paesi, senza cadere in tematiche di tipo
umanitario che, per quanto incontestabili, da sole sviano l'attenzione
dalle questioni di maggiore importanza.

Potremmo iniziare col discorso sulla "democrazia", più precisamente su
quel fenomeno che maggiormente dovrebbe caratterizzarla, le "libere"
elezioni.

In Euskal Herria, è ormai fenomeno consueto che le liste della Sinistra
Abertzale vengano interdette, con corollario di arresti di militanti e
aggressioni alle manifestazioni. In occasione della prima di queste
interdizioni, quella di Batasuna, e per retroattività di Herri Batasuna,
un ministro dell'allora governo Aznar disse con chiarezza e senza falsi
pudori, che al di là dello scopo politico di levarsi dai piedi un
partito scomodo, la sua esclusione dalle istituzioni, anche locali,
avrebbe dato via libera a tanti appalti e speculazioni che fino ad
allora avevano bloccato nei comuni in cui erano alla direzione.
Certamente un popolo combattivo, una classe lavoratrice pronta a
rispondere colpo su colpo, da fastidio all'oligarchia spagnola (non
dimentichiamo che una buona parte di essa è composta dalla borghesia
imperialista basca); ma quando si tratta di affari, allora non c'è
ostacolo che tenga.

In Palestina, le ultime elezioni sono state vinte dal partito Hamas.
Immediata la reazione di Israele, USA ed Unione Europea, con blocco
delle frontiere, blocco dei finanziamenti, embargo anche peggiore di
quello cui è sottoposta Cuba. Promozione di un colpo di stato per
rimettere in sella il governo amico di Abu Mazen, aggressione e pratica
di sterminio nella Striscia di Gaza, mentre in Cisgiordania prodsegue la
repressione "interna"/esterna dei militanti di organizzazioni scomode,
soprattutto il FPLP. Dietro fra l'altro ci sono le mire sui pozzi di gas
al largo di Gaza.

Nello stato turco, non solo le organizzazioni kurde, ma anche i
comunisti della Turchia vengono messi fuorilegge, perseguitati,
aggrediti quanti praticano o sostengono la solidarietà allo sciopero
della fame dei prigionieri politici, le manifestazioni proibite.
Petrolio in Kurdistan? Mah...

Nello stato italiano dei Pulcinella, l'Esecutivo nel suo piccolo si leva
di mezzo quelle sacche fastidiose di media e piccola borghesia
"progressista" rappresentata dai partiti della mal definita "sinistra
radicale". Lo strumento è lo sbarramento alle elezioni.
Ristrutturazione, crisi...

Il tutto dimostra solo una cosa, a mio avviso, e cioè il fatto che in
una fase di crisi come quella che dura ormai da tre decenni, la
borghesia imperialista non ha alcuna intenzione di concedere spazi
ancorchè formali che possano ostacolare il suo cammino. In poche parole,
la lezione è che se le elezioni servissero davvero a qualcosa, sarebbero
proibite.

Altro punto in comune fra i quattro paesi in questione, è quello
relativo al flusso in due direzioni di forza lavoro, immigrazione ed
emigrazione. Il dominio raggiunto complessivamente sul pianeta da parte
del sistema capitalista, seguendo il gioco delle convenienìze
economiche, spinge milioni di persone ad abbandonare la propria terra ed
il proprio ambiente alla ricerca di migliori, o anche solo maggiori,
possibilità di sopravvivenza, dato che la ricerca del massimo profitto
genera carestie, disoccupazione e guerre da cui la forza lavoro è
costretta a fuggire, o a subire l'eterno ricatto di condizioni di vita e
di lavoro sempre peggiori. È un dato questo che accomuna tutto il mondo.
Negli USA, che respingono a fucilate i messicani che tentano di entrare
lungo la frontiera fortificata, mentre i lavoratori interni, travolti
dalla crisi, saranno costretti ad accettare riduzioni di salario,
ambienti ed orari di lavoro disumani, a meno che non accettino di andare
a farsi ammazzare per lo Zio Sam in una qualsiasi delle sue guerre in
giro per il mondo. Nell'Unione Europea, quella che vede morire per
annegamento, stenti o incidenti di vario genere quanti tentano di
immigrare; che rinchiude quanti ci riescono nei campi di concentramento,
che sottopone quanti ne escono a leggi razziali e situazioni di
sfruttamento estremo, mettendo loro contro i lavoratori interni,
esasperati dalle sempre più precarie condizioni di lavoro e di vita ed
intossicati dalla propaganda razzista. In quello che veniva definito
Terzo Mondo, dove, se non ti arruoli in qualche guerra definita
"tribale", in realtà che ti porta a morire per garantire a questa o
quella multinazionale il controllo sulle materie prime, puoi scegliere
fra morire di fame, malattie, rappresaglie, o tentare la fortuna
attraverso mille pericoli nel mondo che cerca di apparire così ricco e
benestante. Come lo stato italiano, che attrae, rifiuta, sfrutta, lascia
morire, lusinga, discrimina, a seconda delle esigenze produttive, i
lavoratori "stranieri", nello stesso tempo in cui fa scempio delle
conquiste ottenute dai lavoratori con le lotte dei decenni precedenti.
Al giorno d'oggi, nei posti di lavoro ci sono situazioni paradossali per
cui quattro lavoratori che svolgono le stesse mansioni, possono avere
quattro tipi di contratto diverso. E con l'attacco al contratto
nazionale che viene portato di questi tempi, l'avvento della
contrattazione diretta individuale, porrà il timbro definitivo sulla
sconfitta.

È per questo, per arrivare al punto, che la parola d'ordine che convoca
la manifestazione, è importante, e può essere dirompente se interpretata
ed applicata alla lettera. Molti popoli, una sola lotta. Anche se a
questo punto sarebbe più appropriato dire "una sola classe, una sola
lotta", perchè l'unico scontro realmente determinante a questo punto è
quello fra la classe dei lavoratori, dovunque si trovino e da dovunque
ne vengano, e la classe dgli sfruttatori ed i loro servi. E l'unica
direzione praticabile per noi lavoratori, è quella della comunità di
interessi e delle lotte. Ci sono esempi più che validi di solidarietà
fra lavoratori, dal sostegno alla lotta dei lavoratori INNSE, a quella
vittoriosa alla Bennet di Origgio; da quella dei cassintegrati Alfa di
Arese per far ottenere un contratto degno ai lavoratori stranieri delle
cooperative, a quella degli operai delle Riparazioni Navali di Genova
per parificare le condizioni salariali a 200 lavoratori fatti venire
dalla Romania.

Sono pratiche esportabili e da prendere ad esempio, perchè quando gli
operai di Bilbo, di Pomigliano, i lavoratori di Palestina, scendono in
lotta per conquistare il loro diritto all'esistenza contro i profitti
dei padroni, diventano tutt'uno con gli interessi della resistenza a
Gaza, nel Kurdistan, in Euskal Herria come nell'America Latina.

Ed a questo punto, fanno scomparire nell'oblio quanti, Manifesto o
Rifondazione o finti comunisti di ogni genere, tentano di farsi belli
sulle spalle dei lavoratori.

Sarebbe una vittoria grandissima se la manifestazione di sabato 21
sapesse fare propria in questo senso la parola d'ordine
dell'internazionalismo. Ci vediamo in piazza.

Stefano, operaio di Genova.
Irabazi arte!
www.inventati.org/irrintzi

 

 




 
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