| MARX E LA CRISI |
| martedě 01 giugno 2010 | |
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Il ritorno del rimosso: Marx, la caduta del saggio di profitto e la crisi di Vladimiro Giacché
1. Vent’anni
dopo
Appena
venti anni fa, con il crollo dei regimi dell’est europeo, anche su Marx e le
sue teorie sembrava calato definitivamente il sipario. L’ennesima ‘crisi del
marxismo’ era in scena già dai primi anni Ottanta, ma ora, con la fine
ingloriosa dell’Unione Sovietica, sembrava che non sarebbe andata come tutte le
altre volte. La pagina del marxismo sembrava definitivamente voltata, e gli
scritti di Marx destinati agli storici e ad un pugno di nostalgici fuori dal
tempo. I volumi dell’edizione delle opere di Marx ed Engels che nella ex
Berlino Est dei primi anni Novanta affollavano le bancarelle dei libri usati
tra il disinteresse dei passanti sembravano la riprova più chiara di questo
destino.
Purtroppo,
però, per risolvere ed eliminare le contraddizioni del reale non basta
sostenere che esse non esistono. E questo vale per gli individui come per le
società. La società capitalistica dei nostri tempi non fa eccezione. E così,
nel 2007, è arrivata la crisi: la peggiore dal 1929 in avanti. Il capitalismo
tronfio e trionfante degli ultimi decenni, con il suo sano egoismo generatore e
dispensatore di ricchezza per tutti, con le sue capacità autoregolative
superiori ad ogni goffa imposizione di regole dall’esterno, ha così ceduto il
passo ad un insieme di meccanismi inceppati, che hanno bisogno di fiumi di
denaro degli Stati per tornare malamente a funzionare. Risultato: l’immagine
che oggi il capitalismo dà di sé è quella di un sistema in cui ingiustizie
intollerabili vanno di pari passo con una drammatica inefficienza
nell’allocazione delle risorse.
Si
capisce, quindi, il disorientamento nelle folte schiere dei suoi seguaci, sia
nel mondo dell’economia che in quello della politica e dell’informazione. Ma
quanto sta accadendo non è un fatto che riguardi soltanto le cerchie ristrette
degli addetti ai lavori. Molte delle certezze su cui erano state edificate la
visione del mondo e la filosofia della storia diffuse a livello di massa negli
ultimi decenni sembrano oggi – se non
proprio in frantumi – quantomeno incrinate. Per capire i motivi del rinnovato
interesse nei confronti di Marx bisogna partire da qui: da queste certezze che
non sono più tali.
La brutalità della crisi
mette impietosamente in questione i presupposti di cui si è nutrita in questi
anni l’ideologia dominante, divenuta così pervasiva e trasversale agli stessi
schieramenti politici da poter essere definita il “pensiero unico”.[1]
Si pensi alla presunta maggiore efficienza dell’impresa privata rispetto a
quella pubblica. Non esiste alcuna ricerca empirica che dimostri tale
superiorità, ma essa è diventata senso comune.[2]
Quando però negli Usa, nel Regno Unito, in Germania e altrove vengono
nazionalizzate le banche, e sia pure per socializzare le perdite, è il
presupposto stesso della superiorità della proprietà privata dei mezzi di
produzione ad essere posto de facto
in discussione. Più in generale, è il mito del mercato capitalistico quale
miglior sistema di allocazione delle risorse ad essere confutato di fatto dalla
crisi attuale: come si può parlare di efficienza del mercato in una situazione
in cui viene distrutta ricchezza per decine di migliaia di miliardi di euro, e
nel giro di pochi mesi nel mondo i disoccupati diventano 230 milioni? Che
efficienza è mai questa? Come è possibile negare questo gigantesco sperpero di
risorse umane e materiali? E, soprattutto, cosa si deve fare per evitarlo?
In fondo, sono questi dubbi
e queste domande ad avere riportato Karl Marx agli onori delle cronache. Con
modalità semplicemente impensabili sino a pochi mesi fa. La barba del
rivoluzionario di Treviri torna ad affacciarsi da giornali e periodici: dalle
pagine del «Financial Times» alla copertina di «Foreign Policy», dal francese
«Le Point» - che gli ha dedicato un numero monografico - alla copertina del
«venerdì di Repubblica».[3]
Vediamo il presidente francese Nicolas Sarkozy che si fa fotografare mentre
sfoglia Il capitale e leggiamo il
ministro delle finanze tedesco Peer Steinbrück il quale, bontà sua, concede che
“ci sono parti della teoria di Marx che non sono poi così sbagliate”.[4]
Ovviamente, è fin troppo facile obiettare che queste riscoperte sono viziate da
equivoci (uno su tutti: vedere in Marx un fautore pre-keynesiano
dell’intervento dello Stato nell’economia). Su un punto, però, la rinnovata
attenzione nei confronti di Marx, per quanto superficiale possa essere, coglie
nel giusto: sulla crisi attuale Marx dice di più e meglio di legioni di
economisti mainstream dei giorni
nostri. Non a caso, anche alcuni analisti finanziari stanno cominciando a
trovare in Marx utili chiavi di lettura della crisi attuale.[5]
2. Marx teorico
della crisi attuale In effetti, leggendo le pagine dedicate da Karl Marx alle crisi economiche del suo tempo, la prima impressione è quella di una sorprendente familiarità. Leggiamo osservazioni che si riferiscono a crisi di 150 anni fa, e sembra che si parli di oggi. Quanto ai banchieri e agli uomini d’affari, troviamo testimonianze dell’assoluta incapacità – allora come oggi – di prevedere la crisi ancora alla vigilia del suo scoppio: Marx ad esempio ricorda come essi nel 1857 “si congratulassero reciprocamente per l’andamento fiorente e sano degli affari un mese prima dello scoppio della crisi”.[6] Venendo agli economisti, troviamo – allora come oggi – la fede nell’impossibilità della crisi, che a crisi scoppiata si rovescia in moralismo e in critica all’imprudenza degli uomini d’affari: “quando mai questi ottimisti borghesi hanno previsto o preconizzato una crisi? Non c’è stato periodo di prosperità in cui essi non abbiano approfittato dell’occasione per dimostrare che questa volta la medaglia non aveva rovescio, che questa volta il fato era vinto. E il giorno in cui la crisi scoppiava, si atteggiavano a innocenti e si sfogavano contro il mondo commerciale ed industriale con banalità moralistiche, accusandolo di mancanza di previdenza e di prudenza”. Sono parole tratte dall’articolo Pauperismo e libero scambio, pubblicato sul «New-York Daily Tribune» del 1° novembre 1852 (p.65).[7] Tre anni dopo, questa volta in un articolo per la «Neue Oder-Zeitung», Marx avrebbe ribadito analoghi concetti, in un’invettiva che sembra rivolta a certi odierni apologeti della globalizzazione, prontamente trasformatisi in fustigatori degli eccessi che a loro dire avrebbero condotto alla crisi attuale: “la crisi commerciale e industriale (…) dal settembre scorso aumenta ogni giorno in veemenza e universalità. La sua ferrea mano ha subito tappato la bocca agli apostoli superficiali del libero scambio che andavano predicando da anni che dopo la revoca delle leggi sul grano, la saturazione dei mercati e le crisi sociali erano per sempre bandite nel regno delle ombre del passato. I mercati sono saturi, e adesso a gridare più forte sulla mancanza di prudenza che ha impedito ai fabbricanti di limitare la produzione sono quei medesimi economisti che ancora 5 mesi fa insegnavano con dogmatica infallibilità che non è mai possibile produrre troppo”.[8]
Quello che vale per gli
economisti, vale a maggior ragione per i giornalisti di cose economiche. Anche
in questo caso, l’esultanza per il buon andamento degli affari cede facilmente
il passo, quando le cose non vanno più bene, all’indignazione morale. A fare le
spese del sarcasmo di Marx a tale proposito è il «London Times», con le sue
invettive contro le “bande di speculatori e falsificatori di cambiali senza
scrupoli” che infestavano la City di Londra e, più in generale, contro un “ceto
degli affari marcio sino al midollo”. Marx commenta: “Ora non ci chiederemo se
i giornalisti inglesi, che per un decennio hanno diffuso la dottrina secondo
cui l’epoca delle crisi commerciali si era definitivamente chiusa con
l’introduzione del Libero Commercio, abbiano ora il diritto di trasformarsi
improvvisamente da servili panegiristi a censori romani dell’arricchimento
moderno” (p. 70). Ma il punto che sta a cuore a Marx è un altro: “Se la
speculazione si presenta verso la fine di un determinato ciclo commerciale come
immediato precursore del crollo, non bisognerebbe dimenticare che la
speculazione stessa è stata creata nelle fasi precedenti del ciclo e quindi
rappresenta essa stessa un risultato e un fenomeno, e non la ragione ultima e
la sostanza del processo” (ibidem).
Marx individua qui, nella
ricerca moralistica del colpevole della crisi (lo speculatore), l’altra faccia
della medaglia della fede ingenua nell’evitabilità
delle crisi. Tale fede riposa sulla convinzione che la crisi sia qualcosa di
estraneo al normale funzionamento dell’economia capitalistica. Secondo questa
illusione ideologica, la crisi viene sempre da fuori, è una patologia esterna
al sistema. Quindi è dovuta ad errori
o colpe specifiche di qualcuno. Ma a questo riguardo Marx ha gioco facile
nell’osservare che “proprio il ripetuto insorgere di crisi a intervalli
regolari nonostante tutti i moniti del passato smentisce l’idea che le loro
ragioni ultime debbano essere ricercate nella mancanza di scrupoli di singoli
individui” (ibidem).[9]
Venendo ai giorni nostri, è
facile osservare come proprio la ricerca del colpevole abbia rappresentato uno
degli sport preferiti di politici, economisti/opinionisti e giornalisti. Nel
nostro caso, vista la gravità e complessità della crisi stessa, l’elenco degli
accusati è molto lungo. Senza pretesa di completezza, si possono citare: i
mutui subprime, le obbligazioni strutturate, i derivati sui crediti (credit default swaps), l’avidità dei
banchieri, le società di rating colluse con i banchieri, l’orientamento al
profitto di breve termine (short-termism),
la creazione di veicoli finanziari fuori bilancio (lo shadow banking system), l’inefficacia del risk-management, i buchi nella regolamentazione, la politica monetaria
della Federal Reserve, l’eccesso di consumo degli Stati Uniti, l’eccesso di
risparmio della Cina; con il passare del tempo (e l’aggravarsi della crisi) si
sono inoltre tirati in ballo la perdita di fiducia (che creerebbe o
aggraverebbe la crisi), la crisi finanziaria (che avrebbe contagiato l’economia
reale), il fallimento di Lehman Brothers (che avrebbe creato una crisi
mondiale).
Quelli citati sono soltanto
alcuni degli esempi di cause della crisi a cui ci si è rivolti per spiegarla a
posteriori. Una cosa è certa: nessuna, ma proprio nessuna di queste presunte
cause sembra in grado di originare una perdita di ricchezza che secondo le
stime della Banca Asiatica di Sviluppo a inizio 2009 ammontava ad oltre 50.000
miliardi di dollari (l’intero prodotto interno lordo mondiale di un anno).[10]
E tanto meno il crollo della produzione a livello mondiale e la brusca caduta
del commercio internazionale che si sono verificati.
Ma niente paura. Anche per
questo c’è un rimedio: può sempre soccorrerci la teoria secondo cui si tratta
di una crisi finanziaria che ha
contagiato l’economia reale. Circa le spiegazioni della crisi, ci sono
pochi dubbi che proprio questa sia l’ultima frontiera. Sostenuta anche molto
autorevolmente: Carlo Azeglio Ciampi, ad esempio, ha parlato di una “crisi
durissima figlia delle distorsioni della finanza ma che ha contagiato i gangli
nevralgici dell’economia reale”.[11]
Si tratta della versione
contemporanea della concezione, ben nota a Marx, secondo cui la crisi sarebbe
dovuta “all'eccesso di speculazioni e all'abuso del credito” (p. 66).
Precisamente questa spiegazione delle crisi era stata sostenuta dalla commissione
incaricata dalla Camera dei Comuni inglese di redigere un rapporto sulla crisi
del 1857-8. A questo genere di argomentazioni Marx ribatteva che “la
speculazione di regola si presenta nei periodi in cui la sovrapproduzione è in
pieno corso. Essa offre alla sovrapproduzione momentanei canali di sbocco, e
proprio per questo accelera lo scoppio della crisi e ne aumenta la virulenza.
La crisi stessa scoppia dapprima nel campo della speculazione e solo
successivamente passa a quello della produzione. Non la sovrapproduzione, ma la
sovraspeculazione, che a sua volta è solo un sintomo della sovrapproduzione,
appare perciò agli occhi dell’osservatore superficiale come causa della crisi.
Il successivo dissesto della produzione non appare come conseguenza necessaria
della sua stessa precedente esuberanza, ma come semplice contraccolpo del
crollo della speculazione” (p. 61). In termini analoghi Marx si sarebbe
espresso dieci anni dopo nel primo libro del Capitale: “la superficialità dell’economia politica risulta fra
l’altro nel fatto che essa fa dell’espansione e della contrazione del credito,
che sono meri sintomi dei periodi alterni del ciclo industriale, la causa di
quei periodi” (p. 99).
Per Marx i motivi per cui le
crisi si presentano come crisi
creditizie e monetarie sono senz’altro radicati in alcune caratteristiche di
fondo del modo di funzionamento dell’economia capitalistica. Ma le crisi non sono in primo luogo creditizie e
monetarie: alla loro base si trova la sovrapproduzione di capitale e di
merci.
3. Alle radici
delle crisi: limiti e contraddizioni del capitale
Per Marx la radice ultima
delle crisi consiste nella contraddizione tra lo sviluppo delle forze
produttive sociali ed i rapporti di produzione capitalistici. Il modo di
produzione capitalistico da un lato tende verso il massimo sviluppo delle forze
produttive (questo è secondo Marx anche il suo principale merito storico).
D’altro lato, i rapporti di produzione e di proprietà che lo contraddistinguono
(ossia il lavoro salariato, l’appropriazione privata della ricchezza prodotta,
e l’orientamento della produzione al profitto anziché al soddisfacimento dei
bisogni sociali) inceppano periodicamente lo sviluppo delle stesse forze
produttive, creando sovrapproduzione di capitale (un accumulo di capitale che
non riesce a trovare adeguata valorizzazione) e sovrapproduzione di merci (un
accumulo di merci che non riescono ad essere vendute ad un prezzo tale da
remunerare adeguatamente il capitale impiegato per produrle).
La crisi è il momento in cui
tale contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione si manifesta
e, al tempo stesso, il mezzo brutale attraverso cui si ripristinano le
condizioni di accumulazione del capitale: “le crisi sono sempre soluzioni
violente soltanto temporanee delle contraddizioni esistenti ed eruzioni
violente che servono a ristabilire l’equilibrio turbato” (p. 154). Profitto e
accumulazione vengono ripristinati per mezzo della distruzione di capitale e di
forze produttive: aumento della disoccupazione e quindi abbassamento dei
salari, fallimenti e quindi concentrazioni di imprese, deprezzamento di beni
capitali, macchinari e materie prime e quindi miglioramento dei margini di
profitto per chi li mette in opera.
Ma vediamo più da vicino i
due lati della contraddizione tra sviluppo delle forze produttive e rapporti di
produzione.
Per un verso abbiamo la
tendenza del capitale a superare ogni barriera: “il capitale… è l’impulso
illimitato e smisurato ad oltrepassare il suo limite” (p. 80). Esso quindi
tende a riprodursi su scala sempre più ampia e a esportare i propri rapporti di
produzione e di scambio sul mondo intero. Da questo punto di vista, dice Marx,
“la tendenza a creare il mercato mondiale
è data immediatamente nel concetto del capitale stesso”; “il capitale tende a
trascendere sia le barriere e i pregiudizi nazionali, sia l'idolatria della
natura, sia il soddisfacimento tradizionale, modestamente chiuso entro limiti
determinati, dei bisogni esistenti, e la tradizionale riproduzione di un
vecchio modo di vivere. Nei confronti di tutto ciò esso è distruttivo e agisce
nel senso di un perenne rivoluzionamento, abbattendo tutte le barriere che ostacolano
lo sviluppo delle forze produttive, l'espansione dei bisogni, la molteplicità
della produzione e lo sfruttamento e lo scambio delle forze della natura e
dello spirito” (pp. 80, 83).
Di contro, l'“universalità”
alla quale il capitale tende irresistibilmente “trova nella sua stessa natura
ostacoli che a un certo livello del suo sviluppo metteranno in luce che esso
stesso è l'ostacolo massimo che si oppone a questa tendenza e perciò spingono
al suo superamento” (p. 83). Queste parole dei Lineamenti sono riecheggiate nel manoscritto del terzo libro del Capitale, dove Marx adopera una
formulazione più tagliente: “il vero limite della produzione capitalistica è il
capitale stesso, è il fatto che il capitale e la sua autovalorizzazione
appaiono come punto di partenza e punto di arrivo, come fine della produzione”
(p. 155).
La crisi è, appunto, il
momento in cui si manifestano le contraddizioni del capitalismo e i limiti allo
sviluppo del capitale che sono connaturati al capitale stesso.
Da un punto di vista
formale, la possibilità delle crisi è
già insita nella duplice natura che la merce
assume nella società capitalistica. Da un lato la merce ha la proprietà di
essere utile, di soddisfare bisogni umani: è valore d’uso. Dall’altro essa è depositaria del valore di scambio, ossia ha la proprietà
di potere essere scambiata con altre merci, e in particolare col denaro. Per il
venditore la merce ha un valore di scambio, mentre il compratore la acquista
per il suo valore d’uso. Solo dopo aver venduto, il venditore - con il denaro
che gli è stato pagato per la vendita della merce - potrà a sua volta comprare
un’altra merce che rappresenti per lui un valore d’uso. Il processo di scambio
che ha luogo nel modo di produzione capitalistico differisce quindi dallo scambio
diretto e immediato dei prodotti che si ha, ad es., nel baratto. Esso è infatti
mediato dal denaro (passaggio merce-denaro-merce). Marx definisce tale processo
come la metamorfosi della merce. “Il
processo di scambio si compie in due metamorfosi opposte e integrantisi
reciprocamente: trasformazione della merce in denaro e retrotrasformazione del
denaro in merce (…) : vendita,
scambio della merce con denaro; compera,
scambio del denaro con merce”.[12]
La metamorfosi di ogni singola merce rappresenta l’anello di una catena di
metamorfosi connesse tra loro. Quando tutto va bene, questa metamorfosi ha
luogo senza intoppi. Ma è sempre aperta la possibilità che essa si interrompa,
ed in particolare che la merce non riesca a trasformarsi in denaro, in quanto
il venditore non trova compratori che abbiano la possibilità o l’intenzione di
acquistare la merce che vende. In questo senso Marx afferma che “la forma
semplice della metamorfosi include la possibilità della crisi” (p. 90). Quando
la metamorfosi della merce si interrompe risulta impossibile per il capitalista
realizzare il valore delle merci creato nel processo di produzione: in tal caso
si interrompe il “processo complessivo di riproduzione del capitale”, che è
“l’unità della sua fase di produzione e della sua fase di circolazione” (p.
95). Se questa interruzione si verifica su larga scala, abbiamo la crisi.
A questo punto
erompe anche la contraddizione insita nel denaro
nella sua funzione di mezzo di pagamento. Il denaro, in una situazione normale,
ossia non di crisi, funziona “solo idealmente, come denaro di conto, ossia
misura dei valori”. Ma quando si verificano turbamenti generali di questo
meccanismo, quale che sia l'origine di essi, il denaro improvvisamente si
trasforma: “da figura solo ideale della moneta di conto, eccolo
denaro-contante. Non è più sostituibile con merci profane”. Esso si
autonomizza, viene tesaurizzato in quanto tale anziché venire scambiato con
merci, diviene “merce assoluta”. Si produce in tal modo “quel momento delle
crisi di produzione e delle crisi commerciali che si chiama crisi monetaria” (pp. 102, 101).
Ma cosa fa sì che la
semplice possibilità della crisi si trasformi in realtà? Cosa innesca le crisi
effettive? Un fattore essenziale secondo Marx è rappresentato dalla capacità di
consumo dei lavoratori. Questa capacità è a suo avviso strutturalmente limitata. Per un motivo ben preciso: il valore di ogni merce è determinato dal
lavoro impiegato in media per produrla, e i profitti del capitalista derivano
dal plusvalore, ossia dal fatto che
al lavoratore è pagato non l’equivalente dell’intero valore prodotto, ma
soltanto una parte di esso (cioè non l’intera giornata lavorativa
effettivamente lavorata, ma soltanto una sua parte).
È questa estorsione di
valore supplementare che, secondo Marx, determina i profitti del capitalista ma
al tempo stesso anche i limiti della capacità di consumo dei lavoratori.
Sono insomma i rapporti di
produzione (e quindi quelli di
distribuzione e di consumo) che caratterizzano la società capitalistica a rappresentare
il principale ostacolo allo sviluppo delle forze produttive. Infatti - dice
Marx - “la causa ultima di tutte le crisi effettive è pur sempre da un lato la
povertà delle masse, dall’altro l’impulso del modo di produzione capitalistico
a sviluppare le forze produttive come se la capacità di consumo assoluta della
società ne rappresentasse il limite” (p. 87). Quando si dice che “le crisi
provengono dalla mancanza di un consumo in grado di pagare o di consumatori in
grado di pagare”, si enuncia un’assoluta ovvietà. Ma attenzione: quando si
pensa di porre rimedio al problema asserendo che “la classe lavoratrice riceve
una parte troppo piccola del proprio prodotto, e che al male si porrebbe quindi
rimedio quando essa ne ricevesse una parte più grande, e di conseguenza
crescesse il suo salario”, si pecca di ingenuità. Perché questo – oltre un
certo limite – è strutturalmente impossibile fintantoché perdura il modo di
produzione capitalistico: il problema, infatti, è il mantenimento delle
condizioni di profittabilità del capitale, e queste “solo momentaneamente
consentono una relativa prosperità della classe operaia” (pp. 87-88).[13]
Nel contesto dei rapporti capitalistici di produzione, ogni politica
redistributiva incontra prima o poi dei limiti insormontabili: essa può infatti
essere posta in atto solo fintantoché non intacchi la profittabilità del
capitale.
4. La caduta tendenziale del saggio di profitto
Ma c’è di più: secondo Marx
la società capitalistica è comunque caratterizzata
da una tendenza di lungo periodo alla
diminuzione di questa profittabilità, ossia alla caduta del saggio di profitto.
Per Marx il valore di una merce è dato dal lavoro in essa incorporato. Soltanto il lavoro umano può creare valore e al tempo stesso conservare e sfruttare il valore già incluso nei macchinari (che altrimenti, se nessun lavoratore li facesse funzionare, non soltanto non creerebbero nuovo valore, ma perderebbero anche il valore che posseggono). È il lavoro umano in atto (il lavoro vivo) a procurare al capitalista i suoi profitti, fornendogli lavoro non pagato (pluslavoro), cioè ossia lavoro supplementare rispetto a quello necessario per riprodurre la forza lavoro (lavoro necessario): questo pluslavoro produce infatti un valore supplementare, un plusvalore, rispetto al valore della forza-lavoro affittata dal capitalista all’inizio del processo di produzione Proprio a motivo di questa peculiarità del lavoro umano di creare nuovo valore, Marx definisce il capitale impiegato per comprare l’uso della forza lavoro capitale variabile e quello adoperato per acquistare macchinari e mezzi di lavoro capitale costante. Ora, il problema è che con lo sviluppo del modo di produzione capitalistico aumenta la proporzione del capitale investito in macchinari rispetto a quello investito in forza-lavoro: si verifica, in altri termini, “una diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto al capitale costante e quindi in rapporto al capitale complessivo messo in movimento” (p. 110). Marx definisce questo processo anche come una progressiva crescita della “composizione organica del capitale”. Si tratta di “un’altra espressione dello sviluppo progressivo della forza produttiva sociale del lavoro, che si manifesta proprio in ciò, che in generale, per mezzo del crescente uso di macchinari, capitale fisso, più materie prime e ausiliarie vengono trasformate in prodotti nello stesso tempo, ossia con meno lavoro” (ibidem). La diminuzione relativa del capitale variabile in rapporto al capitale costante fa sì che a parità di condizioni il saggio di profitto - ossia il rapporto tra il plusvalore e il capitale complessivo investito nella produzione (la somma di capitale variabile e capitale costante) - diminuisca. Questa la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Di recente essa è stata espressa anche così: “il mutamento tecnologico indotto dalla necessità da parte del capitale di accrescere la produttività del lavoro, conducendo ad una diminuzione del rapporto lavoro capitale, tende a far cadere il saggio di profitto”.[14] Se esaminiamo i dati economici degli ultimi decenni, questa tendenza è riscontrabile oppure no? La risposta è senz’altro affermativa. E questo vale per un ampio arco di tempo.
Nel periodo che va dal 1973
al 2003, il saggio di crescita del Pil pro capite è stato di poco superiore
alla metà del saggio di crescita registrato negli anni 1950-1973. Se dal
calcolo si escludesse la Cina, esso sarebbe inferiore di quasi due terzi.[15]
E all’interno di questa stessa serie storica la crescita è sempre minore col
passare degli anni. La crescita mondiale negli anni Novanta è stata mediamente inferiore a quella dei decenni
precedenti.[16] Tra il
1960 e il 1970, il Pil mondiale non è mai cresciuto ad un ritmo inferiore al
4%; dal 1991 in poi, in nessun anno è cresciuto ad un ritmo superiore al 4%, ed
è quasi sempre risultato molto inferiore.[17]
E per quanto riguarda
specificamente il saggio di profitto? La più approfondita ricerca recente in
materia dimostra una tendenza generale al calo del saggio di profitto negli
ultimi decenni e il suo convergere su livelli simili nei principali Paesi
dell’Occidente industrializzato, sia pure con andamenti tra loro non uniformi.
Particolarmente eloquenti i dati riguardanti Germania, Francia e Italia, che
evidenziano un dimezzamento del saggio di profitto tra i primi anni Sessanta e
i primi anni di questo decennio.[18]
Il Giappone, che muoveva da livelli relativamente più elevati del saggio di
profitto, evidenzia una diminuzione ancora maggiore dal 1970 ai primi anni del
decennio in corso. Stati Uniti e Gran Bretagna, che muovevano invece da livelli
più bassi, sembrano evidenziare una relativa ripresa a partire dagli anni
Ottanta.[19] Come
vedremo più avanti, le cause che hanno reso possibile questa ripresa hanno
molto a che fare anche con la crisi mondiale attualmente in corso. Comunque sia, a dispetto di pregiudizi molto diffusi, negli ultimi decenni neppure gli Stati Uniti hanno conosciuto un boom dei profitti. Tutt’altro. Se si considerano i profitti medi delle imprese americane prima delle tasse dopo il 1940, si osserva una costante diminuzione: dal 1941 al 1956 il saggio di profitto era del 28%, dal 1957 al 1980 è stato del 20%, per scendere ancora al 14% nel periodo 1981-2004.[20] Nell’ultimo di questi periodi il livello di utilizzo degli impianti industriali negli Stati Uniti è sempre stato inferiore all’82%, ed è sceso al 78% nel 2005 – cioè due anni prima dello scoppio della crisi.[21]
5. Fattori di controtendenza
I dati riportati sopra sono
eloquenti, e a mio avviso tali da far giustizia di tanti sbrigativi rifiuti
della teoria marxiana della caduta tendenziale del saggio di profitto. Del
resto, nella letteratura recente non mancano recuperi della teoria. Stefano
Perri, ad esempio, vede nella caduta del saggio di profitto “uno dei fattori
determinanti che hanno agito dietro l’emergere di quelle contraddizioni che
alla fine sono esplose con la crisi attuale”. Andrew Kliman, che da anni
argomenta (e sostiene con cifre) l’esistenza di tale caduta, ha scritto in un
suo testo in argomento: “è senz’altro vero che causa prossima della crisi non è
stata la caduta del saggio di profitto. Tuttavia, se cerchiamo di andare oltre
le cronache giornalistiche che si limitano a porre in relazione tra loro giorno
gli eventi del giorno, dobbiamo cercare i processi di lungo termine che che
hanno preparato il terreno per la crisi e in tal modo ne sono state le cause
indirette. Questo saggio argomenta che la caduta del saggio di profitto ne è
stata una fondamentale causa indiretta
(key indirect cause)”.[22]
Ma probabilmente la formulazione più chiara del rapporto tra caduta del saggio
di profitto e crisi è quella che si trova in un passo del manoscritto del III
libro del Capitale dello stesso Marx:
“nella misura in cui il saggio di
profitto, il saggio di valorizzazione
del capitale complessivo è il pungolo della produzione capitalistica, così
come la valorizzazione del capitale è il suo unico scopo, la sua caduta
rallenta la formazione di nuovi capitali indipendenti e appare come una
minaccia per lo sviluppo del processo di produzione capitalistico. (Questa
stessa caduta favorisce sovrapproduzione, speculazione, crisi, capitale in
eccesso accanto alla forza-lavoro in eccesso o sovrappopolazione relativa)” (p.
138).
Per intendere correttamente il significato
della caduta del saggio di profitto in Marx, va comunque precisato che essa è
in verità una tendenza alla
diminuzione e non un crollo – tantomeno un crollo improvviso.
Questo perché la diminuzione
del saggio di profitto può essere in parte controbilanciata da altri fattori, a
cominciare dalla concentrazione dei
capitali. A causa di tale concentrazione, pur calando la proporzione del
capitale variabile rispetto a quello costante, un numero maggiore di lavoratori
lavora per un singolo capitalista: aumenta quindi la massa del plusvalore e
questo fa sì che “la massa dei profitti aumenti contemporaneamente e nonostante
la caduta del saggio di profitto” (p. 119). Inoltre le rendite di monopolio che
si possono conseguire attraverso la concentrazione dei capitali permettono il
mantenimento di margini di profitto significativi. È appena il caso di
ricordare, a questo riguardo, che il processo di concentrazione dei capitali ha
fatto progressi da gigante negli ultimi decenni. Basti pensare che già nel 2000
il valore delle fusioni tra imprese a livello mondiale aveva raggiunto i 5.000
miliardi di dollari, un valore pari a 10 volte quello delle fusioni
transnazionali nel 1990. Si sono così formati dei veri e propri colossi (a New
York hanno creato anche un indice di borsa apposta per loro: i Global Titans). Per avere un’idea delle
dimensioni di queste imprese basti pensare alla multinazionale petrolifera
Exxon Mobil: nel 2008 questa società ha realizzato oltre 45 miliardi di dollari
di profitti, pari grosso modo al Pil di 150 Stati messi assieme.[23]
In certi settori la concentrazione è così avanzata da creare situazioni di
semi-monopolio da parte di una singola impresa: si è ad esempio calcolato che
oltre l’80% dei computer del mondo giri sui sistemi operativi della Microsoft.
Ma la concentrazione dei capitali
non è sufficiente ad invalidare gli effetti della legge. In effetti - osserva
Marx - “se si considera l’enorme sviluppo delle forze produttive del lavoro
sociale anche soltanto degli ultimi 30 anni rispetto a tutti i periodi
precedenti, se si considera soprattutto l’enorme massa di capitale fisso che
entra nel processo di produzione sociale complessivo in aggiunta al macchinario
propriamente detto, al posto della difficoltà in cui si sono sinora dibattuti
gli economisti, ossia quale spiegazione dare della caduta del saggio di
profitto, subentra quella opposta: come si spiega il fatto che questa caduta
non sia più grande o più rapida?”. La risposta di Marx è questa: entrano in
gioco “fattori di controtendenza, che frenano e contrastano l’efficacia della
legge generale, dandole il carattere di una semplice tendenza” (pp. 127-128).
Ripercorrere i fattori di
controtendenza individuati da Marx ponendoli a confronto con gli sviluppi
economici dei nostri ultimi 30 anni è
piuttosto istruttivo.[24]
1) Aumento del grado di
sfruttamento del lavoro, cioè accrescimento del
plusvalore, soprattutto attraverso il prolungamento del tempo di lavoro
(plusvalore assoluto) e l’intensificazione del lavoro e l’aumento della
produttività del lavoro (plusvalore relativo). Per Marx questo fattore consente
di fare da contrappeso alla caduta del saggio di profitto aumentando la quota
di lavoro non pagato, ossia il saggio del plusvalore (pp. 128 sgg.). È quanto è
avvenuto negli scorsi anni nei paesi a capitalismo avanzato. Un caso da manuale
di aumento del plusvalore assoluto è rappresentato dall’accordo integrativo
della contrattazione aziendale raggiunto
in Germania nel 2004 fra la Siemens ed il sindacato dei metalmeccanici
IG-Metall, che prevedeva il prolungamento dell’orario di lavoro settimanale da
35 a 40 ore a parità di retribuzione (in cambio della conservazione di 2000
posti in due impianti produttivi, che Siemens minacciava di delocalizzare in
Ungheria); analoghi accordi furono poi conclusi per la Volkswagen e la
Daimler-Chrysler. Quanto all’intensificazione del lavoro (ossia all’aumento del
plusvalore relativo), essa si verifica ogni qual volta un’innovazione di
processo aumenta la produttività del lavoro, ossia incrementa la quantità di
merci prodotte dalla medesima forza-lavoro in uno stesso intervallo di tempo.
2) Compressione del salario
al di sotto del suo valore. Secondo Marx questa è “una delle cause più
importanti che rallentano la tendenza alla caduta del saggio di profitto” (p.
132). Cosa significa questa compressione in concreto? Per intenderlo bisogna
partire da questo: per Marx “il valore della forza-lavoro è
il valore dei mezzi di sussistenza
necessari per la conservazione del possessore della forza-lavoro”.[25]
D’altra parte, però, questo valore è storicamente determinato: “il volume dei cosiddetti bisogni necessari, come pure il modo di
soddisfarli, è anch’esso un prodotto
della storia, dipende quindi in gran parte dal grado d’incivilimento di un
paese e, fra l’altro, anche ed essenzialmente dalle condizioni, quindi anche
dalle abitudini e dalle esigenze fra le quali e con le quali si è formata la
classe dei liberi lavoratori. Dunque la determinazione del valore della
forza-lavoro, al contrario che per le altre merci, contiene un elemento storico
e morale”.[26]
Sotto questo profilo, è indubbio che
oggi in un paese a capitalismo avanzato il valore della forza-lavoro (ossia
l’insieme dei mezzi di sussistenza ritenuti socialmente accettabili) è
superiore a quello dell’Ottocento. Ma è altrettanto indubbio che la riduzione dei salari
avvenuta negli ultimi anni, in parallelo ai processi di precarizzazione della
forza-lavoro, collochi i salari attuali in molti casi nettamente al di sotto del loro valore storico
medio dei 2-3 decenni precedenti. Ciò è ancora più evidente se si tiene conto
non soltanto del salario diretto (il netto in busta paga), ma anche della
riduzione che hanno conosciuto le varie componenti del salario indiretto (le
prestazioni sociali) e differito (le pensioni), attraverso l’aumento dei
servizi pubblici, la generalizzata diminuzione della protezione sociale, la
privatizzazione dei sistemi pensionistici, ecc.
Per avere un esempio
concreto di cosa significhi la compressione del salario al di sotto del suo
valore, si pensi ad un precario impiegato in un call center, che non può permettersi un affitto e deve vivere
presso i genitori. In questo caso il prezzo che il capitalista paga per
l’utilizzo della forza-lavoro è inferiore al prezzo delle sue condizioni di
riproduzione.
Un buon punto di
osservazione per misurare la compressione dei salari medi negli ultimi decenni
è rappresentato dalla crescita della disuguaglianza sociale. Facciamo parlare
le cifre, a cominciare da quelle che riguardano gli Stati Uniti. Tra il 1973 e
il 2002 i redditi del 90% più povero della popolazione statunitense sono scesi
del 9% in termini reali. Quelli dell’1% più ricco sono cresciuti del 101%, e
quelli dello 0,1% più ricco addirittura del 227%. Risultato: nel 2005 il
reddito dopo le tasse del quinto più povero della popolazione era di 15.300
dollari annui, quello del quinto mediano di 50.200 dollari, mentre quello
dell’1% più ricco era superiore al milione di dollari. Negli anni tra il 1993 e
il 2006 all’1% più ricco della popolazione americana è andata quasi la metà
della crescita del reddito complessiva (proporzione che cresce a tre quarti se
si considerano soltanto gli anni tra il 2002 e il 2006). Nel 2005, secondo dati
dell’US Census Bureau, l’indice della disuguaglianza tra i redditi ha raggiunto
il massimo storico. Nel 2006 la quota di reddito che andava al 10% più ricco
delle famiglie americane era il 49,6% del totale, la quota più elevata dal 1917
in poi. Nel 2007 l’1% più ricco della popolazione statunitense si appropriava
di circa il 16% del reddito nazionale (nel 1980 tale percentuale era “appena”
dell’8%).[27] La
stessa divaricazione tra i redditi si registra in Gran Bretagna, dove la
tendenza si è accentuata dopo l’andata al potere dei laburisti di Blair nel
1997: anche qui, secondo dati governativi pubblicati nel maggio 2009, la
forbice della disuguaglianza è la più alta di sempre.[28]
Ma la riduzione della quota
del prodotto interno lordo che va ai salari, e per contro la crescita della
quota destinata ai profitti, è una tendenza che investe tutti i paesi a capitalismo maturo, come ha evidenziato una ricerca
della Banca dei Regolamenti Internazionali del 2007: in Italia, ad esempio, dal
1983 al 2005 i lavoratori hanno perso 8 punti percentuali di reddito, andati in
maggiori profitti (che infatti sono saliti nel periodo dal 23% al 31% del
totale).[29] E la
stessa Commissione Europea nello studio Employment
in Europe 2007 ha dovuto ammettere: “nella maggior parte dei Paesi UE la
quota distributiva del lavoro ha raggiunto un picco nella seconda metà degli
anni ’70 e nei primi anni ’80, successivamente riducendosi a livelli inferiori
a quelli antecedenti il primo shock petrolifero”. Infine, secondo una ricerca
dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro, i salari medi mondiali nel 1995-2007 sono rimasti al
di sotto della crescita del PIL. Nella maggior parte dei Paesi la quota del
reddito andata ai salari è scesa ulteriormente nel 2001-2007 rispetto al
periodo 1995-2000. Nell’intero periodo considerato essa è diminuita rispetto ai
profitti.[30]
3) Ribasso del prezzo degli
elementi del capitale costante. Al riguardo Marx osserva: “la stessa evoluzione che
accresce la massa del capitale costante in rapporto a quello variabile, riduce
attraverso l’accresciuta forza produttiva del lavoro il valore degli elementi
del capitale costante, e quindi impedisce che il valore del capitale costante –
che pure cresce continuamente – cresca nella stessa proporzione in cui cresce il volume materiale del capitale
costante, cioè l’entità materiale dei mezzi di produzione che sono messi in
movimento dalla stessa forza lavoro”
(p. 132). Ne consegue che in realtà il mutamento della proporzione tra capitale
variabile e capitale costante è nei fatti molto inferiore a quanto si potrebbe
desumere dall’aumento dell’entità materiale
degli elementi (macchinari ecc.) che compongono quest’ultimo. 4) La sovrappopolazione relativa. Questo aspetto negli ultimi anni si è manifestato in particolare sotto forma di pressione di un gigantesco esercito industriale di riserva presente nei paesi emergenti: soprattutto in Asia, ma anche nell’Europa dell’est. Questo ha comportato una massiccia delocalizzazione di produzioni industriali verso i paesi di nuova industrializzazione. In generale, l’accentuata concorrenza di produzioni realizzate in paesi a minor costo della forza-lavoro (e, in misura molto minore, l’immigrazione di manodopera a basso costo) ha esercitato una fortissima influenza calmieratrice sui salari dei Paesi industrialmente più avanzati.[31] 5) Il commercio estero. Secondo Marx il commercio estero rappresenta un fattore di controtendenza rispetto alla caduta del saggio di profitto per diversi motivi. In primo luogo, grazie ad esso il volume della produzione si accresce consentendo un ampliamento di scala della produzione e quindi una riduzione dei suoi costi unitari: questo “rende più a buon mercato tanto gli elementi del capitale costante, quanto quelli che formano direttamente il capitale variabile (mezzi di sussistenza necessari)” (p. 133). In tal modo il commercio estero agisce in modo favorevole all’aumento del saggio di profitto, per un verso accrescendo il saggio del plusvalore (in quanto il valore della forza-lavoro cala, e quindi una maggior parte della giornata lavorativa può essere rappresentata da lavoro non pagato) e per un altro diminuendo il valore del capitale costante (la qual cosa rallenta l’aumento della composizione organica del capitale). È indubbio il ruolo che questo fattore ha giocato negli ultimi anni, in termini di bassa inflazione e di maggiori margini di compressione dei salari. In secondo luogo, la superiorità tecnologica delle merci prodotte in un determinato paese può consentire un sovrapprofitto nel fare concorrenza a merci prodotte altrove con tecnologia meno avanzata: “i capitali investiti nel commercio estero possono fruttare un saggio di profitto superiore” – osserva Marx a questo proposito – perché qui “si concorre con merci che sono prodotte da altri paesi con condizioni di produzione meno favorevoli e così il paese più progredito vende le sue merci al di sopra del loro valore, benché più a buon mercato dei paesi concorrenti” (p. 134). A questo riguardo va osservato che, per quanto riguarda i paesi a capitalismo avanzato, questo aspetto - che per un lungo periodo ha giocato un ruolo molto importante, dando origine a molte teorizzazioni sullo “scambio ineguale” come elemento permanente del dominio dei paesi del “centro” capitalistico rispetto a quelli della “periferia” - ha perso relativamente peso negli ultimi anni, grazie agli impressionanti progressi tecnologici compiuti da paesi quali India, Cina e altri stati del sud-est asiatico. In terzo luogo, “per quanto d’altro lato riguarda i capitali investiti in colonie”, Marx osserva che “essi possono fruttare saggi di profitto più elevati, perché in quei paesi il saggio di profitto è in generale più elevato a causa del minore sviluppo e in secondo luogo (…) vi è un maggiore sfruttamento del lavoro” (p. 135). È facile vedere come questo aspetto si applichi perfettamente a molti odierni investimenti diretti esteri effettuati in paesi emergenti. Tutto questo vale per il breve periodo. Gli effetti di medio-lungo periodo del commercio estero, invece, non sono così favorevoli al saggio di profitto. Infatti, come Marx rileva con chiaro riferimento all’Inghilterra dei suoi tempi, “lo stesso commercio estero sviluppa il modo di produzione capitalistico e quindi la diminuzione in patria del capitale variabile rispetto a quello costante e produce d’altro lato sovrapproduzione in rapporto all’estero, perciò ha di nuovo alla lunga l’effetto opposto” (ibidem). Qui va però sottolineata una peculiarità della situazione attuale. Negli ultimi decenni l’ampliamento del commercio è certamente stato considerevole innanzitutto in termini di estensione spaziale (si pensi cosa ha significato l’apertura di mercati prima chiusi quali quelli dell’est europeo). Esso deve tuttavia essere considerato anche nel senso più generale di un ampliamento della sfera del commercio, ossia di ciò che è commerciabile e viene messo a profitto. Tra le concrete contromisure alla caduta del saggio di profitto vi è stata infatti la messa a profitto dei beni comuni, ossia di valori d’uso in precedenza gratuiti che si è cercato e si cerca di trasformare in valori di scambio (si pensi alle risorse idriche), e l’ampliamento di ciò che è coperto da brevetto (a questo riguardo si spazia ormai dal genoma, a determinati tipi di piante, alla proprietà intellettuale). Da questo punto di vista, negli ultimi decenni si è manifestata con prepotenza la tendenza alla colonizzazione di ogni ambito dell’esistenza da parte del capitale. 6) Aumento del capitale produttivo di interesse. Questo fattore, al quale Marx accenna al termine della propria trattazione dei fattori di controtendenza, consiste nella destinazione di una parte crescente del capitale a capitale produttivo d’interesse, ossia all’investimento in obbligazioni o azioni (più in generale, in attività creditizie e finanziarie). L’importanza assunta da questo fattore negli ultimi decenni è stata notevolissima, e probabilmente assai superiore a quanto Marx stesso avrebbe ritenuto possibile. Capire quale sia la dinamica sottesa a questo sviluppo è essenziale anche per comprendere i motivi scatenanti della crisi in corso.
6. La bubble èpoque
In
una ricerca pubblicata dalla società di consulenza McKinsey si legge: “nel
1980, il valore complessivo degli assets finanziari a livello mondiale era
grosso modo equivalente al PIL mondiale; a fine 2007, il grado di intensità
finanziaria a livello mondiale (world
financial depth), ossia la proporzione di questi assets rispetto al PIL,
era del 356%”.[32]
Se si considerano i soli Stati Uniti, la percentuale del debito totale a fine
2007 è ancora superiore: 373%.[33] Questi dati, già di per
sé, sono sufficienti a dare l’idea delle proporzioni assunte negli ultimi
decenni dal credito e dalla finanza.
Si
tratta di un processo che ha radici lontane, che affondano nella fine degli
anni Sessanta, quando cessa il grande periodo di crescita economica
postbellica. Già in un testo del 1977 Harry Magdoff e Paul Sweezy scrivevano
che con la fine di quel periodo di prosperità “l’economia degli Stati Uniti si
è sempre più andata abituando ad un uso continuato del debito. I cicli
caratteristici del credito continuano ad alternarsi, ma con una differenza
significativa: i livelli del ricorso al credito continuano a crescere da una
recessione all’altra e da un massimo di ciclo economico all’altro. In misura
sempre maggiore il livello generale di attività economica… viene sostenuto da
sempre maggiori iniezioni di credito da parte del governo e da parte di enti
privati”.[34]
Rileggere questa pagina oggi fa decisamente impressione, soprattutto se si
tiene presente che il fatto che negli ultimi decenni “i livelli del debito
complessivo siano cresciuti attraverso i cicli economici” è considerato tra gli
aspetti più preoccupanti della situazione.[35]
In
parallelo al rallentamento della crescita e all’aumento della leva creditizia,
cresce l’instabilità finanziaria. Dalla fine della seconda guerra mondiale al
1968 gli Stati Uniti non avevano conosciuto alcuna crisi finanziaria. Più in
generale, nel periodo 1945-1971 nel mondo non vi erano state crisi bancarie.[36] Da allora le crisi
finanziarie, negli Stati Uniti e nel mondo, si fanno ricorrenti: tra il 1975 e
il 1997 il Fondo Monetario ne conterà più di 200.[37]
Ma
cosa succede nel 1971 di così importante? Gli Stati Uniti denunciano gli
accordi di Bretton Woods, ponendo fine
alla convertibilità del dollaro in oro e decretando così la fine del gold-exchange standard. Ma non per
andare nella direzione che all’epoca auspicava il presidente francese De
Gaulle, quella di un ritorno al gold
standard, cioè un sistema monetario internazionale ancorato direttamente
all’oro. Per andare nella direzione opposta, quella del dollar standard: facendo cioè del dollaro una moneta assolutamente fiduciaria. Una moneta il cui valore è
ormai esplicitamente privato di ogni riferimento alle riserve in oro detenute
dalla Federal Reserve, ma che resta, ciò nondimeno, il perno del sistema
monetario internazionale. Il mondo comincia ad essere inondato di dollari:
erano 30 miliardi nel 1958, supereranno gli 11.000 miliardi nel 2004.[38]
Il
ruolo del dollaro si consolida a seguito della crisi petrolifera del 1973, in
quanto il petrolio, il cui prezzo si impenna, è scambiato in dollari. Da questo
momento il dollaro diventa “moneta mondiale” – il ruolo che Marx attribuiva
all’oro – e quindi assume anche il ruolo di moneta-rifugio in tutte le tempeste
finanziarie che periodicamente scuotono altri paesi, ed in particolare i paesi
del Terzo Mondo. Nel corso degli anni Ottanta. Si tratta di crisi alle quali
non è estranea la stretta monetaria attuata nel 1979 da Paul Volcker negli
Stati Uniti, che provoca un’impennata dei tassi d’interesse in tutto il mondo,
gettando sul lastrico molti Stati (del Terzo Mondo e del cosiddetto “blocco
socialista”) che negli anni precedenti avevano contratto forti debiti. A
seguito di ogni crisi gli Stati Uniti attraggono nuovi capitali e vedono
rafforzato il ruolo di Wall Street come centro finanziario mondiale. Lo stesso
avverrà negli anni Novanta.
Si
cominciano a liberalizzare i movimenti internazionali di capitale e, a partire
dagli anni Ottanta, negli Stati Uniti si comincia a smantellare il sistema
normativo che era stato costruito dopo la crisi del 1929 e che poneva notevoli vincoli
e limitazioni all’attività bancaria (lo stesso avverrà in Europa negli anni
Novanta). Ad esempio, viene ampliato il tipo di asset finanziari che possono
essere acquisiti dalle casse di risparmio americane (le saving & loans associations): il risultato, alla fine di quello
stesso decennio, è il fallimento di 745 casse di risparmio. Soltanto massicci
salvataggi pubblici (per una spesa di 125 miliardi di dollari a carico dello
Stato) riescono ad impedire che la crisi divenga sistemica.[39]
In compenso esplode il debito pubblico.
All’inizio
degli anni Novanta scoppia la bolla finanziaria del Giappone, che entra in una
stagnazione destinata a durare oltre un decennio, e nel 1997 vanno in crisi
anche i Paesi del sud-est asiatico; nel 1998 ad essere colpita è la Russia.
Anche in questi casi, enormi capitali si rifugiano a Wall Street, alimentando
la bolla speculativa della new economy
(1999-2000). Già in questi anni non mancano analisti finanziari che lanciano
segnali d’allarme riguardo ad “un ciclo mondiale del credito le cui origini
posso essere rintracciate nei primi anni Ottanta e che è ormai prossimo alla
maturità” (ossia all’esplosione); si menzionano esplicitamente la “eccessiva
creazione di credito” a cui fanno riscontro “decisioni di investimento sbagliate”;
si sostiene, in particolare, che “la spiegazione principale della rapida
crescita del Pil e della produttività negli anni recenti, in particolare negli
Stati Uniti, consiste nel parossistico ciclo del credito”.[40]
È quanto retrospettivamente ammette oggi Jürgen Stark, uno dei membri del
consiglio di amministrazione della BCE: “negli ultimi dieci anni, la crescita
nella parte più sviluppata del mondo è stata alimentata da sovraconsumo [!],
alto indebitamento e dal costo eccessivamente contenuto del rischio”.[41] Ma non avviene alcuna inversione di tendenza. Anche l’esplosione della bolla della new economy viene riassorbita in modo relativamente rapido, e la stessa recessione americana iniziata nel marzo del 2001 risulta di breve durata, soprattutto grazie alle enormi iniezioni di liquidità effettuate nel sistema dopo l’11 settembre e al ribasso dei tassi di interesse, portati ai minimi da 40 anni (di fatto negativi, cioè inferiori al tasso d’inflazione).[42] Questa politica è resa possibile da due presupposti: in primo luogo da bassi livelli di inflazione, dovuti sia al contenimento dei prezzi delle merci importate dai Paesi emergenti, sia (soprattutto) alla compressione dei salari; in secondo luogo dallo status di valuta internazionale di riserva del dollaro, dal suo continuare ad essere “moneta mondiale” a dispetto di una bilancia commerciale in passivo dal 1976. Qualsiasi altro Paese che avesse così a lungo consumato più di quanto produceva (è questo il significato del passivo della bilancia commerciale), avrebbe pagato una politica monetaria così espansiva con una crisi del debito simile a quelle patite negli anni da molti Paesi emergenti. I bassi tassi di interesse alimentano il credito e più in particolare la bolla del mercato immobiliare: sia i prezzi delle case che l’ammontare dei mutui contratti dalle famiglie americane raddoppiano dal 2000 al 2005.[43] Nel 2006 i prezzi delle case cominciano a scendere. Si manifesta un evidente eccesso di offerta, cioè una crisi da sovrapproduzione, nel settore delle costruzioni. Cominciano le insolvenze di chi aveva contratto mutui. Dalla prima metà del 2007 i titoli legati ai mutui subprime cominciano ad essere colpiti dalle vendite. Scoppia la crisi. All’inizio ben pochi economisti e commentatori intendono che la crisi dei subprime è legata ad un eccesso di credito molto più generale.[44] I più assumono dapprima un atteggiamento minimizzante, poi si perdono nella ricerca delle “cause” della crisi, adducendo - come abbiamo visto sopra – le più svariate. Quasi tutti sono colti di sorpresa dall’imponenza della crisi.[45]
7. La finanza
come sintomo e come droga: le tre funzioni della finanziarizzazione In base alla ricostruzione che si è proposta, l’ampiezza della crisi attuale non è affatto sorprendente. Essa rappresenta infatti il precipitato di oltre un trentennio di crescita asfittica, di stentata valorizzazione del capitale, a cui si è risposto con la finanziarizzazione su larga scala. La finanza non è la malattia, ma il sintomo della malattia e al tempo stesso la droga che ha permesso di non avvertirla – e che quindi l’ha cronicizzata. Questa esplosione della finanza e del credito ha avuto una triplice funzione: 1) mitigare le conseguenze della riduzione dei redditi dei lavoratori; 2) allontanare nel tempo lo scoppio della crisi da sovrapproduzione nell’industria; 3) fornire al capitale in crisi di valorizzazione nel settore industriale alternative d’investimento ad elevata redditività. Vediamo più da vicino questi tre aspetti. 1) Credito alle famiglie. “La caratteristica più notevole dell’era della disuguaglianza e del libero mercato che è iniziata negli anni Ottanta è rappresentata dal fatto che si siano avute così poche reazioni alla stagnazione dei guadagni della gente comune in una così larga parte dell’economia del mondo sviluppato”.[46] Così il «Financial Times» commentava i dati che abbiamo citato più sopra sul calo dei redditi da lavoro negli ultimi decenni. Ma subito spiegava l’arcano: il motivo dell’assenza di reazioni va ricercato nel fatto che il tenore di vita delle persone con redditi medio-bassi ha cominciato ad essere almeno in parte sganciato dall’andamento del reddito da lavoro. La politica monetaria espansiva e di bassi tassi di interesse della Federal Reserve ha alimentato il credito al consumo e la bolla immobiliare, consentendo a famiglie a basso reddito contrarre debiti relativamente a buon mercato. La fertile fantasia dei grandi istituti di credito americani, per parte sua, ha escogitato prodotti rivolti anche a chi non aveva né reddito né lavoro né poteva offrire garanzie patrimoniali, come i cosiddetti “mutui Ninja” (no income, no job, no asset). Questi ed altri mutui ad alto rischio costituiscono gli ormai famosi mutui subprime. La crescita dei valori immobiliari ha in effetti creato per diversi anni un senso di ricchezza crescente (qualcosa di simile, ma su scala minore, era successo alla fine degli anni Novanta con la bolla borsistica della new economy), e ha reso possibile rinegoziare i mutui e anche accendere ipoteche di secondo grado sulla casa a garanzia di prestiti finalizzati al consumo. È il fenomeno che è stato definito come home equity extraction. Il risultato era la quadratura del cerchio, il sogno di ogni capitalista: un lavoratore che vede diminuire il proprio salario e però consuma come e più di prima. E va detto che ad essere soddisfatti erano in molti, a cominciare da Paesi esportatori come la Germania, la Cina, il Giappone, la stessa Italia. Una costruzione perfetta, salvo due piccoli particolari: da un lato, una crescita fortissima dell'indebitamento delle famiglie americane, che nel 2007 ha raggiunto il 100% del Pil (dal 61,4% di 10 anni prima);[47] dall’altro, il fatto che tutto questo castello di carte poteva stare in piedi soltanto se il valore degli immobili continuava a crescere. Ma la cosa ovviamente non poteva andare avanti all’infinito. E infatti – come sappiamo – il mercato immobiliare statunitense alla fine è crollato. 2) Credito alle imprese. Ma il credito non dava respiro soltanto alle famiglie americane. Lo dava anche, e in misura non minore, alle imprese di tutto il mondo. L’intervento svolto da Sergio Marchionne all’incontro della Fiat con il governo e i sindacati del 18 giugno 2009 è molto utile per intendere questo aspetto: “il primo grande problema” del settore è “quello della sovraccapacità produttiva (…). La capacità produttiva, a livello mondiale, è di oltre 90 milioni di vetture l’anno, almeno 30 milioni in più rispetto a quanto il mercato sia in grado di assorbire in condizioni normali”.[48] Ovviamente, questo enorme eccesso di capacità produttiva non si è prodotto tutto insieme dopo qualche mese di crisi. E infatti la sovrapproduzione nel settore è aumentata; ma era ragguardevole già nei primi anni di questo decennio, quando ammontava alla cifra già esorbitante di 20 milioni di automobili all’anno. Come hanno fatto le case automobilistiche a tirare avanti in questi anni in presenza di una sovrapproduzione di questa entità? In quattro modi. Innanzitutto spingendo sul credito al consumo per l’acquisto di autovetture (con finanziamenti a tasso zero per l’acquisto di automobili e simili): lo stesso Marchionne ha affermato che “le autovetture finanziate in Europa sono tre su quattro”.[49] Poi riscadenzando i propri debiti, grazie alla possibilità di usufruire di prestiti a condizioni di tasso eccezionalmente favorevoli, in assenza delle quali non avrebbero potuto sostenere il peso dell’indebitamento. In terzo luogo emettendo azioni a costi decrescenti, grazie all’afflusso crescente di denaro sui mercati finanziari proveniente dai fondi pensione e dai fondi istituzionali: in tal modo “la stessa capital asset inflation tipica del capitalismo dei fondi è stata per lungo tempo un elemento stabilizzante della posizione debitoria delle imprese non finanziarie”.[50] Infine, facendo profitti non più con le attività tradizionali, ma da operazioni finanziarie. È questa la strada maestra per la redditività imboccata negli scorsi anni da moltissime imprese manifatturiere. 3) La speculazione come mezzo per la valorizzazione del capitale. La possibilità di effettuare attività speculative per ottenere livelli di profitto altrimenti impossibili: questo è stato la terza grande funzione del credito e della finanza in questi anni. Intendiamoci, nulla di nuovo sotto il sole, se non forse nelle dimensioni del fenomeno: già per Marx “tutte le nazioni a produzione capitalistica vengono colte periodicamente da una vertigine nella quale vogliono far denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Si tratta di un fenomeno descritto, poco prima della crisi del 1929, anche dal marxista Henryk Grossmann, il quale considerava la speculazione di borsa come una sorta di esportazione di capitali verso l’interno, del tutto parallela all’“esportazione dei capitali all’estero”, e con al fondo lo stesso motivo: la crisi di valorizzazione del capitale nei settori originari di attività.[51] Negli ultimi anni una gran parte delle stesse aziende manifatturiere ha ottenuto profitti tramite operazioni finanziarie. Alcune grandi multinazionali, come la General Electric, hanno messo in piedi un ramo di azienda separato per questo tipo di attività. Negli anni precedenti la crisi, da questo ramo di attività, GE Capital, la General Electric ha tratto più del 50% dei suoi profitti. In effetti, se si esamina l'andamento dei profitti negli Stati Uniti si osserva che a partire dalla fine degli anni Novanta quelli da attività finanziarie cominciano a crescere vertiginosamente, perdendo ogni rapporto tanto con l’andamento del Pil quanto con i profitti provenienti da altre attività: Particolarmente eclatante il caso degli Stati Uniti, in cui nei primi anni Ottanta il settore finanziario vantava il 10% dei profitti totali, proporzione salita al 40% nel 2007.[52]
8. Credito e
crisi in Marx – e oggi
Se ora ritorniamo alla
concezione marxiana del credito, possiamo osservare che in essa è presente una
determinazione di grande importanza in relazione a quanto abbiamo visto: per
Marx il credito è uno dei principali strumenti attraverso cui il capitale tenta
di superare i propri limiti.
Infatti, grazie al credito i
“limiti del consumo vengono allargati dalla intensificazione del processo di
riproduzione, che da un lato accresce il consumo di reddito da parte degli
operai e dei capitalisti, d'altro lato si identifica con l'intensificazione del
consumo produttivo” (p. 98). Inoltre il credito “spinge la produzione
capitalistica al di là dei suoi limiti” anche nel senso di porre a disposizione
della produzione “tutto il capitale disponibile e anche potenziale della
società, nella misura in cui esso non è stato già attivamente investito”: ossia
non soltanto il capitale del capitalista, ma anche quello – altrimenti
inutilizzato – di terzi.[53]
È precisamente per questi
motivi, osserva Marx, che il credito appare come la causa della
sovrapproduzione: “se il credito appare come la leva principale della
sovrapproduzione e degli eccessi e della sovraspeculazione nel commercio, ciò
accade soltanto perché il processo di riproduzione, che per sua natura è
elastico, viene qui forzato sino al suo estremo limite, e vi viene forzato
proprio perché una gran parte del capitale sociale viene impiegata da coloro
che non ne sono proprietari, che quindi rischiano
in misura ben diversa dal proprietario il quale, sinché agisce in prima
persona, considera con preoccupazione i limiti del proprio capitale privato”
(p. 97). A questo riguardo è interessante notare come un aspetto contro cui
puntano il dito alcuni critici odierni della finanza, ossia il fatto che essa
utilizza il denaro di altri, per Marx non è una patologia ma una caratteristica
di fondo del sistema creditizio.[54]
Però, proprio per il fatto
di accelerare “lo sviluppo delle forze produttive e la creazione del mercato
mondiale”, il sistema creditizio al tempo stesso “accelera le crisi, le
violente eruzioni di questa contraddizione e quindi gli elementi della
dissoluzione del vecchio modo di produzione” (ibidem). Grazie al credito si può ben spingere la produzione oltre
i limiti del consumo (ossia dell’effettiva domanda pagante), ma alla fine il
processo si inceppa e la crisi si incarica di dimostrarci che quel limite è
invalicabile. Le merci restano invendute, cominciano i ritardi nei pagamenti,
la circolazione si arresta in più punti, e tutto il meccanismo entra in stallo.
Ecco come Marx descrive la
situazione: “Fino a che il processo di riproduzione fluisce normalmente (…)
questo credito si mantiene e si amplia, e questo ampliamento è fondato
sull'ampliamento del processo stesso della riproduzione. Non appena subentra un
ristagno provocato da ritardo dei rientri, da saturazione dei mercati, da
caduta dei prezzi, la sovrabbondanza di capitale industriale persiste sempre,
ma in una forma che non gli permette di adempiere alla sua funzione. Massa di
capitale-merce, ma invendibile. Massa di capitale fisso, ma in gran parte
inattivo a causa del ristagno della riproduzione” (p. 98).
A questo punto il credito si
contrae: la restrizione del credito e la richiesta di pagamenti in contanti
contribuiscono a conferire alla crisi la sua apparenza di crisi creditizia e
monetaria. “Il fatto che, laddove l’intero processo poggia sul credito, non
appena il credito venga improvvisamente a mancare e ogni pagamento possa essere
effettuato solo in contanti debba subentrare una crisi creditizia e la mancanza
di mezzi di pagamento – è ovvio, come lo è il fatto che la crisi nel suo
complesso debba quindi presentarsi prima
facie come crisi creditizia e monetaria”. La realtà è un’altra: emergono
“transazioni truffaldine, che ora sono scoppiate e vengono alla luce del sole;
esse rappresentano speculazioni andate male e fatte con il denaro altrui”; ed
emerge soprattutto il fatto che le merci restano invendute e perdono il loro
valore (Marx parla a questo proposito di “capitali merci che si sono
svalorizzati”), che i profitti attesi “non possono più essere realizzati” (pp.
75-76).
Dietro la crisi “creditizia
e monetaria” (oggi si direbbe finanziaria) –, oltre al fallimento di
speculazioni nate nel momento di massima espansione del credito, c’è insomma
una crisi di sovrapproduzione e di realizzazione del capitale. Questo è vero in
generale, ed è vero anche per quanto riguarda la crisi scoppiata nel 2007. Lo
dimostra una ricerca pubblicata dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo
Sviluppo Economico nel maggio del 2009, che evidenzia come la produttività del
lavoro fosse in rallentamento già molto
prima dello scoppio della crisi finanziaria.[55]
Nel settore delle costruzioni Usa il calo inizia tra i due e i quattro anni
prima della crisi; sino a quando, nel 2007, la produttività del lavoro in tale
settore segna un –12%. Alla base c’è
quindi, afferma la stessa ricerca OCSE, “un problema di eccesso di offerta”.
Per un certo periodo è sembrato che “una forte spinta alla domanda attraverso un’estensione delle facilitazioni
creditizie avrebbe potuto compensare i problemi dal lato dell’offerta. Ma alla fine si è dovuto pagare pegno
all’economia reale”. Anche in Europa e in Giappone tra il 2006 e il 2007 vi
è un stato chiaro rallentamento della produttività. La conclusione della
ricerca, sia pur espressa in termini diplomatici, è piuttosto chiara: “rispetto
all’assunto che il deterioramento dell’economia reale sia stato semplicemente
causato dalla crisi finanziaria, i dati danno sostegno ad una relazione più
complessa”.[56] Che “la
caduta degli investimenti delle imprese sia almeno in larga misura dovuta a un
eccesso di capacità produttiva” è oggi
sostenuto anche da Paul Krugman.[57]
Più in generale, Patrick Artus, evidenziati i tassi d’investimento molto
elevati riscontrabile nei paesi emergenti e la contestuale presenza di tassi di
investimento costanti nei paesi OCSE, conclude che “il mondo si è trovato in
una situazione di eccesso di offerta di beni e servizi a partire dalla fine
degli anni Novanta”.[58]
Insomma: la crisi, una
classica crisi da sovrapproduzione, è precedente lo scoppio della bolla
creditizia. La bolla creditizia l’ha prima mascherata e poi, esplodendo, ha
creato l’illusione di esserne la causa.
A questo punto, proprio per
il fatto che l’eccesso del credito nel settore immobiliare statunitense era
solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più generale, si è prodotta una
drammatica accelerazione della crisi, a cui hanno contribuito le massicce
svalutazioni di titoli finanziari dovute a vendite a qualsiasi prezzo pur di
onorare i propri debiti (infatti molti investimenti in titoli erano stati
effettuati per mezzo di debito, che si contava di ripagare – come era avvenuto
in precedenza – grazie alla crescita di prezzo di quegli stessi titoli). Si è
innescato quel meccanismo di avvitamento - che può condurre ad una vera e
propria spirale deflattiva - descritto con precisione nel secolo scorso da
Hyman Minsky e prima di lui, in relazione alla crisi del 1929, da Irving
Fisher.[59]
Nella crisi, puntualmente,
si è interrotto il ciclo di trasformazione della merce in denaro e si è
prodotta quella caratteristica “carestia di denaro” che trasforma il denaro
stesso, da semplice mezzo di circolazione del capitale, in “merce assoluta”, in
“forma autonoma del valore” superiore e contrapposta alle singole merci: “in
periodi di depressione, quando il credito si restringe oppure cessa del tutto,
il denaro improvvisamente si contrappone in assoluto a tutte le merci quale
unico mezzo di pagamento e autentica forma di esistenza del valore” (p. 103).
Anche in questa crisi, in parallelo all’assottigliarsi dei flussi finanziari e
al diminuire del processo di conversione delle merci in denaro, è aumentata la
richiesta di mezzi di pagamento, quali le banconote, e si sono verificati
rilevanti fenomeni di tesaurizzazione.[60]
Di più: dopo il fallimento di Lehman Brothers, nel settembre 2008, la
circolazione del capitale è sembrata interrompersi e gli stessi prestiti
interbancari si sono per qualche tempo letteralmente paralizzati su scala
mondiale.
9. Crisi e distruzione di capitale
La crisi iniziata nel 2007
ha assunto col passare dei mesi le caratteristiche di una vera e propria crisi
generale. Attraverso di essa si è verificata una enorme distruzione di capitale
su scala mondiale.
La distruzione di capitale
che si verifica nelle crisi non è per Marx un accidente, ma una condizione
necessaria al fine di ripristinare condizioni più elevate di redditività del
capitale investito. Questa distruzione è di due tipi.
Da una parte abbiamo la distruzione di “capitale reale”, che
Marx descrive così: “in quanto il processo di riproduzione si arresta, il
processo lavorativo viene limitato o talvolta interamente arrestato, viene
distrutto capitale reale. Il
macchinario che non viene usato, non è capitale. Il lavoro che non viene
sfruttato equivale a produzione perduta. Materia prima che giace inutilizzata
non è capitale. Costruzioni che restano inutilizzate (altrettanto quanto nuovo
macchinario costruito) o restano incompiute, merci che marciscono nel
magazzino, tutto ciò è distruzione di capitale”. In tutti questi casi “le
condizioni di produzione esistenti…
non vengono messe in funzione”, e quindi si perde tanto il loro valore d'uso
quanto il loro valore di scambio (p. 104). Questo aspetto della crisi “si
risolve in una diminuzione reale della produzione, del lavoro vivo – allo scopo
di ristabilire la giusta proporzione tra lavoro necessario e pluslavoro, su cui
in ultima istanza tutto si fonda”.[61]
Tale proporzione può essere ristabilita in quanto la crisi comporta
licenziamenti di massa e la creazione di un esercito industriale di riserva: da
questo discende una diminuzione del potere contrattuale dei lavoratori, e
pertanto un aumento della quota del lavoro non pagato e del saggio del
plusvalore.
Un secondo
aspetto della distruzione di capitale è rappresentato dalla “caduta rovinosa dei prezzi delle merci”.
In questo caso “non viene distrutto nessun valore d'uso. Ciò che perde l'uno,
guadagna l'altro. Alle masse di valore operanti come capitali viene impedito di
rinnovarsi come capitale nella stessa
mano. I vecchi capitalisti fanno bancarotta”, in quanto non solo non riescono a
valorizzare il capitale anticipato per produrre quelle merci, ma le devono
vendere al di sotto del loro valore. Allo stesso modo, nelle crisi “una gran
parte del capitale nominale della società, cioè del valore di scambio del capitale esistente, è distrutta una volta per
tutte, benché proprio questa distruzione, poiché essa non tocca il valore
d'uso, possa favorire molto la nuova riproduzione” (ibidem). Marx insiste in particolare sul fatto che “la caduta di
capitale semplicemente fittizio, titoli di Stato, azioni ecc.”, in se stesso
comporta “un semplice trasferimento della ricchezza da una mano a un'altra”, ma
non una distruzione reale di
capitale, a meno che esso non porti “alla bancarotta dello Stato e della
società per azioni”, rallentando in tal modo la riproduzione (p. 105).
Entrambi i tipi
di distruzione di capitale considerati da Marx sono oggi ben visibili. Nei soli
Stati Uniti il valore dei patrimoni (finanziari e immobiliari) detenuti dalle
famiglie è diminuito di 11.300 miliardi di dollari (il 14,7%) tra la fine del
2007 e la fine del 2008. Quanto alla distruzione di capitale reale, essa si sta manifestando in un
calo del Pil a livello mondiale che nel 2009 è stato del 2,9% (il primo dalla
fine della seconda guerra mondiale), in un crollo del commercio internazionale
del 12,5%, in un tasso di utilizzo degli impianti inferiore al 70% in molti
paesi, in un’enorme crescita delle bancarotte (+35% su scala mondiale) e in una
crescita della disoccupazione nel mondo di 60 milioni di unità.[62] La vera domanda da porsi a questo riguardo è: questa distruzione di capitale sarà sufficiente a ripristinare condizioni più elevate di redditività del capitale investito e quindi a far ripartire l’accumulazione del capitale? Non è facile rispondere. Ma è lecito ritenere che oggi si rischi uno scenario depressivo assai peggiore delle recessioni dei primi anni Settanta, quando la distruzione di capitale necessaria per far ripartire i profitti fu evitata anche in quanto politicamente insostenibile (per la presenza di una concorrenza tra sistemi, che vedeva un blocco socialista ancora agguerrito), con la conseguenza di decenni di crescita stentata.[63]
10. La
socializzazione delle perdite: dal debito privato al debito pubblico
Alla luce di questo, ci sono
pochi dubbi sul fatto che l’ironia indirizzata da Marx verso chi asseriva che
“il peggio della crisi è passato” (p. 64) sarebbe ben spesa anche in relazione
a molte odierne dichiarazioni di politici, economisti e uomini d’affari. Certo
è che dichiarazioni del genere si sono sprecate – e si sono manifestamente
rivelate false – quasi ad ogni passaggio cruciale della crisi in corso: dopo il
salvataggio di Northern Rock (ancora nel 2007), dopo il salvataggio di Bear
Stearns (marzo 2008), dopo il primo piano Paulson (nell’autunno 2008), in
corrispondenza con la ripresa dei mercati azionari iniziata nel marzo 2009, e
così via.
Non a caso, accanto a queste
rassicurazioni (o scongiuri?) che mirano a riportare la “fiducia” sui mercati –
come se per far ripartire l’economia bastasse questo – è gradualmente emersa,
in modo sempre più concreto e impellente, la necessità di un intervento
pubblico per mettere a posto le cose, ripristinare livelli patrimoniali minimi
nelle banche, evitare fallimenti troppo clamorosi. Questi interventi di
salvataggio delle banche con denaro pubblico sono stati definiti “socialismo
per i ricchi”.[64] Marx
non ne aveva parlato in modo molto diverso. Ecco quanto scriveva a proposito
della crisi di Amburgo del 1857: “Per tenere su i prezzi… lo Stato deve pagare
i prezzi in vigore prima dello scoppio del panico commerciale e scontare delle
cambiali che non sono più altro che il controvalore delle bancarotte altrui. In
altre parole, il patrimonio dell’intera società, che il governo rappresenta,
dovrebbe ripianare le perdite subite dai capitalisti privati. Questo genere di
comunismo, in cui la reciprocità è assolutamente unilaterale, esercita una
certa attrattiva sui capitalisti europei” (p. 72).
Che dire? Sono passati oltre 150 anni, ma il fascino
che misure di questo genere esercitano sui capitalisti è vivo come allora. E
che giudizio dare degli alfieri della deregolamentazione nell’ambito dei
diritti sindacali e del lavoro, i quali – «Economist» in testa – ora invocano
l’aiuto pubblico alle grandi banche e imprese in crisi per “salvare il
sistema”?[65] Anche
qui, niente di particolarmente nuovo, almeno stando a questa lettera scritta da
Marx ad Engels l’8 dicembre 1857: “È proprio bello che i capitalisti, che
gridano tanto contro il «diritto al lavoro», ora pretendano dappertutto
«pubblico appoggio» dai governi, e ad Amburgo, a Berlino, a Stoccolma, e
Copenaghen e nella stessa Inghilterra (nella forma di sospensione della legge)
facciano insomma valere il «diritto al profitto» a spese della comunità” (p.
76). Insomma: la tendenza ad invocare la socializzazione delle perdite e uno
statalismo a geometria variabile – rifiutato con sdegno quando pretende di
porre vincoli legislativi al mercato del lavoro, fortemente voluto quando
impegna il denaro pubblico per salvare imprese private – sembra vecchia come il
capitalismo e destinata a morire con esso.
Comunque sia, sta di fatto
che la gigantesca trasformazione di
debito privato in debito pubblico, se non è riuscita né a ridurre l’entità
complessiva del debito né a rianimare l’economia, può porre le premesse di un
ulteriore crisi del debito: quella, appunto, del debito pubblico, o – come si
dice in gergo – sovrano; con uno Stato costretto a impegnare risorse che non ha
e oltretutto privato dalla stessa crisi delle entrate fiscali necessarie anche
solo a sostenere la normale amministrazione. A questo punto il risultato che si
avrebbe – un risultato solo apparentemente paradossale – sarebbe una
pesantissima crisi fiscale dello Stato, un’ulteriore drastica riduzione del suo ruolo nell’economia e
il campo libero lasciato alle grandi multinazionali private. Non si tratta di
fantascienza, se solo pensiamo che il debito pubblico delle economie più
avanzate del G20 è destinato a crescere del 20% nel 2009 (e le entrate fiscali
a ridursi del 5,5%). E va aggiunto che le proiezioni di questi dati al 2014
parlano di un rapporto tra debito e Pil cresciuto del 36% rispetto alla
situazione del 2007, con un debito medio al 114% del Pil. Rapporto che potrebbe
salire al 150% del Pil nel caso – tutt’altro che da escludere – di un
rallentamento economico molto prolungato.[66]
Non è un caso se oggi si va
diffondendo la convinzione che proprio il debito pubblico possa rappresentare
l’innesco di una nuova crisi sistemica.
11. Conclusione:
il ritorno del rimosso
Una cosa è certa: allo stato
attuale, qualunque riduzione del ricorso al debito è destinata a risultare
particolarmente dolorosa. Infatti verrebbe così meno il pilastro che ha
sostenuto i profitti negli ultimi decenni (e che ne ha reso socialmente più
tollerabile il loro declinare). E quindi in tal caso – come è stato scritto –
“la prognosi è di un’economia che, anche dopo lo stabilizzarsi della immediata
crisi da svalutazione degli assets, sarà nel migliore dei casi caratterizzata
per molto tempo da una crescita minima, nonché da alta disoccupazione,
sottoccupazione ed eccesso di capacità produttiva”.[67]
In ogni caso, una imponente distruzione di capitale (con il carico di
sofferenze umane che essa inevitabilmente reca con sé) appare inevitabile e
necessaria per far riprendere il business
e per far ripartire la macchina dei profitti. Insomma – per dirla con Marx –
per far “ricominciare tutto il giro” (p. 161).
Più in generale, la gravità
della crisi attuale appare strettamente legata ad alcune particolarità della
situazione. Vediamole:
1)
la riduzione dei tassi a dei minimi secolari (0-0,25% negli Stati
Uniti, 0,25% in Giappone, 0,5% nel Regno Unito, 1% nella zona Euro) non
consente ulteriori margini di manovra alle politiche monetarie;[68]
2)
siamo alla fine di un ciclo quarantennale di crescita del debito;
3)
il problema del debito è ormai generalizzato tra gli Stati più
industrializzati;
4)
siamo – probabilmente – alla fine della centralità del dollaro quale
valuta internazionale di riserva;
5)
emergono anche limiti in qualche modo oggettivi all’ampliamento del
mercato (ad es. per quanto riguarda la distruzione dell’ambiente).
Tutto questo ripropone
interrogativi di fondo circa la sensatezza e sostenibilità sociale di un
sistema che trasforma la crescita della produttività in una maledizione e che
ha bisogno di crisi ricorrenti e di distruzione di capitale su larga scala per
andare avanti. È questo un ultimo, cruciale tema sollevato da Marx nella sua analisi
delle crisi. Per Marx “nelle contraddizioni, crisi e convulsioni acute si
manifesta la crescente inadeguatezza dello sviluppo produttivo della società
rispetto ai rapporti di produzione che ha avuto finora. La distruzione violenta
di capitale, non in seguito a
circostanze esterne a esso, ma come condizione della sua autoconservazione, è
la forma più evidente in cui gli si rende noto che ha fatto il proprio tempo e
che deve far posto a un livello superiore di produzione sociale” (p. 105).
Ora, non vi è dubbio che la
possibilità del passaggio ad un modo superiore e meno primitivo di produzione
sociale è proprio ciò che nei nostri anni è stato violentemente rimosso,
appiattendo il futuro sulla semplice continuazione del presente. La possibilità
di un “livello superiore di produzione sociale” è stata accantonata come
un’utopia totalitaria, elevando facendo dell’attuale non soltanto il migliore,
ma l’unico dei mondi possibili. È da anni, ormai, che questa limitazione del
nostro orizzonte storico-sociale è accettata a livello di massa.
È però mia convinzione che
si debba oggi recuperare anche quell’aspetto, senz’altro il più ostico e il
meno addomesticabile, del messaggio di Marx. Chiunque faccia proprio questo
punto di vista, non potrà ritenere risolutivo della crisi il miglioramento
dell’efficienza dei mercati e neppure il rilancio della domanda aggregata. E
sarà invece portato a ritenere, con Marx, che la sola vera soluzione della
crisi può venire dall’intendere che il
capitalismo è il problema, e dall’operare di conseguenza: ossia per il
superamento di questa “ultima configurazione servile assunta dall’attività
umana” (p. 105), con l’obiettivo di far sì che i produttori assoggettino la
produzione – che oggi li sovrasta come una “legge cieca” – al “loro controllo
comune come intelletto associato” (p. 163).
Questo oggi può significare
concretamente solo una cosa: riprendere e rilanciare i grandi obiettivi
dell’autogoverno dei produttori e della pianificazione dell’economia.
[1] La paternità della definizione è di Ignacio Ramonet: vedi La pensée unique, «Le Monde Diplomatique», gennaio 1995. [2] In merito vedi: G. Bognetti, Il processo di privatizzazione nell’attuale contesto internazionale, Università degli Studi di Milano, Dipartimento Economia Politica e Aziendale, Working Paper n. 23, dicembre 2001; V. Giacché, “Parlar male di Garibaldi”, in R. Martufi, L. Vasapollo, Vizi privati…senza pubbliche virtù, Cestes-Proteo, Roma 2003, pp. 1-5. [3] P. Kennedy, Read the big four to know capital’s fate, «Financial Times», 13 marzo 2009; L Panitch, Thoroughly Modern Marx e J.B. Judis, Confessions of a True Believer, in «Foreign Policy», May/June 2009 (in copertina: Marx, Really? Why He Matters Now); Marx, «Le Point hors série», giugno-luglio 2009; Marx factor, «il venerdì di Repubblica», 22 maggio 2009. [4] Intervista a P. Steinbrück di Th. Toma, W. Reuter, In einen Abgrund geblickt, «der Spiegel», 29 settembre 2008. [5] Vedi ad es. il «Flash Economics», 6 gennaio 2010, n. 2, pubblicato da Natixis: P. Artus, A Marxist interpretation of the crisis. La conclusione del report è piuttosto sorprendente: “l’interpretazione marxista della crisi è evidentemente corretta”. [6] K. Marx, F. Engels, Gesamtausgabe (MEGA). Zweite Abteilung. “Das Kapital” und Vorarbeiten, Band 4: K. Marx, Ökonomische Manuskripte 1863-1867. Text - Teil 2. Hrsg. von der Internationalen Marx-Engels-Stiftung, Amsterdam. Bearbeitet von M. Müller (Leiter), J. Jungnickel, B. Lietz, Chr. Sander u. A. Schnickmann, Dietz Verlag, Berlin 1992, p. 540 (d’ora in avanti citato come MEGA II/4.2 seguito dal numero di pagina). [7] I numeri di pagina riportati direttamente in testo si riferiscono alle pagine del volume K. Marx, Il capitalismo e la crisi. Scritti scelti a cura di V. Giacché, DeriveApprodi, Roma 2009, rist. 2010. [8] K. Marx, La Costituzione britannica, in «Neue Oder-Zeitung», n. 109, 6 marzo 1855, MEW 11.96 = MEOC 14.53-54 (cfr. anche MEOC 14.59-60). [9] All’epoca in cui Marx scriveva queste righe effettivamente le crisi avvenivano ad “intervalli regolari” di dieci anni l’una dall’altra: cfr. Ch. P. Kindleberger, Storia delle crisi finanziarie, 2a. ed. 1989, tr.it. di F. Grossi, Laterza, Roma-Bari 1991, p. 17. [10] C.M. Loser, Global financial turmoil and Emerging Market Economies: Major Contagion and a shocking loss of wealth?, ADB, marzo 2009, p. 7. [11] C.A. Ciampi, “La sfida che l’Europa non può perdere”, Il Messaggero, 1° aprile 2009. [12] Il capitale, libro I, sez. I, cap. 3: MEW 23.120; tr.it. di D. Cantimori, Roma, Editori Riuniti, 1968, 19809, p. 138 (d’ora in avanti i tre volumi di questa edizione saranno citati con ER seguito dal numero di volume e di pagina). [13] Un’eccellente interpretazione di questi passi in un’ottica non sottoconsumistica si trova in G. Carchedi, The return from the grave, or Marx and the present crisis, Amsterdam, marzo 2009: vedi http://gesd.free.fr/carchedi9.pdf . [14] S. Perri, “Ritorno al futuro? La caduta tendenziale del saggio di profitto, tra teoria e evidenza empirica”, relazione al convegno The Global Crisis, Siena, 26-27 gennaio 2010, versione provvisoria, p. 6: www.theglobalcrisis.info/docs/ppt/pdf/StefanoPerri.pdf . [15] A. Kliman, “The Destruction of Capital” and the Current Economic Crisis, 15 gennaio 2009 (reperibile su http://akliman.squarespace.com/crisis-intervention/ ). [16] In proposito vedi i dati riportati in J. Halevy, “Stagnazione e crisi: Usa, Asia nippo-americana e Cina”, in L. Vasapollo (a cura di), Lavoro contro capitale. Precarietà, sfruttamento, delocalizzazione, Jaca Book, Milano 2005, pp. 181 sgg. [17] A. Freeman, In our lifetime: long-run growth and polarisation since financial liberalisation, intervento per il convegno For Historical Materialism, dicembre 2006. [18] M. Li, F. Xiao, A. Zhu, Long waves, institutional changes, and historical trends: a study of the long-term movement of the profit rate in the capitalist world economy, «Journal of World-Systems Research», vol. XIII, n. 1, 2007, pp. 33-54, partic. pp. 38-40. [19] M. Li, F. Xiao, A. Zhu, Long waves…, cit.. [20] A. Kliman, “The Destruction of Capital”…, cit., e A. Kliman, The Persistent Fall in Profitability Underlying the Current Crisis: New Temporalist Evidence, second draft, 17 ottobre 2009, p. 23. L’articolo è scaricabile da: http://akliman.squarespace.com/persistent-fall/ .
[21] J.
Bellamy Foster, F. Magdoff, Financial
Implosion and Stagnation. Back to the Real Economy, «Monthly Review»,
dicembre 2008, edizione online (http://monthlyreview.org/081201foster-magdoff.php
) [22] S. Perri, “Ritorno al futuro?…”, cit., p. 38 (e vedi già p. 1). A. Kliman, The Persistent Fall in Profitability…, cit., p. 28. [23] L. Davi, Utili record per Exxon e Chevron, «Il Sole 24 Ore», 31 gennaio 2009. [24] La relativa prevalenza dell’uno o dell’altro fattore può consentire una periodizzazione interna degli ultimi 30 anni, superando anche per questa via l’accusa di genericità rivolta da R. Bellofiore e J. Halevi agli approcci che nell’interpretazione degli ultimi decenni pongono al centro la teoria della caduta del saggio di profitto: vedi Vedi R. Bellofiore, J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, relazione al convegno The Global Crisis, Siena, 26-27 gennaio 2010, p. 12: vedi www.theglobalcrisis.info/docs/relazioni/BellofioreHalevi.pdf. [25] Il Capitale, libro I, sez. II, cap. 4, § 3: MEW 23.185 = ER 1.203. [26] Ivi, MEW 23.185 = ER 1.204. [27] T. Piketty, E. Saez, Income inequality in the United States 1913-1998, in «The Quarterly Journal of Economics», n. 1/2003, passim; E. Saez, Striking it richer: the Evolution of Top Incomes in the United States (Update using 2006 Preliminary Estimates), 15 marzo 2008; T. Piketty, E. Saez, How Progressive is the US Federal Tax System? An Historical and International Perspective, CEPR Discussion Paper n. 5778, CEPR, London, 2006; J. Plender, Mind the gap. Why business may face a crisis of legitimacy, «Financial Times», 8 aprile 2008. Vedi anche i dati OCSE citati in R. Artoni, C. Devillanova, Dal 1929 al 2008, Università Bocconi, Centre for Research on the Public Sector, Short note n. 5, novembre 2008, p. 4. [28] Sulla situazione britannica vedi M. Kelly, “Povera middle class”, il manifesto, 15 giugno 2008, e M. Engel, A Faustian pact that backfired spectacularly, «Financial Times», 26 maggio 2009. [29] L. Ellis – K. Smith, The global upward trend in the profit share, Bank for International Settlements, luglio 2007. La ricerca è stata ripresa in un articolo di M. Ricci, “Il declino degli stipendi”, la Repubblica, 3 maggio 2008. Vedi anche M. Mucchetti, “Torna il tema della redistribuzione”, Corriere della Sera, 24 agosto 2008. [30] Global Wage Report 2008/9, International Labour Organization, Ginevra, novembre 2008. Si vedano in particolare le pp. xiii, 20, 59. Ma tutta la ricerca è di estremo interesse. [31] Come si è visto sopra, in molti casi è stata sufficiente la minaccia di spostare le produzioni in questi paesi. [32] D. Farrell, New Thinking for a New Financial Order, «Harvard Business Review», settembre 2008. [33] J. Bellamy Foster, H. Magdoff, Financial Implosion and Stagnation, cit., p. 7. [34] H. Magdoff e P.M. Sweezy, La fine della prosperità in America [1977], tr. it. Editori Riuniti, Roma 1979, p. 190. [35] Vedi ad es. Y. Smith, The Origins of the Next Crisis, 13 aprile 2010: http://www.nakedcapitalism.com/2010/04/the-origins-of-the-next-crisis.html .
[36] H. P. Minsky, Finance and
Stability: The Limits of Capitalism, relazione al convegno «The Structure
of Capitalism and the Firm in Contemporary Society», Milano 1993, p. 6. Vedi
anche F. Allen, Financial Crises,
Princeton University 2003 , p. 4 (http://PU-CRISES-SEC1.pdf
). [37] A. Burgio, Senza democrazia. Un’analisi della crisi, cit., p. 150.
[38] L. Goldner, “The ‘Dollar’ Crisis, and Us”: http://home.earthlink.net/~lrgoldner . [39] H. P. Minsky, Finance and Stability, cit., p. 17.
[40] Si veda
ad es. P. Warburton, Debt and Delusion:
The Threat to Global Financial Stability from the Over-accumulation of Debt, dicembre
2000 (http://www.countdownnet.info/archivio/analisi/world_economy/debt1.zip
). [41] Cit. in R. Nutting, ‘Lost decade’ possible for global economy, ECB’s Stark says, in www.marketwatch.com , 8 marzo 2010.
[42] È possibile che nel settembre 2001
si fosse alla vigilia di una crisi di dimensioni prossime all’attuale. Proprio
il giorno prima dell'attentato la Banca dei Regolamenti Internazionali aveva
pubblicato il rapporto relativo al secondo trimestre del 2001. Da esso emergeva
un “colpo di freno dell'economia
mondiale”, segnalato dal chiaro "rallentamento della domanda di prestiti
per nuovi investimenti”. Negli Usa, però, la situazione era particolarmente
seria. I dati relativi alla produzione americana nel mese di agosto avevano
battuto due record negativi: l’andamento peggiore della produzione industriale
americana dal 1960 (undicesimo calo consecutivo), e il tasso di utilizzo degli
impianti, tornato ai minimi del 1983 (tra le industrie manifatturiere la
capacità produttiva inutilizzata era ormai superiore al 25% del totale).
Ancora: i profitti delle 500 imprese
dell'indice Standard & Poor's nel secondoEconomist “al livello più basso da mezzo secolo a questa parte”. Tutte le
principali economie mondiali evidenziavano un eccesso di capacità produttiva,
“al suo livello massimo dagli anni Trenta” ("How far down?", the
Economist,
trimestre 2001 avevano segnato un calo medio del 60%, e si trovavano secondo l’20/10/2001).
Hanno quindi ragione R. Bellofiore e J. Halevi a parlare di una “prima e
significativa crisi generale” a proposito degli anni 2000-2001: R.
Bellofiore, J. Halevi, “La Grande
Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, cit., p. 7. [43] A. Kliman, “The Destruction of Capital” and the Current Economic Crisis, cit., p. 6. [44] Tra i pochi ad inquadrare direttamente il problema è N. Roubini, Are we at the peak of a Minsky credit cycle?, 30 luglio 2007, in www.rgemonitor.com . [45] Per un’istruttiva e divertente rassegna delle sciocchezze che sono state dette sulla crisi da molti degli economisti più in auge vedi M. Cobianchi, Bluff. Perché gli economisti non hanno previsto la crisi e continuano a non capirci niente, Orme, Milano 2009; il testo contiene anche una buona cronologia degli avvenimenti dal 2007 alla fine del 2008. [46] J. Plender, Mind the gap. Why business may face a crisis of legitimacy, «Financial Times», 8 aprile 2008. [47] J. Sapir, From Financial Crisis to Turning Point. How the US «Subprime Crisis» Turned into a Worldwide One and Will Change the Global Economy, «Internationale Politik und Gesellschaft», 1/2009, p. 30.
[48] Intervento di S. Marchionne, Incontro con le Istituzioni e le
Organizzazioni Sindacali, Roma, 18 giugno 2009, p. 3 (corsivi miei). [49] Non a caso le società di credito al consumo delle principali case automobilistiche mondiali sono state le prime ad essere severamente colpite dalla crisi in corso; S. Marchionne, Intervento, cit., p. 2. [50] Vedi R. Bellofiore, J. Halevi, “La Grande Recessione e la Terza Crisi della Teoria Economica”, cit., p. 4 (con riferimento ai lavori di Toporowski), ed in particolare p. 13. [51] K. Marx, Il Capitale. Libro II, cap. 1, § IV, MEW 24.62; tr. it. di R. Panzieri, ER 2.58-59. H. Grossmann, Das Akkumulations- und Zusammenbruchsgesetz des kapitalistischen Systems (Zugleich eine Krisentheorie), Leipzig, Hirschfeld, 1929; ristampa Frankfurt a.M., Verlag Neue Kritik, 1970, p. 546. [52] Vedi Chart 1 in J. Bellamy Foster, F. Magdoff, Financial Implosion and Stagnation, cit., p. 7; Murray E.G. Smith, Causes and consequences of the Global Economic Crisis: A Marxist-Socialist Analysis, novembre 2008 (http://www.countdownnet.info/archivio/analisi/world_economy/579.pdf ). [53] K. Marx, Il Capitale. Libro terzo, sez. 5, cap. 36, MEW 25. 620-621 = tr. it. di M. L. Boggeri in ER 3.2.705. [54] Vedi ad es. L. Gallino, Con i soldi degli altri, Einaudi, Torino 2009. [55] Siccome la produttività è calcolata in termini di quantità di merci prodotte per lavoratore, un suo calo (soprattutto se marcato e improvviso) indica una diminuzione della produzione a seguito di sovrapproduzione, o – come oggi si preferisce dire – di excess supply, eccesso di offerta: in tal caso infatti le merci invendute inducono a diminuire la produzione e a non utilizzare appieno la capacità produttiva. [56] The real economy and the crisis: revisiting productivity fundamentals, 30 aprile 2009, corsivi miei; la ricerca è tuttora scaricabile dal sito internet dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico: www.oecd.org/document/30/0,3343,en_2649_34251_42579358_1_1_1_1,00.html . La ricerca è stata successivamente ripubblicata in forma diversa dai suoi autori: D. Brackfield, J. Oliveira Martins, Productivity and the crisis: Revisiting the fundamentals, 11 luglio 2009: http://www.voxeu.org/index.php?q=node/3760 . La necessità di “facilitazioni creditizie” per coprire l’offerta di case spiega il ricorso crescente ai mutui subprime, passato dal 10% dei nuovi mutui nel periodo 1998-2003 al 40% nel 2006: i dati sono riportati in L. Spaventa, The crisis: a survey, cit., p. 33 [57] Paul Krugman’s fear for lost decade, cit.. [58] P. Artus, A Marxist interpretation of the crisis, cit., p. 2. [59] Di H. Minsky vedi ad es. Finance and Stability: The Limits of Capitalism, cit., p. 16. Su Minsky e Fisher vedi R. Bellofiore, Introduzione a H. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Boringhieri, Torino 2009, pp. xxiv sgg. Di “vendite per pagare” aveva parlato lo stesso Marx (p. 101). [60] Al riguardo è interessante notare che la richiesta di banconote da 100 e 500 euro è risultata particolarmente elevata nell’ultimo trimestre del 2008. In particolare, rispetto all’anno precedente è cresciuta del 17% la quantità di banconote da 500 euro, che – secondo quanto dichiarato da un report della Banca Centrale Europea – “sono adoperate in larga misura a fini di tesaurizzazione”: vedi R. Atkins, Lehman collapse led to euro note ‘hoarding’, «Financial Times», 22 aprile 2009. [61] K. Marx, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, 1857-8, MEW 42.360; tr. it. di G. Backhaus in MEOC 29.383. [62] Vedi Global Development Finance. Charting a Global Recovery, The World Bank, Washington 2009, pp. 12, xi, 1, 9 (table 1.1.), 12. Sulle bancarotte attese cfr. B. Hall, Bankruptcies expected to soar by 35%, «Financial Times», 4 giugno 2009. Sull’aumento della disoccupazione vedi Unemployment, working poor and vulnerable employment to increase dramatically due to global economic crisis, International Labour Organization, press release, 28 gennaio 2009 (ma i dati a fine anno sono risultati peggiori di 10 milioni di unità). [63] Mi sembra che convergente con questa valutazione sia quanto affermato da R. Bellofiore e J.Halevi: “effettivamente vi fu una tendenza alla Grande Crisi da domanda nei primissimi anni Ottanta, ma …essa fu battuta da controtendenze politiche”: vedi “La Grande Recessione…”, cit., p. 2. [64] Così J. Rogers (ex socio di Soros nel Quantum Fund) in un’intervista a CNBC Europe l’8 settembre 2008. Per il video vedi http://www.cnbc.com/id/26603489/ . [65] Il titolo di copertina dell’«Economist» del 9 ottobre 2008 recitava appunto: Saving the system.
[66] Vedi Fiscal implications of the global economic
and financial crisis, IMF Staff Position Note, 9 giugno 2009, pp. 3, 22 (table 5.1.), 25 e 26 (table
5.2.), 29 (figure 5.6.), 39 sgg.. In Germania il tema della possibile
bancarotta dello Stato campeggia già sulle copertine dei settimanali: vedi ad
es. Der geplünderte Staat. Wie viel Opel
darf sich Deutschland noch leisten?, «Der Spiegel», 8 giugno 2009. [67] J. Bellamy Foster, F. Magdoff, Financial Implosion and Stagnation, cit., p. 15. [68] In un caso si tratta di minimi plurisecolari: i tassi d’interesse nel Regno Unito sono i più bassi dal 1694, anno di fondazione della Bank of England. |