| CENNI STORICI E RIFLESSIONI SUL SIONISMO |
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| Wednesday 07 May 2008 | |
Questo
è un piccolo
contributo delle compagne e dei compagni del Centro Sociale Vittoria
alla causa del popolo palestinese.
Crediamo che anche solo la diffusione della
verità sulla nascita dell’occupazione israeliana in Palestina, renda
naturale e oggettiva la scelta di campo a fianco del popolo palestinese
in lotta per la propria autodeterminazione.
“Il conflitto israelo-palestinese è un conflitto politico tra un movimento coloniale e un movimento di liberazione nazionale. Il sionismo è un'ideologia politica, e non religiosa, che mira a risolvere la questione ebraica in Europa con l'immigrazione in Palestina, la sua colonizzazione e la creazione di uno Stato ebraico. Questa è la definizione che ne hanno sempre dato i suoi ispiratori, da Herzl a Ben Gurion, da Pinsker a Jabotinsky, per i quali il concetto di colonizzazione o di colonie non ha mai avuto un'accezione peggiorativa. Fino all'ascesa al potere del nazismo, la stragrande maggioranza degli ebrei nel mondo ha rifiutato il sionismo, considerandolo da un lato come un'eresia e dall'altro come una teoria reazionaria e per giunta anacronistica. In questo senso, l'antisionismo è sempre stato considerato come una posizione politica tra le altre, per di più egemoni nel mondo ebraico per quasi mezzo secolo. Solo da circa una trentina d'anni una vasta campagna internazionale tenta di delegittimare l'antisionismo identificandolo con l'antisemitismo, senza mai entrare nel merito di cosa sia veramente il sionismo. “
Michel Warschawski, intellettuale israeliano
Il sionismo
Si era nell'anno 1897, nel pieno delle dinamiche coloniali, con le
grandi potenze impegnate a spartirsi il mondo interno, quando a Basilea
si teneva il primo Congresso del movimento politico sionista,
costituito da ebrei fanatici e conservatori, decisi a riprendere
possesso ad ogni costo e con ogni mezzo di quella che consideravano la
"patria storica" della "nazione ebraica mondiale". "Una terra senza popolo per un popolo senza terra" è lo slogan con cui il sionismo è partito alla conquista della Palestina, con l´unico inconveniente che questa non era una terra vuota, ma c´erano arabi (semiti anche loro da un punto di vista storico-linguistico, religioso e, sembra, biologico) e vi convivevano pacificamente diverse religioni. L’unico modo per costruirvi uno Stato esclusivista ebraico era quindi la pulizia etnica e il terrorismo nei confronti dei nativi palestinesi. Per raggiungere il loro obiettivo i sionisti si sono appoggiati alternativamente alle diverse potenze coloniali: in un primo tempo alla Germania e successivamente alla Gran Bretagna, uscita vittoriosa dal primo conflitto mondiale e potenza coloniale egemone. Il 2 novembre 1917 Londra, sperando di consolidare in questo modo le proprie ambizioni egemoniche sulla regione mediorientale, ha legittimato le rivendicazioni sioniste (dichiarazione del ministro degli esteri Balfour) e nel 1922 ottenuto il mandato a governare sulla Palestina, alimentando ad arte negli anni successivi le divisioni tra le popolazioni ebraica ed araba. Dopo aver tentato clandestinamente di trattare con la Germania nazista, i sionisti si sono infine appoggiati alla potenza uscita vittoriosa dal secondo conflitto mondiale, gli Stati Uniti d'America di Truman, a cui toccava ora fare la parte del leone con la Gran Bretagna in evidente difficoltà nel contenere le aspirazioni del nascente movimento di liberazione nazionale arabo e l'esplodere della lotta di classe che ha visto come protagonisti tanto gli arabi quanto gli ebrei. E' stata l'organizzazione sionista Histadrut (Confederazione generale dei lavoratori ebrei nella terra d'Israele), ad esempio, a far cessare lo sciopero unitario dei lavoratori postelegrafonici del 1946, mentre crescevano e si consolidavano le azioni terroristiche dei diversi gruppi sionisti, dalla "Banda Stern" a "Irgun Tzevzi Leumi", all'esercito clandestino "Hagana", rivolte non solamente contro la popolazione araba ma anche contro gli inglesi. Tanto che la Gran Bretagna è stata costretta a rivolgersi all'ONU nell'aprile del 1947, dimostrando al mondo il proprio fallimento. Dopo aver discusso il nodo della Palestina, con l'URSS impegnata a sostenere la prospettiva di un unico stato multietnico oppure, in via alternativa, la teoria dei "due popoli due stati" con Gerusalemme città internazionale, nel maggio 1948 l'Assemblea dell'ONU ha deciso di revocare il mandato britannico e di operare nella prospettiva della nascita di uno stato ebraico ed uno palestinese. Secondo la spartizione proposta dalle Nazioni Unite nel 1947,
agli ebrei spettava il 56% della Palestina storica nonostante
rappresentassero solo un terzo della popolazione, mentre la grande
maggioranza dei palestinesi doveva accontentarsi di un’area frammentata
che copriva circa il 43% del paese; Gerusalemme doveva restare “zona
internazionale” sotto controllo dell’ONU.
Subito dopo la decisione dell'ONU le organizzazioni sioniste, sostenute dagli USA e decise ad impedire la nascita di uno stato palestinese, hanno scatenato il terrore in terra di Palestina (i terroristi Begin a Ben Gurion, oggi considerati "eroi" e "padri della patria" in Israele). I sionisti hanno occupato 18 città, tra le quali Gerusalemme, e decine di villaggi, costringendo alla fuga circa 650.000 arabi, mentre il paese di Deir Yassin veniva letteralmente cancellato dalla carta geografica e gli abitanti sterminati. In questo contesto il 14 maggio 1948 il Va'ad Leumi (Consiglio Nazionale) decretava la nascita dello stato sionista di Israele, che per decenni avrebbe avuto come solo obiettivo la guerra e l'espansione dei propri possedimenti a danno della popolazione araba, cacciata dalle proprie terre e privata dei più elementari diritti (dentro e fuori lo stato di Israele). Tant’è vero che ad oggi Israele non ha ancora dichiarato ufficialmente i propri confini. Nel 1949, a seguito della guerra con i paesi arabi, Israele
occupò un ulteriore 22% del territorio palestinese costringendo alla
fuga 950.000 arabi e arrivando a controllare il 78% della Palestina
mandataria. Nelle successive guerre del 1956 e del 1967 occupò anche la
Cisgiordania, la striscia di Gaza, il Golan siriano, il Sinai egiziano
ed in seguito una gran parte del Libano distruggendo decine di villaggi
nelle zone occupate. La conseguenza fu l'esodo dei palestinesi verso i
paesi arabi vicini, costretti a vivere in campi profughi in condizioni
disumane (sovraffollamento, pessime condizioni igienico-sanitarie,
carenza di servizi, disoccupazione) e vittime di massacri: nel
“settembre nero” del 1970 i campi profughi palestinesi in Giordania
furono attaccati e bombardati su ordine del re Hussein causando 4600
morti e oltre 10000 feriti; nel 1976 l’assedio di Tell el Zaatar,
quartiere di Beirut, per opera dei falangisti affiancati da ufficiali
israeliani, causò la morte di 2000 palestinesi; e ancora il 16
settembre 1982 i falangisti spalleggiati da Israele attaccarono i campi
profughi di Sabra e Chatila vicino a Beirut, provocando almeno 3000
morti.
A partire dal 1968, per iniziativa dei governi sia laburisti che
di destra, Israele ha confiscato oltre il 40% del territorio della
Cisgiordania e di Gaza, e vi ha insediato almeno 230 colonie.
Complessivamente non meno di 300 mila coloni oggi vivono nei territori
occupati, in residenze militarmente blindate, collegate fra loro e con
Israele attraverso una rete di strade (le famigerate by-pass roads)
interdette ai palestinesi e che frammentano e lacerano ulteriormente
ciò che rimane della loro terra. A tutto questo si aggiunge la
costruzione del 'muro dell’Apartheid' in Cisgiordania, iniziata nel
2003, che annetterà definitivamente ad Israele buona parte delle
colonie e del territorio palestinese, compresa Gerusalemme e comprese
le terre più fertili e le falde acquifere.
I palestinesi rimarranno
così concentrati in piccoli bantustan, circondati da muri o reti
metalliche e non comunicanti tra loro, che raggiungono complessivamente
non più del 9% del territorio della Palestina mandataria. In questo
contesto è impossibile parlare di uno stato palestinese, frammentato e
imprigionato dal muro, privato delle sue risorse ed economicamente
dipendente da Israele.
L'obiettivo finale è la negazione nei fatti, non
soltanto sul piano ideologico, dell'esistenza di un popolo intero, il
suo etnocidio.
Per informazioni sulle iniziative per la Palestina e sulla campagna di boicottaggio dei prodotti israeliani rimandiamo al sito del Forum Palestina -> vedi sezione "links".
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Secondo la spartizione proposta dalle Nazioni Unite nel 
