Articolo tratto da www.forumpalestina.org
di
Francesca Mannocchi *
È di questa settimana la notizia che verrà presentato
un rapporto dell’Onu alla commissione per i Diritti umani
delle Nazioni Unite per fare il punto sull’operazione “Piombo
Fuso” che lo scorso anno tra dicembre e gennaio ha distrutto
a Gaza ciò che rimaneva da distruggere. Il rapporto dell’Onu
in pratica accusa l’esercito israeliano di aver “commesso
azioni che possono essere considerate crimini di guerra e forse
crimini contro l’umanità” ma al contempo condanna
anche il lancio di razzi Kassam sul territorio israeliano da parte
dei palestinesi, innescando un meccanismo di pericolosa equiparazione.
Né Israele né Hamas hanno accettato le conclusioni
del rapporto. I palestinesi però hanno collaborato con i
funzionari dell'Onu al contrario del governo di Tel Aviv.Le organizzazioni
umanitarie che hanno contribuito alla stesura dell’indagine
forniscono anche un bilancio definitivo delle vittime: 1400 palestinesi
(in maggioranza donne e bambini), 3 civili israeliani uccisi e 10
soldati. Il rapporto condanna come "violazioni del diritto
umanitario internazionale" i proiettili di mortaio al fosforo
bianco sparati contro le installazione dell’agenzia dell'Onu
incaricata dei rifugiati palestinesi e gli attacchi con armi al
fosforo su due ospedali di Gaza.
La sproporzione numerica e il resoconto dell’operazione “Piombo
fuso” come di una punizione collettiva contro la popolazione
civile biecamente pianificata parla da sé (la prova, se ci
fosse ancora bisogno di prove sta nel blocco di Gaza durante e dopo
il conflitto).
Israele ha naturalmente respinto con estrema durezza i rilievi delle
Nazioni Unite. "Oggi è stato scritto un capitolo vergognoso
nella storia del diritto internazionale e del diritto dei popoli
all'autodifesa", si legge in una nota del ministero degli Esteri
israeliano. Secondo il governo israeliano, che si è rifiutato
di collaborare con l'indagine, "il verdetto era stato già
scritto in anticipo a Ginevra" e la commissione delle Nazioni
Unite "si è limitata a raccogliere testimonianze false
o unilaterali contro Israele" nella sua recente missione nella
regione.
Israele in questi giorni è però agli onori delle cronache
anche per motivi apparentemente meno seri: il regista israeliano
Samuel Maoz ha infatti vinto il Leone d’Oro durante l’ultimo
Festival di Venezia con il suo film Lebanon, ricostruzione dei suoi
ricordi di giovane soldato durante la guerra in Libano del 1982.
Lebanon è nei giudici di tutti i critici un film ‘claustrofobico’
perché descrive la guerra in Libano dal ventre di un carro
armato. La volontà del regista e sceneggiatore Maoz era documentare,
attraverso le storie di quattro ventenni - Shmulik l’artigliere,
Assi il capocarro, Hertzel il servente e Ygal il pilota - l’assoluta
impreparazione dei giovani agli scenari di guerra. Il punto è
che il risultato, esattamente come fu lo scorso anno per Valzer
con Bashir, è una visione assolutoria nei confronti dell’esercito
israeliano.
In breve la storia è questa: quattro ragazzi vengono spediti
in un carro armato (carico di fosforo, ma il comandante Jamil con
cinico umorismo yiddish si affretta a ribattezzarlo ‘fuoco
ardente’) ad avanzare in un villaggio già bombardato
dall’aviazione israeliana con il mandato di distruggere quello
che resta e uccidere civili sospetti. I quattro ragazzi vengono
però descritti come un comandante che non ha mai comandato,
un artigliere che non ha mai colpito, un servente che non sa caricare
bombe e un pilota che non conosce i quadranti del carro armato né
la sua direzione. Impressionabili e inesperti. A guardare negli
occhi il compito di uccidere.
L’invasione del Libano evocata dal titolo, in realtà,
nel film scompare, o meglio si annusa attraverso qualche furbo e
pretestuoso particolare.
Dopo l’arrivo nel villaggio distrutto il tiratore scelto ma
incapace di sparare Smhulik deve colpire un palazzo con un uomo,
una donna e la loro bambina di pochi anni. Shmulik spara e attraverso
il mirino del carro vede la disperazione della donna araba, ormai
vedova e senza la figlia. La donna lo guarda (ma in realtà
guarda il pubblico) ma viene raccolta e accudita da un altro soldato,
israeliano, che la copre con un telo. Eccolo il messaggio dopo poche
scene: i giovani soldati israeliani mandati in Libano non volevano
la guerra, non ne conoscevano le ragioni, non avevano nemici da
condannare.
Erano, in una parola, inconsapevoli.
Tutto il film procede su questa falsariga: scopriamo il comandante
Jamil trasformarsi da cinico e spietato a protettivo e solidale
con i soldati inesperti. Assistiamo a un attacco al carro armato
da parte di un siriano che viene catturato e trattato con cura.
Assistiamo al giovane autista Ygal che chiede al suo comandante
chi siano i loschi falangisti che hanno il compito di guidarli fuori
dall’area pericolosa dopo che il mezzo è reso inutilizzabile
dal colpo siriano.
Ed ecco il secondo messaggio (esattamente come in Valter con Bashir):
erano i falangisti gli esecutori crudeli delle azioni efferate compiute
in Libano. Gli israeliani dovevano solo colpirli o fare strada.
Per di più i due falangisti ritratti in Lebanon sono costruiti
come macchiette. Sporchi, biechi, spietati. E lo sembrano ancor
di più se messi in relazione con una disperazione che il
regista sceneggiatore contribuisce ad estremizzare nei quattro giovani
che per terrore di uccidere urlano invocazioni alla mamma.
Dal punto di vista stilistico il film è un pugno nello stomaco.
Il rumore dello spostamento del mirino, nevrotico sguardo sull’esterno
dei quattro soldati, crea un effetto sonoro di rara potenza spostando
l’attenzione sempre di più dall’esterno che lo
spettatore si aspetta entrando in sala, alla profondità nella
quale è costretto minuto dopo minuto, mano a mano che i volti
arabi dei primi minuti scompaiono dietro inutili atti di pietismo,
per lasciare spazio a un risvolto psicologico a senso unico che
niente aggiunge ad una analisi storica necessaria di quei giorni
del lontano (ma non troppo) 1982.Ed è per questo che uscendo
dal cinema si ha l’impressione di solidarizzare con i quattro
soldati mandati a morire in un carro armato pieno di fosforo.
Ed è per questo che il film è fuorviante. Perché
il suo titolo è fuorviante. E perché è una
ulteriore riprova di come si voglia tentare di confondere i ruoli
delle vittime e dei carnefici. Di umanizzare chi aveva tanks contro
mitra solo perché era il soldato dalla parte giusta.
Il produttore David SIlber in occasione della premiazione ha affermato
che “ in Israele non ci sono problemi di censura perché
Israele è una democrazia” aggiungendo però che
“non abbiamo ancora deciso se tradurre in israeliano ovvero
sottotitolare il discorso in arabo tra un prigioniero siriano preso
in custodia nel carro e un aguzzino falangista per trasmettere solo
quello che potevano intendere i carristi”.
Una delle prime scene di Lebanon inquadra una scritta in ebraico
sul carro armato che significa “L’uomo è d’acciaio
il carro armato è solo ferraglia” ed è la perfetta
sintesi dell’opera prima di un soldato diventato regista che
spaccia come film contro la guerra un film destinato a compatire
i massacratori.
* Radio Città Aperta
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