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Sosteniamo il diritto del popolo palestinese e iracheno alla loro
autodeterminazione e per questo pensiamo che l’unica possibilità sia la
creazione di uno Stato unico e laico con Gerusalemme capitale e con il
ritorno di tutti i palestinesi dal 1948 ad oggi.
Annapolis: verso la III Intifada
Dai media apprendiamo dell’ennesima “conferenza di pace” ad Annapolis, negli Stati Uniti; sempre dai media leggiamo che gli Stati uniti d’America vogliono lavorare per la creazione di uno Stato palestinese; in realtà il primo ministro israeliano Ehud Olmert ha già fatto sapere quali siano le pre-condizioni israeliane, sostenute dagli stessi Stati Uniti, e cioè il riconoscimento da parte palestinese del carattere ebraico dello Stato d’Israele, questo significherebbe per i palestinesi l’annullamento del diritto al ritorno, sancito dal diritto internazionale (Risoluzione Onu n. 194 del 1948 ).
Lo Stato palestinese pensato da George Bush e Olmert sarà uno stato che non dovrà mettere in crisi l’assetto politico, economico, strategico e militare d’Israele.
Israele rifiuta di parlare di almeno tre punti fondamentali:
uno riguarda Gerusalemme, ultimamente la Knesset, il parlamento israeliano, sta approvando una legge che pone dei limiti parlamentari all’abrogazione di quella legge che definisce Gerusalemme capitale “eterna e indivisibile” d’Israele, in pratica con questo nuovo testo di legge, Israele ribadisce il controllo assoluto su Gerusalemme est. A fianco di questa legislazione nel territorio palestinese continua l’occupazione dei quartieri di Gerusalemme ad alta densità araba e la costruzione del muro intorno a questi quartieri (sono più di duecentomila i palestinesi considerati fuori dalla propria città). Per non parlare poi della questione degli insediamenti colonici: sono più di 430 mila i coloni israeliani tra Cisgiordania e Gerusalemme. Olmert ha congelato gli insediamenti più piccoli e quelli temporanei per ingrandire quelli più importanti; secondo un rapporto di PeaceNow (confermato dall’organizzazione dei coloni Yesha) le costruzioni di edifici all’interno degli insediamenti colonici è in netto aumento; si continua a costruire su 88 dei 150 insediamenti autorizzati da Israele.
Le colonie sono belle case in mattoni, veri e propri avamposti militari costruiti principalmente intorno alle città palestinesi e comprensivi di terre agricole, falde acquifere, facilmente riconoscibili perché spesso sono poste sopra alle colline, circondate da reti elettriche e protette da una “barriera di sicurezza” in cemento armato alta fino a 9 metri e intervallata da torrette. La quarta Convezione di Ginevra ha sancito che le colonie sono illegali, com’è illegale l’occupazione militare israeliana, ricordiamoci inoltre che Israele non ha ancora consegnato i suoi confini alla Comunità Internazionale.
Secondo l’Unrwa (United Nations Relief and Works Agency for Palesatine Refugees in the Near East, l’agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi nel Vicino Oriente) il numero dei profughi registrati dal 1948 ad oggi è diventato di 4,504,169, sono divisi tra Libano (53%), Gaza (47%), Siria (27%), Cisgiordania (26%),Giordania (18%), solo nel Libano ci sono 12 campi profughi. La condizione dei palestinesi in Libano è forse la peggiore di tutte in quanto il governo libanese ha permesso la costruzione delle case solo in un raggio di un chilometro quadrato e mezzo, in più i palestinesi non godono dei diritti sociali e civili e quindi gli sono precluse una sessantina di mestieri, non possono associarsi, non hanno il diritto di proprietà e non possono usufruire dei servizi sociali e sanitari libanesi, per non parlare delle condizioni igieniche e sociali alle quali sono sottoposti quotidianamente.
Accettare Israele come uno stato ebraico significherebbe perdere il diritto al ritorno, significherebbe cedere definitivamente tutta la terra palestinese.
Il quotidiano israeliano Ha’aretz parla di diminuzione considerevole dell’attività militare palestinese, ma in realtà è il popolo palestinese che è sotto occupazione ed è sempre più prossimo lo scoppio della terza Intifada!
Gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di indebolire il loro alleato e non hanno nessuna intenzione di affrontare queste tematiche che sono centrali per risolvere il conflitto.
E quindi?
Quindi il reale oggetto delle discussioni tra le potenze imperialiste sarà l’Iran e il nucleare, o meglio Israele e Stati Uniti valuteranno quali dovranno essere i metodi militari più idonei nell’attacco all’Iran, in altre parole ciò che preme sapere agli imperialisti americani è come riuscire ad assicurarsi un controllo di questa regione senza l’invio di truppe di terra, utilizzando quello che alcuni membri del congresso americano hanno chiamano “attacco chirurgico”.
E qual è il ruolo giocato da Israele?
A differenza della guerra irachena, dove gli interessi israeliani si concentrano prevalentemente nel Kurdistan iracheno, pieno di petrolio e collegato con il sistema di oleodotti e gasdotti del Caucaso attraverso il nodo centrale situato nel Golan, è l’Iran il principale nemico economico israeliano.
L’obiettivo di Israele e Stati Uniti è la destabilizzazione del Medioriente ed è in questo quadro si colloca la crisi politica libanese. Il Libano ha una costituzione ( Patto Nazionale del 1943, basato su un censimento del 1939) che sancisce la divisione del potere su base confessionale, dove la carica di Presidente della Repubblica (che è anche a capo dell’esercito e controlla gli apparati di pubblica sicurezza) spetta ai cristiano maroniti, quella di Primo ministro ai sunniti e quella di Presidente della Camera agli Sciiti. Il patto prevede che per l’elezione del Presidente della Repubblica ci debba essere l’accordo del Parlamento con i due terzi più uno dei voti, mentre Sinora, e quindi la classe dirigente libanese rappresentata dalla famiglia Hariri, voleva aggirare la costituzione con l’utilizzo di un cavillo che prevedeva l’elezione con il 50% dei voti. In questo momento il Libano si trova in un difficile equilibrismo, dove conta di più il parere del Vaticano piuttosto che quello libanese.
La recente guerra libanese ha dimostrato al mondo intero che è possibile sconfiggere Israele e le sue armate: Israele ha perso e non è neanche riuscito a capire a fondo la potenza tecnica e militare iraniana. La Resistenza libanese (Hezbollah e Partito Comunista Libanese) ha vinto grazie all’appoggio della popolazione e alle tattiche di guerriglia che hanno preso di sorpresa il nemico.
Mentre la diplomazia americana si muove Chavez ha fatto sapere che non scambierà più il petrolio con i dollari americani e questo comporterà un duro colpo per l’economia americana: il dollaro già indebolito dalla moneta europea mantiene una sua vitalità grazie alla sua capacità di rimanere moneta di scambio mondiale per la vendita al barile del petrolio greggio.
E l’Europa?
Con l’operazione Unifil2 l’Europa e in particolare l’Italia sta cercando di entrare nello scacchiere dei giochi di spartizione del Medioriente ritagliandosi un ruolo di mediazione, per ora viene accettata dalla popolazione purché non pensi di disarmare le forze della Resistenza.
Per quanto riguarda l’Italia ricordiamoci che il 16 giugno 2003 il governo italiano (allora di centro-destra) e quello israeliano hanno stipulato il Memorandum d’intesa in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa, riconfermato dal governo Prodi. L’accordo prevede lo scambio di armamenti, l’organizzazione delle forze armate, la formazione e l’addestramento del personale militare e la ricerca e lo sviluppo in campo militare, questo in soldoni significa lo sviluppo di un nuovo sistema di “guerra elettronica”, dove tecnologie italiane potranno essere utilizzate segretamente per potenziare l’attacco nucleare israeliano e dove verranno rese più letali le armi israeliane (ricordiamoci i recenti bombardamenti in Libano e a Gaza con l’arma DIME, Dense Inert Metal Explosive); quello che impareranno “i nostri” sarà soprattutto nel campo dell’organizzazione, dell’addestramento, dei metodi nelle operazioni chiamate “peacekeeping” in Afghanistan, Libano…
Sosteniamo il diritto del popolo palestinese e iracheno alla loro autodeterminazione e per questo pensiamo che l’unica possibilità sia la creazione di uno Stato unico e laico con Gerusalemme capitale e con il ritorno di tutti i palestinesi dal 1948 ad oggi.
CSA VITTORIA
Fip30Nov07
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