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Lebanon: una vittoria immeritata per un film in cui la realtà sparisce PDF Stampa E-mail
martedì 22 settembre 2009
Articolo tratto da www.forumpalestina.org

di Francesca Mannocchi *

 

È di questa settimana la notizia che verrà presentato un rapporto dell’Onu alla commissione per i Diritti umani delle Nazioni Unite per fare il punto sull’operazione “Piombo Fuso” che lo scorso anno tra dicembre e gennaio ha distrutto a Gaza ciò che rimaneva da distruggere. Il rapporto dell’Onu in pratica accusa l’esercito israeliano di aver “commesso azioni che possono essere considerate crimini di guerra e forse crimini contro l’umanità” ma al contempo condanna anche il lancio di razzi Kassam sul territorio israeliano da parte dei palestinesi, innescando un meccanismo di pericolosa equiparazione. Né Israele né Hamas hanno accettato le conclusioni del rapporto. I palestinesi però hanno collaborato con i funzionari dell'Onu al contrario del governo di Tel Aviv.Le organizzazioni umanitarie che hanno contribuito alla stesura dell’indagine forniscono anche un bilancio definitivo delle vittime: 1400 palestinesi (in maggioranza donne e bambini), 3 civili israeliani uccisi e 10 soldati. Il rapporto condanna come "violazioni del diritto umanitario internazionale" i proiettili di mortaio al fosforo bianco sparati contro le installazione dell’agenzia dell'Onu incaricata dei rifugiati palestinesi e gli attacchi con armi al fosforo su due ospedali di Gaza.
La sproporzione numerica e il resoconto dell’operazione “Piombo fuso” come di una punizione collettiva contro la popolazione civile biecamente pianificata parla da sé (la prova, se ci fosse ancora bisogno di prove sta nel blocco di Gaza durante e dopo il conflitto).
Israele ha naturalmente respinto con estrema durezza i rilievi delle Nazioni Unite. "Oggi è stato scritto un capitolo vergognoso nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli all'autodifesa", si legge in una nota del ministero degli Esteri israeliano. Secondo il governo israeliano, che si è rifiutato di collaborare con l'indagine, "il verdetto era stato già scritto in anticipo a Ginevra" e la commissione delle Nazioni Unite "si è limitata a raccogliere testimonianze false o unilaterali contro Israele" nella sua recente missione nella regione.
Israele in questi giorni è però agli onori delle cronache anche per motivi apparentemente meno seri: il regista israeliano Samuel Maoz ha infatti vinto il Leone d’Oro durante l’ultimo Festival di Venezia con il suo film Lebanon, ricostruzione dei suoi ricordi di giovane soldato durante la guerra in Libano del 1982. Lebanon è nei giudici di tutti i critici un film ‘claustrofobico’ perché descrive la guerra in Libano dal ventre di un carro armato. La volontà del regista e sceneggiatore Maoz era documentare, attraverso le storie di quattro ventenni - Shmulik l’artigliere, Assi il capocarro, Hertzel il servente e Ygal il pilota - l’assoluta impreparazione dei giovani agli scenari di guerra. Il punto è che il risultato, esattamente come fu lo scorso anno per Valzer con Bashir, è una visione assolutoria nei confronti dell’esercito israeliano.
In breve la storia è questa: quattro ragazzi vengono spediti in un carro armato (carico di fosforo, ma il comandante Jamil con cinico umorismo yiddish si affretta a ribattezzarlo ‘fuoco ardente’) ad avanzare in un villaggio già bombardato dall’aviazione israeliana con il mandato di distruggere quello che resta e uccidere civili sospetti. I quattro ragazzi vengono però descritti come un comandante che non ha mai comandato, un artigliere che non ha mai colpito, un servente che non sa caricare bombe e un pilota che non conosce i quadranti del carro armato né la sua direzione. Impressionabili e inesperti. A guardare negli occhi il compito di uccidere.
L’invasione del Libano evocata dal titolo, in realtà, nel film scompare, o meglio si annusa attraverso qualche furbo e pretestuoso particolare.
Dopo l’arrivo nel villaggio distrutto il tiratore scelto ma incapace di sparare Smhulik deve colpire un palazzo con un uomo, una donna e la loro bambina di pochi anni. Shmulik spara e attraverso il mirino del carro vede la disperazione della donna araba, ormai vedova e senza la figlia. La donna lo guarda (ma in realtà guarda il pubblico) ma viene raccolta e accudita da un altro soldato, israeliano, che la copre con un telo. Eccolo il messaggio dopo poche scene: i giovani soldati israeliani mandati in Libano non volevano la guerra, non ne conoscevano le ragioni, non avevano nemici da condannare.

Erano, in una parola, inconsapevoli.
Tutto il film procede su questa falsariga: scopriamo il comandante Jamil trasformarsi da cinico e spietato a protettivo e solidale con i soldati inesperti. Assistiamo a un attacco al carro armato da parte di un siriano che viene catturato e trattato con cura. Assistiamo al giovane autista Ygal che chiede al suo comandante chi siano i loschi falangisti che hanno il compito di guidarli fuori dall’area pericolosa dopo che il mezzo è reso inutilizzabile dal colpo siriano.

Ed ecco il secondo messaggio (esattamente come in Valter con Bashir): erano i falangisti gli esecutori crudeli delle azioni efferate compiute in Libano. Gli israeliani dovevano solo colpirli o fare strada. Per di più i due falangisti ritratti in Lebanon sono costruiti come macchiette. Sporchi, biechi, spietati. E lo sembrano ancor di più se messi in relazione con una disperazione che il regista sceneggiatore contribuisce ad estremizzare nei quattro giovani che per terrore di uccidere urlano invocazioni alla mamma.
Dal punto di vista stilistico il film è un pugno nello stomaco. Il rumore dello spostamento del mirino, nevrotico sguardo sull’esterno dei quattro soldati, crea un effetto sonoro di rara potenza spostando l’attenzione sempre di più dall’esterno che lo spettatore si aspetta entrando in sala, alla profondità nella quale è costretto minuto dopo minuto, mano a mano che i volti arabi dei primi minuti scompaiono dietro inutili atti di pietismo, per lasciare spazio a un risvolto psicologico a senso unico che niente aggiunge ad una analisi storica necessaria di quei giorni del lontano (ma non troppo) 1982.Ed è per questo che uscendo dal cinema si ha l’impressione di solidarizzare con i quattro soldati mandati a morire in un carro armato pieno di fosforo.
Ed è per questo che il film è fuorviante. Perché il suo titolo è fuorviante. E perché è una ulteriore riprova di come si voglia tentare di confondere i ruoli delle vittime e dei carnefici. Di umanizzare chi aveva tanks contro mitra solo perché era il soldato dalla parte giusta.
Il produttore David SIlber in occasione della premiazione ha affermato che “ in Israele non ci sono problemi di censura perché Israele è una democrazia” aggiungendo però che “non abbiamo ancora deciso se tradurre in israeliano ovvero sottotitolare il discorso in arabo tra un prigioniero siriano preso in custodia nel carro e un aguzzino falangista per trasmettere solo quello che potevano intendere i carristi”.
Una delle prime scene di Lebanon inquadra una scritta in ebraico sul carro armato che significa “L’uomo è d’acciaio il carro armato è solo ferraglia” ed è la perfetta sintesi dell’opera prima di un soldato diventato regista che spaccia come film contro la guerra un film destinato a compatire i massacratori.


* Radio Città Aperta

 
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