INCONTRO METROPOLITANO SULLA PRECARIETA'
sabato 07 ottobre 2006
logo_medio.jpgPensiamo che sia arrivato il momento di provare a uscire dalla marginalità delle singole e specifiche vertenze per ragionare collettivamente su quale possa essere una “sintesi politica” dei percorsi fatti con e a fianco dei soggetti sociali che vivono in prima persona la contraddizione.

Potremmo collocare temporalmente nella prima metà degli anni ottanta l’avvio di quel processo di svuotamento degli istituti che caratterizzavano il rapporto di lavoro fordista di cui adesso osserviamo lo sviluppo compiuto.

La passata struttura produttiva è stata disgregata e delocalizzata sul territorio, il lavoro dipendente a tempo indeterminato è stato scomposto in una serie di attività indipendenti, di prestazioni d’opera e di forme di lavoro atipiche, con differenti livelli di subordinazione, autonome o eterodirette in varie forme ed in diverse gradazioni per riuscire, da un lato, a limitare la pressante conflittualità operaia e, dall’altro, per recuperare sempre maggiori quote di profitto in un mercato non più limitato all’ambito locale o nazionale.

Diretta conseguenza è la strutturazione di un rinnovato esercito industriale di riserva inserito all’interno di una produzione in costante modificazione, costituito da lavoratori precari, fortemente soggetti alla subordinazione di una contrattazione sempre più individualizzata e, quindi, altamente flessibili.

La radicale trasformazione alla quale è sottoposta la passata organizzazione della sfera produttiva fordista ha delle profonde ricadute anche sulle sfere sociali e personali nelle quali il lavoratore è inserito: egli deve essere sempre disponibile alle esigenze del datore di lavoro senza soluzione di continuità tra tempo di lavoro e tempo di riproduzione.

Ciò rappresenta l’aspetto costante, ed il fine coerente, che ha caratterizzato l’azione legislativa dei governi (di centrodestra e di centrosinistra) degli ultimi anni con il deciso contribuito dell’azione concertativa tra sindacati confederali e controparti padronali: tanto che la flessibilizzazione e la precarizzazione della forza-lavoro caratterizzano la condizione materiale di buona parte dell’attuale composizione proletaria, soprattutto giovane ed immigrata.

Ciò si traduce, altresì, in una vera e propria ideologia nella quale la competitività assurge al ruolo di valore sociale con conseguente affievolimento di quel rapporto solidale che ha caratterizzato il movimento operaio e di classe nell’epoca fordista, con conseguente perdita di rappresentatività dell’intero movimento sindacale, anche autorganizzato e di base.

Date le premesse, in questi ultimi anni, diversificate sono state le risposte che, su diversi livelli, i vari soggetti politici e sociali hanno provato a praticare sul complesso ed ineludibile terreno della lotta alla precarietà.

Come, del resto, differenti sono stati gli strumenti analitici utilizzati per comprendere l’ampiezza e la portata di una trasformazione che ha costretto tutti ad un necessario aggiornamento dei passati paradigmi impiegati per interpretare ed alimentare lo sviluppo del conflitto capitale/lavoro.

A questo grosso sforzo di attenzione e di partecipazione a rivendicazioni, momenti di possibile sviluppo di conflittualità o, anche, di agitazione vera e propria, però, troppe volte è seguita la dissoluzione della portata potenzialmente generale e complessiva nei rivoli della singola vertenzialità (vedi sciopero ATM del 2003) o il recupero delle lotte da parte dei confederali (vedi sciopero Ortomercato del 2005).

Pensiamo quindi che sia arrivato il momento di provare a uscire dalla marginalità delle singole e specifiche vertenze per ragionare collettivamente su quale possa essere una “sintesi politica” dei percorsi fatti con e a fianco dei soggetti sociali che vivono in prima persona la contraddizione.

Riteniamo necessario un confronto, nella dialettica tra le diversità e specificità di approccio che ognuno di noi esprime, per poter identificare una serie di obbiettivi complessivi e unificanti, superando la sterilità del corporativismo e della settorialità delle lotte, e riuscire a creare un tessuto di relazioni finalizzato alla sollecitazione di nuove forme di ricomposizione di soggetti sociali e di classe.

Tessuto di relazioni non declinabile nel consueto e asfittico intergruppi, sommatoria di sigle o comitato autorappresentativo, bensì quale strutturazione in forma di rete di un alveo collettivo che possa raccogliere e praticare proposte condivise e sviluppare forme di autorganizzazione dal basso nella costruzione di terreni di scontro.

Una rete di soggetti che sappia allargare e rinnovare le capacità e gli strumenti di lotta per affrontare l’attuale stadio dell’evoluzione capitalistica anche dal punto di vista della materialità dei bisogni in senso generale, evitando sterili dogmatismi o soluzioni “tampone” che si pongano come elemento dissonante ma non realmente conflittuale al sistema capitalista.

Una rete che possa rappresentare anche un possibile punto di riferimento per tutti quei soggetti del precariato diffuso senza tutela alcuna né rappresentanza e che sappia costruire, parallelamente ai tempi necessari di confronto e di verifica delle relazioni stesse, un immaginario conflittuale anche tramite azioni di rottura antagonista e/o segnali di risposta agli attacchi padronali.

 

I compagni e le compagne del Centro Sociale Autogestito Vittoria