Inviato da redazione il Mar, 20/03/2018 - 12:04
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sciopero fiat


Meno male che è finita.
L'ondata di ricostruzioni della morte di Aldo Moro il più possibile (meno) oggettive, la rivisitazione "storica", i retroterra psicologici, la ricostruzione del Male, i depistaggi senza approfondimenti, il "focus" politico di giornalisti, storici, politologi e chi più ne ha più ne metta incluse ipocrisia e fandonie.
Finalmente è finita.  
Perché,  se da un lato sappiamo benissimo che la storia viene riscritta da chi vince, abbiamo però assistito con la scusa del "quarantennale" alla scientifica rimozione tout court di un intero movimento di classe che ha attraversato più di un decennio di storia italiana nelle sue diverse componenti incluse le formazioni combattenti e delle sue oggettive e profonde e incancellabili motivazioni.
Ci rifiutiamo di partecipare al coro di chi, anche solo con il silenzio,  si vuole ripulire la faccia davanti a ciò che è esplicitamente  la rimozione dalla storia, con la scusa del caso Moro, della possibilità stessa dell'opzione di una trasformazione rivoluzionaria dell' esistente che interpreti in senso comunista il superamento del modo di produzione capitalistico.
Di questo stiamo parlando : una parzialità diventa occasione per rimuovere una fase epocale di scontro tra capitale e lavoro.

Non vogliamo entrare nel merito specifico del "caso Moro" , ci interessa veramente poco esprimere una valutazione di merito, ci rifiutiamo ora di esprimere giudizi che hanno certamente a che fare più con un'analisi di fase interna ai movimenti rivoluzionari, più con un processo critico autocritico di ciò che è stato fatto, sui passi avanti o indietro che il movimento nel suo complesso ha compiuto.
A distanza di 40 anni non vogliamo in alcun modo contribuire, con ragionamenti abbozzati e superficiali che sarebbero solo enunciazioni fuori tempo massimo, a ridurre la ricchezza profonda ed entusiasmante di una stagione di lotta di classe in un unico episodio terminato con la morte di Aldo Moro.

Ci spinge invece il desiderio e l'esigenza di rimettere la storia dello scontro di classe su parametri meno funzionali al vincitore, ricordando tutti gli anni dello stragismo di stato da piazza Fontana in poi, e quando parliamo di stato parliamo di un intero sistema economico e politico di potere che faceva riferimento alla Democrazia Cristiana, il grande partito dell'onorevole Moro, un partito con le mani lorde del sangue di quegli innocenti dilaniati dalla bomba fascista del 1969.
Vogliamo parlare delle protezioni e dell'utilizzo organico della manovalanza fascista, delle aggressioni, degli omicidi per mano di carabinieri e polizia, dell'utilizzo della mafia per inchiodare interi territori ad un ruolo di salvadanaio per imprenditori e dirigenti dello stesso partito dell'onorevole Moro.
Vogliamo ricordare l'organizzazione armata statale- Stay Behind vogliamo che non si perda memoria dell'organizzazione terroristica - Gladio - del democristiano Cossiga in armi nelle sedi della Dc pronto con l'aiuto della CIA a contrastare un' ipotetica avanzata comunista, di quel periodo di fascistizzazione dello stato per bloccare l'avanzata di un movimento di classe che nelle sua mille e più diverse componenti metteva in discussione non tanto o non solo il governo democristiano, ma lo stesso  modo di produzione capitalistico nel momento in cui iniziava una grande fase di ristrutturazione capitalista di cui oggi vediamo e paghiamo gli effetti.
Vorremmo che in questo quadro si recuperassero le analisi sulla crisi petrolifera della metà degli anni '70  e le scelte compiute dal partito dell'onorevole Aldo Moro e della profonda e devastante crisi che fece saltare i paradigmi dell'organizzazione capitalistica del lavoro di tipo fordista e il nascere di mille più piccoli e decentrati luoghi di produzione con l'emersione di nuove figure produttive che prepotentemente si guadagnavano visibilità nell'agenda politica nazionale.

Di fronte a questa crisi profonda di un modo di produzione che accelerava quella che Marx definiva la "caduta tendenziale del saggio di profitto",  il vecchio PCI invece di porsi all'avanguardia dei diversi livelli di conflitto, si era scelto (come ovvio, si diceva) il ruolo di cane da guardia dei tavoli del potere e, con una ramazza, cercava di riportare nell'ovile della compatibilità ciò che era per sua natura fragorosamente dirompente e inconciliabile con gli interessi della classi al potere.

Stiamo parlando di un “assalto al cielo” più o meno coerente, frammentato, discorde e con livelli altissimi di violenza di classe diffusa, anche armata, come risposta ad una violenza della classe al potere che aveva assunto le caratteristiche e le peculiarità di una guerra di bassa intensità anche se il termine non rende bene la situazione di esasperata normalità repressiva.
Cosa dicevano i benpensanti legalitari di allora e di oggi davanti ai carri armati nelle strade, davanti alle torture nelle caserme e nelle carceri, all'isolamento e alla repressione come unica arma per comprimere il conflitto e uccidere ogni forma di dissenso.
Cosa dicevano questi tromboni servi del potere, davanti ad una crisi cosi potente crisi di un modo di produzione tale da devastare fabbriche e vite, usata come ricatto per arrivare alla sconfitta operaia della Fiat nei primi anni '80 come ultimo atto di quel decennio di lotte operaie e sociali.
Vogliamo chiudere questo piccolo e incazzato accenno di memoria storica dando evidenza al fatto che la nostra storia non è la loro storia, ricordando che il 18 marzo 1978 furono assassinati a Milano da vigliacchi fascisti "mai" ufficialmente identificati perchè coperti da salde protezioni politiche, i compagni Fausto Tinelli e Lorenzo "Iaio" Iannucci, e che il 9 maggio dello stesso anno di cui ricorre il "quarantennale", fu ammazzato da mafiosi bastardi a Cinisi il compagno Peppino Impastato perchè denunciava le connivenze della mafia siciliana con il potere politico ed in particolare la Democrazia Cristiana, la balena bianca che ha coperto dietro l'ecumenismo di facciata corruzione e stragi ............. in nome del popolo italiano.

I compagni e le compagne del Csa Vittoria


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