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GAZA: POLITICA DI UN MASSACRO PDF Stampa E-mail
Friday 30 January 2009

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CONTRIBUTO DEI COMPAGNI

E DELLE COMPAGNE DI

ControInformazione Lomellina

 
GAZA - POLITICA DI UN MASSACRO

Dopo tre settimane di bombardamenti e distruzione, anche con l'utilizzo di bombe al fosforo bianco, migliaia di morti, feriti e profughi rinchiusi all’interno della striscia, a Gaza si parla di tregua. L’esercito sionista ha abbandonato i territori palestinesi e si è arrestato ai confini della striscia pronto a “rispondere” a qualsiasi attacco o minaccia. L’operazione di guerra, anche se il termine più adatto sarebbe “di sterminio”, dato che ha visto impiegata una forza militare spropositata che ha portato a migliaia di morti palestinesi, è stata condotta con il beneplacito degli Stati Uniti e degli altri stati imperialisti occidentali. Il massacro di Gaza ha rimarcato la totale sottomissione dell’ONU e della comunità internazionale ai voleri dell’imperialismo sionista di Israele ed USA, che, salvo proteste puramente formali e comunque criminalizzando a priori le forze di resistenza popolari palestinesi, non ha sostanzialmente interferito con le manovre israeliane, neppure quando Tsahal ha centrato con i suoi missili scuole dell’UNWRA ed edifici delle Nazioni Unite. L’appoggio dato da Bush, all’aggressione israeliana poche settimane prima dell’insediamento di Obama, segna l'uscita di scena in grande stile della politica estera dell’amministrazione repubblicana che ha caratterizzato entrambi i mandati di Bush jr. Si pensi al continuo appoggio dato ad Israele ed alle sue politiche, continuando così a destabilizzare l’intera area mediorientale, in funzione dei propri interessi economici, politici e militari (Libano e Iraq) e di riflesso con Iran e Siria avversari, per ora diplomatici, degli Stati Uniti. Israele ha voluto e potuto raggiungere buona parte dei suoi obbiettivi, dichiarando unilateralmente tregua poche ore prima del giuramento di Obama alla Casa bianca, che con il suo silenzio durante l’attacco, ha comunque ribadito la sostanziale continuità con la politica estera mediorientale dell’amministrazione precedente. Il sostegno alle politiche imperialiste di Israele è unanime anche all’interno dell’Unione Europea che continua a mantenere accordi commerciali, politici e militari, come l’Italia, con lo stato sionista.

Anche i governi arabi corrotti e asserviti agli interessi capitalistici occidentali, come l’Egitto, hanno pesanti responsabilità: tenendo chiusi i valichi di confine con la striscia di Gaza, il governo egiziano ha praticamente impedito ai palestinesi di trovare rifugio in Egitto, scappando dal massacro, e non ha permesso di far entrare cibo e medicinali indispensabili (considerando che dal 2006 la striscia è sotto embargo economico). L’embargo economico applicato da USA ed Unione Europea alla striscia di Gaza è l'altra faccia della medaglia delle politiche imperialiste contro la Palestina, è la continuazione delle azioni belliche di sterminio durante i cosiddetti “periodi di pace”. La scusa per applicare l’embargo e condannare un milione e mezzo di persone alla fame è stata la vittoria di Hamas alle elezioni parlamentari del gennaio 2006.

Nonostante queste siano state la conseguenza e l’applicazione di una parte degli accordi di pace sottoscritti da USA, UE, ONU e Russia (accordi che hanno ulteriormente svenduto i diritti del popolo palestinese e che dovrebbero, sempre secondo il “quartetto”, portare ad una maggiore democratizzazione della Palestina) la scelta autodeterminata del popolo palestinese è stata considerata comunque come una forzatura e non come espressione di un popolo stremato dalla guerra e dagli embarghi, solamente perché l’interlocutore politico smetteva di essere il partito corrotto di al-Fatah, aggiogato ormai al carretto israeliano.

Il popolo palestinese non ha votato Hamas perché dopo quarant’anni di gestione laica della lotta di liberazione ha deciso tutto ad un tratto per una svolta religiosa del conflitto, ha votato il partito islamico perché stufa di anni di corruzione e clientelismo di cui Fatah si è reso protagonista. Ha votato Hamas, perché ha una reale struttura sociale su cui i palestinesi hanno fatto affidamento durante l’occupazione e perché nei suoi programmi non si parla di svendere i diritti palestinesi e quel poco di terre che ancora gli rimangono, ma si parla di resistenza. Ma come si può chiedere alle forze politiche palestinesi che vogliono e hanno un ruolo determinante all’interno della società e che rappresentano il loro popolo la discriminante della rinuncia alla resistenza?

Un popolo sotto occupazione militare e politica non rinuncerà mai al diritto di difendersi, non smetterà mai di combattere contro chi lo tiene prigioniero e lo discrimina culturalmente ed etnicamente.

La vittoria elettorale di Hamas è stata utilizzata come giustificazione per continuare a mantenere instabilità nell’area, fomentando divisioni all’interno della società palestinese ed è stata presa a pretesto, sia per applicare il criminale embargo, sia per attaccare la striscia di Gaza cercando di minare il sostegno popolare ad Hamas ed eliminando i suoi dirigenti, per preparare così il ritorno al potere del partito di Abu Mazen, riconosciuto come unico interlocutore per la sua capacità di svendersi agli interessi israeliani ed americani (strategia supportata anche da Mubarak, il quale vede nella vittoria parlamentare del partito islamico un potenziale pericolo per l’Egitto in quanto potrebbe significare la crescita dei movimenti sociali islamici).

Oggi si parla di tregua, ma non si può parlare di pace.

La tregua dichiarata da Israele in realtà non è mai entrata in vigore; poche ore dopo la sua dichiarazione l’esercito sionista ha effettuato nuovi raid e sono di questi giorni le notizie di ulteriori attacchi verso i territori palestinesi. L’attacco a Gaza non è stato il primo e non sarà l’ultimo, ci sono state altre campagne e aggressioni sia a Gaza che in Libano, e tutte con il chiaro intento di mantenere instabile la regione, abbattere la resistenza popolare ed eliminare il problema palestinese, eliminando i palestinesi stessi. In Palestina non si muore solo quando i direttori di giornali e TG se ne accorgono, in Palestina si muore tutti i giorni dal 1948 ad oggi. Tutto ciò è la continuazione di 60 anni di politiche espansionistiche, razziste e sioniste di Israele, che con la complicità occidentale ha potuto annettersi terre e cacciare via la popolazione palestinese che vi viveva. Ha potuto perseguire i suoi progetti e non rispettando le risoluzioni ONU che imponevano ad Israele di fare ritorno entro i confini precedenti la guerra dei sei giorni. Ha fatto tutto ciò impunemente, perché il ruolo di Israele all’interno dell’area mediorientale è funzionale agli interessi politici ed economici degli Usa. Mantiene in costante disequilibrio la regione e permette una gestione aggressiva e anche militare dei conflitti e delle contraddizioni presenti, le alimenta e le utilizza per i propri fini, per accaparrarsi territori ricchi di materie prime ed energie non rinnovabili. Israele si è dimostrato nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale come l’avamposto americano in medioriente, difendendo i suoi interessi, indipendentemente che l’amministrazione statunitense fosse democratica o repubblicana, e mantenendo un filo conduttore tra le politiche estere mediorientali dei vari governi succedutisi. L’Europa si è sempre prestata al gioco e non ha mai criticato l’operato americano ed israeliano, salvo esprimere, talvolta, remore su un uso eccessivo della forza, riconoscendo però in ogni caso il diritto di Israele a difendersi e condannando sempre qualsiasi forma di resistenza palestinese.

L’Italia naturalmente non è venuta meno alla natura filo-sionista dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni, partecipando anche attivamente nella gestione del dopoguerra libanese, sia nel 1982 sia nel 2006, avendo un ruolo di comando all’interno del contingente militare che è stato posto sul confine libanese-israeliano per operazioni di peace keeping. L’ultimo governo italiano ha sottolineato la sua vicinanza ad Israele, in tutte le occasioni in cui lo poteva fare ed ha proposto anche l’invio di Carabinieri al confine tra Gaza ed Egitto dopo l’ultimo attacco. Ha più volte ribadito che l’appoggio ad Israele è totale, che l’Italia si considera stato amico dell’unica “democrazia occidentale presente in medioriente” e che ogni dissenso verso la politica sionista non può essere tollerato. Israele anche in Italia gode di totale impunità. I giornali e le TV riportano solo il punto di vista di Israele e ai palestinesi non viene data voce, tranne alcuni brevi accenni sulla disumanità della tragedia che ha colpito e colpisce quotidianamente Gaza e Cisgiordania.

In Italia ci sono state, come in tutto il mondo, manifestazioni e cortei di migliaia di persone per protestare contro il massacro di Gaza, ma sembra che i media italiani non se ne siano accorti.

Per la prima volta anche a Vigevano e Garlasco le comunità arabe con i compagni e le compagne che lavorano sul territorio sono scese in piazza per manifestare il proprio sostegno al popolo palestinese.

Il governo italiano non ammette critiche ad Israele e l’ha dimostrato a Milano il 12 gennaio quando ha messo in campo un forte schieramento di forze dell’ordine a difesa del convegno “Con Israele, per la pace” e non ha esitato a reprimere il corteo deciso a contestarlo.

Esponenti di entrambi gli schieramenti politici non hanno esitato ad esprimere subito la propria solidarietà a chi partecipava al convegno attaccando i manifestanti e sostenendo anche la tesi che chi osa pronunciarsi contro la politica israeliana attacca gli ebrei e quindi, come già hanno fatto altre volte, utilizzano la falsa equazione antisionismo = antisemitismo.

Crediamo necessario ribadire che “antisionismo” non significa assolutamente “antisemitismo”.

Il Sionismo è un progetto politico il cui fine è creare “Eretz Israel”, il grande Israele ebraico, uno stato teocratico basato sull’appartenenza etnico/religiosa che dovrebbe avere come confini il mare da un lato e il fiume Giordano dall'altro, cioè il territorio della Palestina storica.

Chi si identifica come “sionista” - che è ben differente quindi da chi si definisce di religione ebraica - porta avanti tale progetto con basi prettamente religiose con l'obiettivo di eliminare un altro popolo, che considera inferiore, e depredarlo delle sue legittime terre negandogli qualsiasi tipo di diritto.

Per questo per noi il movimento sionista è un movimento razzista.

Essere antisionista vuol dire quindi rifiutare e combattere contro imperialismo, colonialismo e razzismo.

Essere antisionista vuol dire stare dalla parte degli oppressi, dalla parte di chi resiste con dignità contro un’occupazione, dalla parte di chi di fronte all’orrore ancora alza la testa e pretende giustizia.

Essere antisionista vuol dire essere partigiano al fianco della resistenza palestinese.

Nessuno di noi si scorda il nazismo ed il caro prezzo pagato da ebrei, Rom, Sinti, omosessuali, disabili, comunisti e oppositori politici, ma non possiamo certo sostenere o giustificare chi si propone l'eliminazione di un altro popolo, che sia ebreo, rom o tedesco.

L’antisemitismo fa parte di quella becera ideologia razzista portata avanti dalla feccia nazi-fascista che attacca Israele non in quanto stato genocida, colonialista e razzista, ma in quanto stato abitato da ebrei.

Con i palestinesi senza se e senza ma.

Vita, terra e libertà per il popolo palestinese.

Senza giustizia nessuna pace.

 Controinformazione Lomellina

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QUALE PACE IN PALESTINA?

 

CESSANO I BOMBARDAMENTI SULLA POPOLAZIONE DI GAZA,
MA CONTINUA L'OCCUPAZIONE MILITARE CONTRO IL POPOLO PALESTINESE

 

L'enorme crisi umanitaria che ha investito la popolazione di Gaza va ad aggiungersi agli oltre 60 anni di occupazione militare. Dopo settimane di bombardamenti, attacchi via terra e chiusura indiscriminata delle frontiere, negando le vie di fuga alla popolazione, Israele ha dichiarato una tregua appena prima dell'insediamento di Obama alla Casa Bianca.
Una tregua a parole ma non nei fatti, visto che l'esercito sionista ha continuato a sparare sulla popolazione di Gaza. Tutto questo avviene con l'appoggio ed il sostegno delle potenze occidentali, colpevolmente inermi di fronte al massacro di Gaza, all'uso di armi non convenzionali da parte di Israele e dopo le centinaia di risoluzioni ONU inosservate dallo stesso.
Per questo crediamo che questa tregua non sia il presupposto per un percorso di pace, ma sia l'ennesimo tentativo di ricattare con accordi inaccettabili il popolo palestinese, considerando che lo stato sionista non desiste dal depredare le terre palestinesi, annettendosi acqua, coltivazioni e case, rinchiudendo un intero opolo all'interno del "muro della vergogna", disseminando le strade e le città di check point militari e trasformando Gaza in una prigione a cielo aperto. L'incontro servirà ad approfondire ed analizzare gli effetti dell'ultima aggressione israeliana e ciò che consegue 60 anni di occupazione e di legittima resistenza del popolo
palestinese. Consideriamo fondamentale il diritto all'autodeterminazione palestinese, la possibilità di ritorno dei profughi, il diritto sulla propria terra e la ricerca di una soluzione reale che si basi sull'uguaglianza. 

 

INIZIATIVE A VIGEVANO:

 

GIOVEDI 5 FEBBRAIO 
ORE 21 presso la SALA DELLE SCUDERIE

DI Palazzo RONCALLI


VIDEO: QUALE CONFLITTO A HEBRON? (lavoro d'interposizione pacifica, volontari ISM a Hebron - West Bank - estate 2006) Realizzato da Lorenzo Spairani, Università di Pavia

 

INCONTRO E DIBATTITO CON:
 - ALLEGRA MARCO: Dipartimento Studi Politici dell'Università di Torino
 - IBRAHEEM ALKHMOOR: studente palestinese - UDAP

 

VIDEO/INCHIESTE DI RAINEWS 24

sulle armi non convenzionali utilizzate
dal Governo israeliano

 

SABATO 7 FEBBRAIO
presso la Cooperativa Portalupi Sforzesca, via Ronchi, 7:

CENA di raccolta fondi per la popolazione palestinese a sostegno dell'ospedale Al Awda di Jabalya.

per prenotazioni tel. : 0381/346333

 

ControInformazione Lomellina

 

 

 
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