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L'imperialismo USA dopo l'11 settembre PDF Stampa E-mail
domenica 30 settembre 2001
Dall'11 settembre 2001 il comportamento dell'amministrazione Bush configura una strategia imperialista sia in termini militari che economici bench� le forme del dominio politico siano mutate rispetto all'epoca del colonialismo...
fonte:  di Claude Serfati - http://www.intermarx.com
 
 
Dall'11 settembre 2001 il comportamento dell'amministrazione Bush configura una strategia imperialista sia in termini militari che economici bench� le forme del dominio politico siano mutate rispetto all'epoca del colonialismo, cos� come sono mutate alcune forme "economiche" del dominio capitalistico rispetto a quelle analizzate dai marxisti all'inizio del Ventesimo secolo. [...]
Ci� che viene definito l'"unilateralismo" degli Stati Uniti, vale a dire il diritto che essi si attribuiscono di intervenire dovunque ritengano minacciati i loro interessi nazionali, sarebbe stato qualificato in altri tempi come "imperialismo". Quanto agli obiettivi "economici", essi presentano sotto molti aspetti le caratteristiche dell'imperialismo analizzato da Hilferding, Bucharin, Lenin o Rosa Luxemburg.
Bisogna anche notare che se il termine "imperialismo" � stato abbandonato a favore di quello di "impero" da alcuni studiosi di origine marxista, � stato invece ripreso almeno due volte dopo l'11 settembre sulla stampa inglese dagli ambienti finanziari. Il "Financial Times", per esempio, ha insistito sulla necessit� di tornare a un "imperialismo benevolo" per mettere fine al disordine mondiale.

Un gigantesco aumento delle spese militari
Dopo l'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush e il Congresso sono impegnati a incrementare in misura eccezionale il budget militare. Nel 2001 esso ammontava a 307 miliardi di dollari, nel 2002 � salito a 339 miliardi e nel suo discorso sullo stato dell'Unione del febbraio 2002 Bush ha proposto di portarlo nel 2003 a 379 miliardi, pari (in dollari costanti) a quello del 1967, momento di massimo coinvolgimento nella guerra del Vietnam. Bush ha anche proposto di raddoppiare le spese per la "sicurezza nazionale" portandole a 37,7 miliardi di dollari nel 2003.
Si tratta quindi di un aumento delle spese militari del 26% tra il 2001 e il 2003 con l'obiettivo di arrivare a 451 miliardi di dollari nel 2007; tra il 2002 e il 2007 dovrebbe essere investita a scopi militari la somma gigantesca di 2.144 miliardi di dollari.
L'aumento deciso dopo il 11 settembre era in realt� gi� programmato: durante la campagna per le presidenziali del 2000 gli "esperti" del sistema militare-industriale valutavano in 50-100 miliardi di dollari l'importo supplementare da spendere negli anni successivi: e cos� � stato. Infine va ricordato che la tendenza ad aumentare il bilancio militare � iniziata nel 1999 sotto l'amministrazione Clinton che nel 1998, alcuni mesi prima dell'intervento della Nato contro la Serbia, annunciava un aumento di 110 miliardi di dollari delle spese di armamenti tra il 1999 e il 2003. Pur senza sottovalutare le differenze tra i due grandi partiti statunitensi, non bisogna neppure credere che vi siano cos� grandi diversit� fra i loro programmi.

La supremazia militare USA
Altri dati possono ulteriormente chiarire la supremazia degli Stati Uniti. Nel 1999 il loro bilancio militare costituiva il 37% di quello mondiale (il 64% considerando anche quello degli alleati della Nato). Si tratta di un bilancio sei volte pi� grande di quello della Russia, che nel 2000 era al secondo posto [1].
La supremazia degli Stati Uniti � ancora pi� evidente nel campo della produzione bellica e in quello della ricerca e sviluppo (R&d), che serve a mettere a punto e migliorare le tecnologie militari: le spese di questo settore, che interessano essenzialmente cinque paesi al mondo, sono sostenute per oltre due terzi dai soli Stati Uniti. Colpisce, al di l� dei dati statistici, come gli Usa abbiano concentrato i loro sforzi degli ultimi vent'anni nello sviluppo di nuovi sistemi d'arma.
I responsabili del Pentagono, bench� non intendano perdere la superiorit� nel campo delle armi nucleari (che si riservano di utilizzare anche in violazione dei trattati internazionali, come ricorda un loro recente rapporto), hanno elaborato un insieme considerevole di programmi intesi a trarre il massimo vantaggio dalle tecnologie spaziali, dalla microelettronica, dalle tecnologie informatiche e, con una vera e propria insistenza dopo l'11 settembre, dalle potenzialit� offerte dalle biotecnologie.

Due scopi delle guerre
Tutte le operazioni belliche dell'esercito Usa vanno quindi considerate in questo contesto. La guerra in Afghanistan come le altre pi� importanti condotte dagli Stati Uniti negli anni Novanta (Iraq, Serbia) sono servite per testare e migliorare i sistemi d'arma studiati dalle imprese della Difesa e hanno quindi rappresentato fondamentali occasioni d'innovazione tecnologica per le industrie o i laboratori di ricerca statunitensi e d'innovazione operativa per lo Stato Maggiore.
Non si deve trascurare questo ruolo delle guerre, data l'importanza degli "effetti d'apprendistato" per mettere a punto nuove tecnologie necessarie al fine di preparare le guerre successive. Ma esse hanno anche un altro obiettivo, cio� quello di soddisfare i bisogni di un sistema militare-industriale che si � ristrutturato in modo significativo durante gli anni Novanta (e soprattutto tra il 1993 e il 1997).
Si sono avuti due processi strettamente complementari: da una parte il grado di concentrazione industriale � arrivato a un livello prima mai raggiunto grazie alla creazione di cinque grandi gruppi, che ricevono pi� del 40% degli ordini di equipaggiamento e di R&d del Pentagono; dall'altra parte, come avviene negli altri settori industriali, hanno assunto un'influenza decisiva nel controllo delle imprese belliche i fondi di investimento finanziario.
Le loro esigenze di vedere aumentare il "valore creato per l'azionista" sono state soddisfatte grazie all'aumento dei bilanci militari dal 1999 e agli ulteriori incrementi decisi da G.W. Bush. Come affermava con malcelato entusiasmo il "Financial Times" "potrebbe sembrare un po' macabro cercare i beneficiari del conflitto in Kosovo; ma le Borse non sono sentimentali" (12 aprile 1999).

Chi beneficia del riarmo
L'azione congiunta dei fondi di investimento finanziari, forme dominanti del capitale finanziario contemporaneo, e dell'apparato militare-industriale radicatosi ormai da cinquant'anni nell'economia, nella societ� e nel sistema politico Usa, spiega dunque la nuova corsa al riarmo.
Il contesto del 2002 � per� totalmente differente da quello dei primi decenni del dopoguerra. Allora, secondo la maggior parte delle analisi, comprese quelle d'orientamento marxista, la funzione del budget militare, nel quadro delle cosiddette politiche macroeconomiche keynesiane, era quello di "sostenere" l'economia statunitense e di fornirle un "incentivo" con l'arrivo della recessione.
In realt� quelle analisi tendevano a cancellare o a sottovalutare seriamente gli effetti parassitari, sempre pi� evidenti durante gli anni Sessanta e Settanta. In ogni caso l'odierno aumento del budget militare Usa non ha neanche questa pretesa "keynesiana". I suoi effetti "benefici" ricadranno principalmente sui fornitori del Dipartimento della Difesa e sui fondi di investimenti finanziari, che ne rappresentano i principali azionisti. [...]

Dominare avversari e alleati
La decisione dell'amministrazione Bush di fare una guerra contro "l'asse del male" dimostra che gli Stati Uniti si arrogano ormai il diritto di intervento in qualunque parte del pianeta dove ritengano minacciati i loro interessi. La lotta contro il terrorismo servir� come pretesto: l'obiettivo � strettamente politico e consiste nell'usare la forza e nel distruggere con la guerra gli avversari potenziali o reali.
Il sistema di difesa antimissile e le misure significative adottatate dopo l'11 settembre non sono rivolti contro la Corea del Nord e gli altri "Stati canaglia", per usare la terminologia statunitense, ma contro la Cina, che gli Stati Uniti non sono disposti a veder emergere nei prossimi decenni come potenza capitalista anche solo regionale.
Al tempo stesso "l'accerchiamento" della Russia a ovest, avviato con l'allargamento della Nato a Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, continua attraverso l'adesione di nuovi paesi (Repubbliche baltiche, Ucraina?) mentre prosegue dopo l'11 settembre anche a Est e a Sud, nel Caucaso, avendo come ultima (per il momento) espressione il dislocamento di militari Usa in Georgia.
Le decisioni adottate dopo l'11 settembre portano a rendere sempre pi� squilibrati anche i rapporti di forza con i paesi alleati agli Stati Uniti nella Nato (Europa) o vincolati da altri trattati (Giappone). [...] Con gli alleati l'amministrazione Bush tende dunque a un effetto dimostrativo: si tratta di ricordare, ad esempio, ai governi europei il loro peso politico reale (cio� insignificante) negli "affari mondiali".
Ovviamente, l'amministrazione Bush sfrutta questi rapporti di forza per rafforzare le posizioni del capitale statunitense. E si accentua la dipendenza dall'amministrazione statunitense delle stesse organizzazioni internazionali come il Fmi, la Banca Mondiale e il Wto.

Limitare gli effetti del "caso" argentino
L'offensiva dell'amministrazione Bush avviene nello stesso momento del crollo dell'Argentina.
Il legame tra l'accresciuto coinvolgimento militare statunitense e la crisi argentina non � casuale: la mobilitazione del popolo argentino, l'esigenza di cancellare il debito estero gi� pagato varie volte e da cui traggono profitto i grandi gruppi finanziari dei paesi sviluppati e le "�lites" nazionali, rappresentano una minaccia molto grave per i dirigenti e per il capitale finanziario statunitensi.
L'amministrazione Usa ha capito di dover agire molto rapidamente e con forza affinch� quanto sta accadendo in Argentina non si estenda a tutto il continente sudamericano. Ha dunque inviato una lettera al governo Duhalde ordinandogli di presentare un piano "credibile e sostenibile" di rimborso del debito ("Financial Times", 29/01/02): nel linguaggio diplomatico questo significa "dovete continuare a pagare il servizio del debito a qualunque costo, quali che siano le conseguenze per il popolo argentino". Una settimana dopo aver ricevuto questa lettera il ministro argentino delle Finanze � andato a Washington per "assicurare che il suo governo non avrebbe dirottato il paese dalla linea della liberalizzazione dei mercati" ("Financial Time" 29/01/02).
I membri del gabinetto presidenziale, il segretario di Stato, il rappresentante per il commercio, Zoellick.... e la Consigliera alla sicurezza nazionale, C. Rice, che occupa un ruolo essenziale nel ridefinire gli obiettivi di sicurezza nazionale dell'amministrazione repubblicana, hanno partecipato a questa discussione con il Ministro delle finanze argentino.

Difendere la globalizzazione
C. Rice � anche stata una dei redattori di un importante rapporto pubblicato alcuni mesi prima delle elezioni presidenziali nell'ambito di una "Commissione sugli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti". Gli autori di questo rapporto rammentavano che fra gli obiettivi della sicurezza nazionale che coinvolgono gli "interessi vitali del paese" e per i quali un intervento armato sarebbe stato necessario si doveva includere la difesa della globalizzazione, cio� "il mantenimento della stabilit� e della vitalit� dei sistemi globali che sono le reti commerciali, finanziarie, dell'energia e dell'ambiente".
Quando si parla di "sistemi globali di energia" si pensa evidentemente al petrolio. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di intervento militare diretto e indiretto (sostegno ad eserciti nazionali) ogni volta che i loro interessi petroliferi erano minacciati. L'odore del petrolio era forte nella guerra contro l'Iraq, come in quella contro la Serbia, ed � forte in quella contro l'Afghanistan. D'altronde, come scriveva il francese "Les Echos" del 18 ottobre 2001, "i petrolieri aspettano con interesse (sic!) la fine del conflitto afgano". Tre mesi dopo, il "New York Times" del 9 gennaio 2002 titolava che "gli Stati Uniti installano basi militari in Afganistan e nei paesi vicini nel quadro di un impegno a lungo termine". Tutto sta a confermare l'analisi di Z. Brzezinski, secondo cui l'Asia Centrale e il Caucaso costituiscono delle pedine fondamentali sul "Grande scacchiere" statunitense del XX secolo.

Proteggere il capitale finanziario
I sistemi globali d'energia, primo tra tutti il petrolio, non sono gli unici interessi vitali. La protezione dei sistemi finanziari globali - cio� la sicurezza del capitale finanziario - � un altro obiettivo essenziale per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. � dunque indispensabile ricordare che il rifiuto di un governo di continuare a pagare gli interessi di un debito pubblico, che costituisce una vera rendita perpetua da garantire al capitale finanziario, sarebbe considerato una minaccia vitale contro i fondi di investimento Usa. Nel contesto dell'egemonia statunitense e dell'utilizzo degli attentati dell'11 settembre, � probabile che non ci si limiterebbe a rappresaglie di tipo economico. L'intervento diretto delle forze armate Usa col pretesto dell'esistenza di gruppi terroristi, il sostegno alle forze armate nazionali di questi paesi, o a dei gruppi paramilitari creati dagli apparati statali: ecco alcune piste gi� esplorate dall'amministrazione Bush nel caso si profilino rischi seri per il capitale finanziario statunitense.

L'impero ha sostituito l'imperialismo?

Gli attentati dell'11 settembre e il modo con cui l'amministrazione Bush ha ridispiegato l'apparato militare riaffermando al tempo stesso gli obiettivi di dominio del capitale Usa costituiscono una pesante smentita alle tesi sulla fine della "sovranit� degli Stati in favore di una macchina di guerra - quella del capitalismo mondiale" come l'ha definita Toni Negri in una intervista apparsa su "Le Monde" del 4 ottobre 2001 e che riecheggia le tesi del suo libro L'impero, scritto con Michael Hardt [2].
"L'impero" sostituirebbe l'imperialismo, analizzato da Lenin e Rosa Luxemburg. Una delle maggiore differenze tra i due periodi storici sarebbe proprio lo spostamento della sovranit� degli Stati-nazione a vantaggio di un apparato di governo decentralizzato e scollegato dal territorio. "L'imperialismo � finito. Nessuna nazione sar� un laeder mondiale come lo furono le nazioni moderne" (p. 15 ed. it.). � quindi inutile cercare un centro dominante neanche negli Stati Uniti: "N� gli Stati Uniti, n� alcuno stato-nazione costituiscono attualmente il centro di un progetto imperialista" (p. 15, ed. it.).
Smentendo queste affermazioni, il comportamento dell'amministrazione Usa dopo l'11 settembre ci ricorda che il capitale non pu�, per mantenere il proprio dominio, fare a meno di un apparato politico le cui istituzioni (giudiziarie, militari...) si sono costituite, rafforzate e perfezionate nell'ambito degli stati dei paesi capitalisti dominanti.

Il "capitalismo mondiale" di Negri non esiste
Ecco perch� il "capitalismo mondiale", nel senso in cui lo intende Negri nell'intervista citata, non esiste. Esiste una tendenza del capitale, in quanto rapporto sociale, a trascendere le frontiere nazionali e qualsiasi altra barriera (ad esempio le forme di organizzazione socio-politica). Ma la sua estensione mondiale ha preso e continua a prendere una fisionomia indissolubilmente legata ai rapporti di forza inter-statali.
Vista in una dinamica storica di lungo periodo, la nuova tappa del movimento di internazionalizzazione del capitale iniziata dopo la Seconda guerra mondiale non pu� essere dissociata dalla definitiva supremazia acquisita dall'imperialismo Usa sui suoi rivali europei e giapponesi.
Negri e Hardt hanno ragione a sottolineare la tendenza del capitale a scavalcare qualsiasi barriera territoriale, spaziale o sociale, che si oppone alla sua espansione. Gi� nel 1848 Marx e Engels sottolineano nel Manifesto del Partito Comunista che "con lo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha dato un carattere cosmopolita alla produzione e al consumo di tutti i paesi ". Ma a pi� riprese Marx sottolineava il carattere contraddittorio di questo "processo di universalizzazione" (termine pi� esatto che non quello di "mondializzazione"). Cos�, "il capitale vive qualsiasi limite come un ostacolo e idealmente lo supera ma senza riuscire a superarlo in realt�... L'universalit� cui tende trova inesorabilmente nella sua propria natura di capitale dei limiti che, giunti a un certo stadio di sviluppo, mostrano come l'ostacolo pi� grande a tale tendenza sia il capitale stesso e spingono verso la sua abolizione" [3].

Lo Stato come braccio armato...
La nuova tappa dello sviluppo capitalistico che inizia negli anni Ottanta, ma che si dispiega pienamente dal 1989-1991 con la caduta del muro di Berlino e la fine dell'Urss, mostra il nuovo acutizzarsi della contraddizione tra la tendenza del capitale a creare un mercato mondiale - sarebbe meglio di dire "a universalizzare il proprio dominio" - e gli ostacoli che le si frappongono.
Negri e Hardt scrivono che "al momento della Prima guerra mondiale, numerosi osservatori e soprattutto i teorici marxisti dell'imperialismo, pensavano che la fine era segnata e che il capitale stava affondando... Tuttavia, mentre scriviamo questo libro alla fine del 20deg. secolo, il capitalismo va miracolosamente bene e la sua accumulazione � pi� vigorosa che mai" (p. 331, ed. fr.). Questa affermazione � molto contestabile a meno di non lasciarsi ingannare dai miraggi della "rivoluzione informatica" e della "nuova economia". In realt�, il caos economico e la tragedia sociale provocati dalla mondializzazione capitalistica esigono, ancor pi� che in passato, un sistema militare e di sicurezza che si incarichi di far rispettare l'ordine della propriet� privata, cio� le norme di diritto che il capitale mira a "mondializzare" per soddisfare le proprie esigenze [4]. [...]

... per la difesa degli interessi "nazionali"
Gli attentati dell'11 settembre 2001 non permettono in alcun modo di affermare la fine delle "frontiere", poich� essi sono stati preparati sul territorio degli Stati Uniti, forse anche con complicit� attive o tacite in seno alle stesse istituzioni statali statunitensi, da persone perfettamente in regola dal punto di vista del diritto Usa e che hanno utilizzato le reti finanziarie situate negli Stati Uniti.
Questi attentati non hanno in nessun modo indebolito il dominio dello stato n� all'interno n� all'esterno del proprio territorio; hanno invece facilitato una campagna mediatica orientata a rafforzare i sentimenti pro-imperialistici e nazionalisti della popolazione e hanno permesso all'Amministrazione e al Congresso di ampliare e di rafforzare la presenza delle forze militari Usa in tutto il pianeta.
Mai dopo la Seconda guerra mondiale tale presenza era stata cosi rilevante; e l'influenza militare mondiale della potenza "nazionale" degli Stati Uniti � pi� forte di quanto lo sia stata da decenni. Questa influenza serve non solo per imporre le esigenze del capitale finanziario ai popoli e alle classi del Terzo mondo, ma anche per imporre gli interessi del capitale nazionale statunitense ai capitalismi rivali (esiste ovviamente pi� di una mera coincidenza tra le commemorazioni dei 6 mesi dall'attentato e le misure di protezione delle industrie siderurgiche adottate dagli Usa e annunciate proprio l'11 marzo 2002).

La "nazione indispensabile" e i suoi alleati
M. Albright dichiar� alcuni mesi prima dell'intervento della Nato in Serbia, che gli Stati Uniti avevano ormai assunto un ruolo di "nazione indispensabile". Una dichiarazione arrogante ma che rispecchia una realt� indiscutibile. [...] Gli Stati Uniti si trovano in una situazione di predominio mondiale mai conosciuto nella storia degli ultimi due secoli. Essa � il risultato di un processo iniziato con il crollo degli imperialismi europei durante la Prima guerra mondiale e analizzato da Trotsky, che si � rafforzato durante la Seconda guerra mondiale e nei decenni successivi.
� un fatto che in questo inizio secolo, l'egemonia degli Stati Uniti porta a un diverso configurarsi, rispetto all'inizio del Ventesimo secolo, dei rapporti di forza tra le grandi potenze capitaliste e le classi dominanti.
Secondo i teorici dell'imperialismo (Hilferding, Bukharin, Lenin) nella fase in cui domina il capitale finanziario tale dominio si "fonde" a un livello pi� o meno elevato con l'apparato del "suo" stato nazionale. L'espressione di "stato rentier" utilizzata da Lenin e ripresa in tutta la letteratura economica dell'epoca, esprime perfettamente questa idea di spazi nazionali e di classi unificate intorno al loro Stato, che non possono che dilaniarsi nelle guerre.
Questa espressione conserva tutto il suo valore: tuttavia non deve nascondere n� le nuove forme assunte dal capitale finanziario e dalle relazioni delle sue organizzazioni con i rispettivi stati nazionali, n� i nuovi rapporti esistenti tra gli stati capitalisti dominanti. Ci� non significa affatto identificare la situazione attuale con quella del "superimperialismo" ipotizzato da Kautsky, n� ritenere che si stia formando un "monoimperialismo", per adattare la congettura di Kautsky alla situazione attuale. La posizione egemone assunta dagli Stati Uniti non significa che essi sfruttino sistematicamente i capitalismi europei e giapponesi appropriandosi, grazie allo sfruttamento, del valore prodotto in questi paesi n� che il capitalismo Usa abbia "colonizzato" i suoi partner europei e giapponesi nel modo in cui gli imperialismi di inizio Novecento si sono impadroniti dei vari territori del pianeta.

Contraddizioni inter-statali ed egemonia USA
La mondializzazione capitalistica non ha risolto nessuna delle contraddizioni che hanno precipitato le economie capitaliste nella crisi a partire degli anni Settanta: essa costituiva un tentativo di risposta a tali contraddizioni, ma in realt� le ha intensificate.
La concorrenza tra i gruppi industriali e commerciali dei capitalismi dominanti per il mantenimento delle loro quote di mercato e per l'appropriazione del valore prodotto dai lavoratori cresce in un contesto di debole accumulazione. Le rivalit� si intensificano anche tra le organizzazioni del capitale finanziario per conservare, e se possibile accrescere, i prelievi sulle risorse di bilancio dei paesi "emergenti" a titolo di pagamento del debito. Tuttavia, bench� la concorrenza inter-imperialistica non sia diminuita, essa resta in ogni caso circoscritta data l'egemonia statunitense.
Parlare di egemonia non significa d'altra parte ignorare o sottovalutare i fattori di fragilit� economica degli Stati Uniti, ben maggiori di quanto i cantori della "nuova economia" vogliano far credere. Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dall'approvvigionamento di petrolio e di altre risorse strategiche assicurate dalle loro multinazionali e ci� comporta un crescente coinvolgimento militare a livello mondiale. La vitalit� dell'innovazione tecnologica e quella di campi importanti della ricerca universitaria (ad esempio le scienze ingegneristiche) si basa su un "drenaggio dei cervelli" che, come il finanziamento dei suoi deficit, rappresenta il contributo del "resto del mondo" alla crescita Usa.

Il blocco transatalantico e la NATO
Questa situazione, risultante dal combinarsi di sempre pi� acute rivalit� inter-imperialistiche con l'egemonia statunitense, porta alla creazione di ci� che altra volta ho definito "un blocco di stati transatlantici". La struttura portante di questo blocco � costituita dagli Stati Uniti, cui si aggregano gli stati europei, il Giappone e altri paesi legati militarmente agli Usa (Nuova Zelanda e Australia in particolare). Bisogna aggiungervi le organizzazioni internazionali a carattere economico (Fmi, Banca mondiale, Wto, Ocse) o militare (Nato).
Contrariamente a quanto � stato detto dopo l'11 settembre, la Nato non � diventata obsoleta: per la prima volta dalla sua creazione ha invocato l'articolo 5 del trattato, in base al quale un attacco contro un paese membro deve ritenersi un attacco contro tutti i membri. Il fatto che gli Stati Uniti abbiano poi condotto la guerra in Afghanistan essenzialmente da soli non sminuisce in nessun modo il significato politico della decisione presa dalla Nato nel settembre 2001.
Tale decisione ha supportato l'offensiva condotta dalla Commissione europea con la pubblicazione di un rapporto mirante a definire le azioni qualificate come "terrorismo": la nuova legislazione include cos� fra gli atti terroristici "l'occupazione illegale o il danneggiamento di attrezzature pubbliche, di mezzi di trasporto pubblici, di infrastrutture, di luoghi pubblici, della propriet�" e ancora "disturbare o interrompere la fornitura di acqua, di elettricit�, dell'aria o di qualsiasi altro bene essenziale di prima necessit�"; anche "gli atti di violenza urbana" saranno considerati come terroristici e puniti come tali.

La criminalizzazione della resistanza sociale
La criminalizzazione e l'impiego delle forze militari e di sicurezza contro le azioni collettive di resistenza dei lavoratori e dei disoccupati rientrano nella preparazione delle "guerre urbane", cio� di guerre contro le popolazioni civili cui gli esperti militari Usa assegnano sempre maggior importanza (soprattutto in America latina).
Per combatterle gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati, a partire dall'Europa, di cui devono assicurarsi la solidariet� nella difesa degli "stessi valori occidentali" e la disponibilit� a finire il lavoro sul terreno (in nome degli "aiuti umanitari" se necessario). La costituzione di una difesa europea � naturalmente concepita nel quadro dell'assoggettamento alla Nato, il che spiega le forti pressioni Usa affinch� anche i paesi dell'Ue aumentino a loro volta le spese militari e per la sicurezza.
Gli Stati Uniti non hanno nulla da perdere da un crescente coinvolgmento militare dell'Ue ma anzi tutto da guadagnare tanto sul piano economico (controllano la maggiore parte delle industrie militari) quanto su quello politico (i dirigenti dei paesi dell'Ue non sono pronti a nessuna "scappatella" verso gli Stati Uniti). Il militarismo degli Stati Uniti potrebbe trascinare l'Europa nella sua scia. Su questo continente, la lotta contro il terrorismo, spesso organizzato nel recente passato dagli stessi apparati statali (come in Italia), potrebbe costituire il pretesto per "criminalizzare" la resistenza dei lavoratori, dei disoccupati ed di tutte le altre vittime dei piani del capitale.
 
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