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28 e 29 novembre in piazza contro GENOCIDIO, RIARMO E FINANZIARIA DI GUERRA

APPUNTI DI APPROFONDIMENTO SULLA “FINANZIARIA” MELONI DELL’AUSTERITA’ E DEL RIARMO.

La legge di bilancio appena presentata dal Governo Meloni si colloca pienamente nell’alveo delle politiche di austerità e di taglio conclamato della spesa sociale. Queste sono pari a 10 miliardi di euro sui 18 complessivi della manovra – meno dell’1% di un PIL che, nonostante le misure espansive del PNRR che hanno parzialmente evitato il crollo, è oggi il più basso d’Europa. Risulta inoltre evidente l’assenza di alcuna misura redistributiva e/o di sostegno ai redditi della classe popolari e che, in buona sostanza, alimenta le disuguaglianze di classe e il divario tra profitti e salari. Una manovra finanziata in pareggio di bilancio e quindi giudicata modesta dalla stessa Confindustria e regressiva da istituzioni quali Corte dei Conti, Bankitalia e Istat, ma che, significativamente, è stata accolta positivamente dalle agenzie di rating internazionali che salutano con favore il contenimento del residuo welfare pubblico, lo slittamento di questo verso una robusta privatizzazione e il conseguente investimento di redditi da salario e risparmio a favore della finanza e dei grandi fondi di risparmio.
Un alveo nel quale è poi possibile ricondurre la costante e pressoché immutabile deflazione e compressione salariale perseguita dal padronato per drenare ricchezza prodotta in favore dei profitti e accompagnata dall’assenza di meccanismi automatici di indicizzazione delle retribuzioni. Ciò abbandonando i redditi delle classi proletarie (o in via di rapida proletarizzazione) all’inflazione e al caro-vita che colpisce sempre più i beni di prima necessità, senza possibilità alcuna di recupero di potere d’acquisto, se non di possibilità del quotidiano sostentamento (secondo i dati Istat i prezzi dei beni contenuti nel carrello della spesa in Italia, che rappresentano il 50% delle spese delle famiglie, hanno registrato un aumento del 25% dall’ottobre del 2021, con punte del 32,7% per i cosiddetti prodotti “alimentari non lavorati”). I freddi numeri delle statistiche segnano ormai da anni il progressivo aumento della povertà assoluta e relativa e in queste la componente di forza lavoro costretta a lavori “poveri” e/o con una retribuzione insufficiente. Peraltro, gli aumenti retributivi sanciti all’atto dei rinnovi dei differenti contratti collettivi sono insufficienti al recupero di potere d’acquisto, la complicità dei vertici delle burocrazie del sindacalismo confederale nel mantenere inalterata la disuguaglianza è palese.
Ai tagli previsti, che incidono in particolare sulla sanità pubblica (definanziata, sempre più privatizzata e comunque con incrementi di spesa insufficienti ed erosi, per i lavoratori, dal mancato recupero del fiscal drag, dall’inflazione e dal blocco dei salari) e sul comparto dell’università e della scuola (con il blocco delle assunzioni di personale docente e non, nessun contributo né risorsa aggiuntiva e la previsione di possibili bonus per l’iscrizione alle scuole private e paritarie) e in generale della cultura, vengono affiancate voci seppur contenute comunque dirette al sostegno dei profitti attraverso sia la previsione di crediti d’imposta e/o di sgravi contributivi (in caso di investimenti per assunzioni o in macchinari, per l’adozione di politiche ambientali e sistemi produttivi sostenibili, ecc.) sia l’ennesima rottamazione delle cartelle esattoriali (che agevola l’evasione fiscale). Per banche e assicurazioni non si prevede alcuna
tassazione dei cosiddetti “extraprofitti” (esplosi negli ultimi anni) ma un semplice anticipo sulle imposte future come contributo su base volontaria e in misura concordata con il Governo (il 10% dei medesimi). Mentre per le partite IVA si estende il limite di applicazione della cosiddetta flat tax (tassazione unica del 15%), la riduzione delle aliquote fiscali, che peraltro non riguardano i redditi annui più bassi (segnatamente quelli sotto i 28.000 euro ai quali è promesso di detassare gli eventuali aumenti salariali e il salario accessorio, il lavoro notturno, gli straordinari, i premi di risultato), è esplicitamente dirette a vantaggio delle famiglie più abbienti. Per ciò che riguarda infine le pensioni, è stato infine previsto l’ennesimo aumento dell’età pensionabile (con l’aumento dei requisiti contributivi e anagrafici minimi), azzerata la flessibilità in uscita e un aumento della maggiorazione sociale ridicolo e pari a soli € 12 mensili.

Una legge di bilancio che è quindi pienamente in linea con le previsioni comunitarie sancite nel Patto di stabilità, ma che è altresì diretta, anche in virtù del sostanziale smantellamento della spesa pubblica previsto e del rientro nei limiti di bilancio, al prono e subordinato adempimento del progressivo aumento (anche in deficit senza computo nel bilancio) della spesa bellica imposto dalla NATO e, nel complesso, dalle alleanze politico-militari del blocco occidentale per affrontare lo scontro internazionale in atto. Segnatamente, come emerge dal Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027, l’aumento della spesa prevista per armamenti e indotto sarà pari a 3,5 miliardi per il 2026, a 7 miliardi per il 2027 e a oltre 12 miliardi per il 2028 assecondando così i dettami imposti dal piano “Rearm Europe” (che prevede peraltro di mobilitare oltre 800 miliardi di euro in investimenti entro il 2030 imponendo agli stati membri di concentrarsi sulla promozione di un’industria della difesa europea).
In sintesi, è il passaggio con cui il Governo Meloni ratifica la propria definitiva subordinazione ai vincoli europei, agli obiettivi della NATO, alla logica della (tendenza alla) guerra. La riduzione della spesa sociale in ogni comparto e il sostegno al profitto sono il deciso e convinto allineamento all’ordine internazionale occidentale e alle sue logiche materiali.
Una legge finanziaria che a tal fine introduce, sul più complessivo piano dello stato e del suo bilancio, l’obiettivo del rafforzamento del complesso militare-industriale e, in prospettiva, lo assume definitivamente come propria finalità strategica in un contesto internazionale di consolidamento della tendenza alla guerra quale plausibile dato strutturale dei prossimi anni.
Infatti la tendenza individuata sottende quantomeno la creazione di una economia di guerra (la cui durata ed estensione è all’oggi imprevedibile stante il numero e la natura dei fronti aperti, nonché il rischio di una progressiva generalizzazione se non di escalation, ma che potrebbe essere anche in astratto permanente per gli anni a venire) che permetta nuovi cicli di accumulazione e, nello scontro internazionale in atto, la possibilità di detenere o difendere egemonie in una competizione per l’accaparramento di risorse, profitti e rendita finanziaria, sempre più serrata.

<< Il fine è quindi strutturale ed è teso alla ristrutturazione attraverso una nuova accumulazione: un tentativo quindi diretto quantomeno a gestire la crisi di valorizzazione in cui l’attuale stadio del sistema capitalistico è impantanato, ma che è propria del movimento e delle contraddizioni che lo sviluppo del modo di produzione capitalistico determina. >>

Una crisi che, sul piano europeo, ha determinato e continua ad alimentare una fase di stagnazione e recessione, cui si avviluppano alimentandosi l’un l’altro diversi fattori, tra cui il rallentamento se non il crollo della produzione industriale (anche a causa della progressiva deindustrializzazione implementata dagli effetti e dalle conseguenze delle guerra combattuta sul suolo ucraino, dall’inflazione dagli effetti delle politiche protezionistiche e dei dazi dell’amministrazione Trump), la perdita di competitività internazionale anche per la contrazione dell’export e la scarsa attrattività per gli investimenti, la finanziarizzazione dell’industria e in generale del dato reale (la struttura della produzione di merci).
Allargando poi lo sguardo al più generale orizzonte occidentale (e all’imperialismo), il contesto è comunque analogo e simili sono stati gli strumenti usati per arginare la crisi di valorizzazione: il mutamento tecnologico del ciclo produttivo (in primis, con l’implementazione della automazione e della digitalizzazione, della robotizzazione e dell’IA, la razionalizzazione della gestione dei flussi logistici); la concentrazione di capitali (che ha assunto ovviamente un piano globale e che ha investito tutti i settori produttivi oltre ai canonici acciaio e materie prime naturali); l’adozione di misure protezionistiche e daziarie (che per l’amministrazione Trump sono anche il mezzo per affrontare l’eccessivo indebitamento federale e il disavanzo, a cui consegue l’indebolimento del dollaro e la sua perdita di credibilità internazionale, il rischio di esplosione della bolla finanziaria e la necessità di una parziale reindustrializzazione, al netto della difficoltà nei tempi e nei modi) e sanzionatorie; la finanziarizzazione ormai estesa a tutta l’economia; l’attuazione di politiche di
austerità che si sono tradotte in precarietà, tagli ai salari e ai servizi sociali e alla tutele che continuano a peggiorare le condizioni di vita della classe lavoratrice.
Tutti strumenti che sono favoriti e alimentati dal processo di centralizzazione dei capitali (indistintamente dalla propria formazione, da rendita ovvero da profitto) che permette appunto di reperire le risorse necessarie (materiali e politiche) per l’innovazione tecnologica, il comando sul lavoro vivo, la necessaria razionalizzazione per affrontare la competizione globale alle singole borghesie (come detto, tendenzialmente anche militare) in un contesto determinato dalla scarsità e limitatezza delle possibilità offerte da un pianeta sull’orlo dell’irrimediabile catastrofe ambientale.
E quindi le misure e la finalità espressa della legge di bilancio per il prossimo anno sono la rivendicazione indubitabile del ruolo organico e attivo dell’Italia nell’assetto imperialista: la precisa e disciplinata collocazione in ambito NATO della propria politica estera e della propria proiezione internazionale nel contesto della ridefinizione dei ruoli egemonici globali.

L’adesione subalterna del governo Meloni a questo ambito comporta e giustifica il convinto sostegno alle politiche colonialiste dell’entità sionista e la complicità politica e materiale nel genocidio del popolo gazawi, giustificate con la menzogna propagandistica del diritto alla difesa israeliano utilizzata per coprirne e anestetizzarne i crimini e le atrocità.
L’Italia continua infatti, come sempre ha fatto, a mantenere immutate e profittevoli relazioni militari, commerciali e diplomatiche, anche accademiche, con l’entità coloniale genocida contribuendo alla normalizzazione della colonizzazione sionista delle terre di Palestina e legittimando lo sterminio e la pulizia etnica della popolazione di Gaza. L’entità coloniale sionista Israele, tra il 2022 e il 2024, è stato l’ottavo esportatore di armamenti a livello mondiale. E l’Italia ha contributo a questo posizionamento: infatti, nel biennio 2023-2024, in pieno genocidio, l’Italia ha quintuplicato le sue importazioni di armi.
Leonardo Spa, colosso italiano della produzione bellica a controllo pubblico (che, nei fatti, ha anche espresso l’attuale Ministro della Difesa Guido Crosetto, proprio consulente per diversi anni) e le società da questo controllate, sono protagonisti nella vendita di aerei ed elicotteri da combattimento (o parti di essi), di droni e nella trasformazione dei bulldozer in armi per la distruzione e la demolizione massiva di ogni abitazione, moschea e infrastruttura civile palestinese (dalle ultime statistiche emerge che sono stati distrutti l’83% degli edifici di Gaza). Al genocidio si affiancano tragicamente tanto il domicidio, quanto l’ecocidio e l’olocidio: cioè, l’annientamento deliberato e sistematico dell’intero tessuto sociale e ambientale del popolo gazawi. 
La falsa tregua dettata da Trump  il cessate il fuoco a oggi è stato violato 497 volte a quando scriviamo, con continue stragi che hanno causato 342 martiri e 875 donne, uomini, bambine e bambine feriti e mutilate dalle bombe, la Cisgiordania è assaltata da esercito e coloni, alla Knesset è stata votata la pena di morte su base etnica, oltre 4.000 metri quadri di terra a sud del Libano sono stati sottratti da Israele anche con la costruzione di un nuovo muro che ne sancisce il possesso – non ha fermato il genocidio.
In questo momento l’inverno è ormai giunto, continua a piovere e i profughi che abitano sulle macerie di ciò che resta hanno difficoltà anche a dormire e sopravvivere nelle tende.
Il Guardian ha recentemente svelato che il vero piano dell’amministrazione statunitense prevede che la zona occupata dall’entità sionista, corrispondente peraltro a oltre il 53% del territorio di Gaza, resti militarizzata sotto il controllo misto sionista e della costituenda forza internazionale (che ha già ottenuto il sostegno dei complici governi arabi), e che l’invivibile “zona rossa” sia il nuovo luogo (campo?) di concentramento dei gazawi privati di qualunque possibilità di autonomia alimentare (la parte attualmente occupata da Israele corrisponde precisamente a quella a uso agricolo). Per un’economia che era nei fatti già strutturalmente prigioniera del capitalismo israeliano per il tramite di restrizioni ai movimenti di merci e persone sostenute militarmente anche attraverso il controllo israeliano delle frontiere, nonché subordinata alla quasi totale dipendenza dai flussi di capitale esteri, dapprima il genocidio e poi la futura “detenzione” in un fazzoletto di terra rappresenta una soluzione esiziale.
Una terra che comunque fa gola alla speculazione internazionale e ai grandi fondi di investimento: già si sprecano le stime dei capitali necessari per la ricostruzione e le finestre economiche che queste possono aprire per le mire delle grandi multinazionali del settore e dei governi mondiali (il ministro ultranazionalista sionista Smotrich ha platealmente definito la ricostruzione di Gaza una miniera d’oro immobiliare).
Limitandoci all’Italia, già il 15 agosto scorso si è tenuta la prima riunione del Governo con i ministeri interessati alla ricostruzione con l’obiettivo espresso di coinvolgere anche i soggetti privati potenziali attori della gestione della stessa (tra questi, i grossi attori dell’edilizia nazionale: Cementir, Buzzi e Webuild). ENI, tra le altre compagnie petrolifere, gode poi della concessione di licenze illegali offerte dall’entità sionista per l’esplorazione dei giacimenti di gas al largo delle coste di Gaza. Anche la Bei e la Commissione europea lavorano a un piano di ricostruzione e, a fine settembre 2025, hanno annunciato la firma con l’Autorità monetaria palestinese di una linea di credito da 400 milioni di euro per sostenere la ripresa economica in Palestina. Niente altro che l’ennesima dimostrazione di come ogni distruzione (e le conseguenze di queste) sia comunque fonte per la creazione di nuova accumulazione e una importante boccata d’ossigeno per il capitale oggi finanziarizzato.
Tutto ciò si scontra – e non potrebbe essere altrimenti – con la caparbietà e la tenacia del popolo palestinese e con il complesso della resistenza a Gaza che non sono state spezzate nonostante l’entità dell’attacco militare portato dalla macchina bellica sionista dall’inizio del genocidio, la distruzione e l’assedio a questo conseguiti. 

Una resistenza eroica che è riuscita non solo a infliggere pesanti perdite a un nemico organizzato e tecnologicamente avanzato, ma che ha impedito, colpo dopo colpo, martire dopo martire, il realizzarsi di pressoché tutti gli obiettivi militari e politici prefissati dall’entità sionista dopo l’operazione “diluvio di Al Aqsa” lanciata il 7 ottobre 2023 dalle forze congiunte della resistenza.
Una resistenza che è continuata anche dopo la falsa tregua con il dignitoso rigetto di ogni forma di soluzione “pacificata” che eluda il diritto alla autodeterminazione del proprio popolo e che costringa la propria resistenza armata alla smilitarizzazione e alla sua neutralizzazione quale (unica) necessità storica contro il colonialismo sionista.
Il netto rifiuto di ogni tradimento di questo obiettivo storico e politico (una Palestina unica e unita dal fiume sino al mare) e l’opposizione, in ogni forma politico-militare, all’ennesimo piano che riduca la popolazione gazawi all’impotenza, alla sopravvivenza subordinata alla dipendenza dagli aiuti internazionali, in un bantustan sempre più ridotto e assediato. La denuncia, tutta politica e combattente e affatto morale, che il piano di dipendenza disegnato da Trump e dalle monarchie arabe complici sui corpi dei vivi e dei martiri diventerà irrealizzabile grazie alla continuazione della resistenza quale baluardo contro la disgregazione di un intero popolo e contro la rinnovata stabilità coloniale sionista.
In questi passaggi è possibile leggere la resistenza palestinese, ribadiamo, in ogni forma in cui il suo popolo la declina da oltre 75 anni, nei termini più complessivi di posizionamento quale cuneo posto nelle contraddizioni e nelle tendenze disegnate dalla riorganizzazione dell’ordine internazionale che sinteticamente abbiamo cercato di descrivere nelle righe che precedono.
E questo posizionamento non può che essere anche il nostro, consci della responsabilità che esso impone nella consapevolezza che gli scenari da affrontare richiederanno unità e organizzazione per resistere anche a forme repressive e di controllo sempre più pervasive. Invero sono in discussione e in atto misure tese al disciplinamento e alla reazione, anche preventiva, alle possibili resistenze sia in termini di insubordinazione, spontanea od organizzata, che di lotta di classe.

Il razionale slittamento verso forme di democrazia e/o statuali sempre più autoritarie è attualmente una necessità delle borghesie nazionali. Al rafforzamento globale del complesso militare-industriale consegue dialetticamente l’accentramento autoritario del comando decisionale ideologico-politico diretto anche ad assuefare i popoli allo stato di guerra. Il Governo Meloni, come più volte
denunciato, razzista e regressivo, rappresenta il garante perfetto della irreggimentazione dei rapporti sociali. La tendenza alla guerra non può infatti che avere delle ricadute materiali sul fronte interno. Non si contano ormai più le provocazioni poliziesche e la gestione “muscolare” delle piazze, le denunce, le perquisizioni, gli avvisi orali, le misure cautelari contro militanti che lottano contro il genocidio del popolo palestinese, contro la guerra e il Governo Meloni. All’approvazione del DDL 1660 sulla cosiddetta sicurezza, che già è utilizzato per colpire e creare un clima di intimidazione nei confronti della conflittualità sociale, all’utilizzo arbitrario e discriminatorio di misure di polizia e dell’espulsione contro che si oppone al genocidio (emblematico il foglio di via dalla città di Milano contro il presidente dell’API Mohammad Hannoun, e la restrizione nel CPR di Caltanisetta per l’espulsione di Mohamed Shahin, figura storica della comunità islamica torinese), alle zone rosse e al loro portato razzista, all’attacco al diritto di sciopero, si affianca il DDL 1627 (promosso dal fascista Gasparri) che intende nei fatti colpire e criminalizzare l’antisionismo equiparandolo tout court all’antisemitismo e all’odio razziale, introducendo altresì l’obbligo di segnalazione e di denuncia nei confronti del corpo docente che progetti lezioni che trattino criticamente Israele e l’occupazione sionista in Palestina.
Nell’intenzione dei promotori, nei fatti, è tacciare di antisemitismo ogni critica a Israele. L’infamità di questa accusa è palese e intollerabile. Ogni ulteriore definizione è superflua.
Ma in realtà esplicita, ove ve ne fosse ancora bisogno, l’ipocrisia di ogni peana a difesa della libertà di espressione, di ogni apologia del diritto borghese e della supposta superiorità della cosiddetta democrazia occidentale. Democrazie liberali che da un lato legittimano e giustificano con la propria attiva complicità un genocidio (ovvero si disinteressano che avvenga, essendo le vittime considerate barbare o quantomeno culturalmente fuori standard), dall’altro reprimono chi si oppone arrivando a perseguire ed espellere selettivamente ogni voce discordante con l’ordine occidentale.

La Palestina, la tendenza globale alla guerra diffusa e all’economia di guerra, la predisposizione di misure atte alla spinta all’accelerazione dello slittamento della democrazia cosiddetta liberale in forme inedite di autoritarismo e restringimento delle stesse libertà considerate con un eccesso di miopia ineluttabili e comunque date, gli attacchi agli strati proletari e alle loro condizioni di vita, sono i processi cui dobbiamo contrapporci affrontandoli con un attivo protagonismo.
Ma ciò non è sufficiente se manca un’organizzazione che sia all’altezza di queste sfide e che sia complessiva. Ed è compito di ogni realtà sociale e sindacale, di ogni struttura organizzata, da un lato l’assunzione della medesima responsabilità nei confronti della sfida da affrontare e dall’altro la convergenza che comporti una reale unità di intenti e la costruzione di percorsi di lotta che abbiano come comune denominatore il portato che ci offre la strenua resistenza palestinese: la consapevolezza dell’essere dalla parte giusta della storia, la scelta chiara e radicale di quello che è il nostro ruolo nel perseguire e costruire i percorsi di emancipazione collettiva.
E allora la costruzione di un movimento orizzontale che si limita alla mera solidarietà seppur non episodica, nei fatti declinata esclusivamente sul piano dell’indignazione per le tragiche conseguenze del genocidio (siamo tutti e tutte immersi e immerse nelle immagini delle distruzioni criminali, delle stragi, dei corpi straziati, delle orrende risate dei persecutori sionisti), risulta asfittica e anche quando riesce a produrre manifestazioni importanti con amplissima partecipazione non determina alcun avanzamento stante l’assenza di ricadute costanti e stabili.
Il movimento di solidarietà è riuscito a esprimere differenti forme incisive e inedite di lotta (dal blocco dei porti, delle autostrade, all’esteso boicottaggio dei prodotti israeliani, all’occupazione di università, a diversi scioperi generali molto partecipati dalla classe operaia finache al sentimento “banale” del riconoscersi tra simili in metropolitana perché si ha una spilletta con una semplice fetta di anguria o si indossa una kefiah) che indicano una direzione di lotta che però è necessario allargare e trasformare in complessiva per fargli fare un salto di qualità. Ogni corteo, ogni opposizione a uno sfratto, ogni sciopero, ogni possibile lotta da praticare deve avere una valenza ricompositiva cui va data una prospettiva in senso anticapitalista. Ogni mobilitazione deve essere un passaggio utile tanto per saturare gli spazi metropolitani e i luoghi del conflitto impedendone la normalizzazione, quanto per investire il tempo nella costruzione di ulteriore mobilitazione e di un’organizzazione pronta a rispondere alla prossima offensiva della borghesia rilanciando e generalizzando il conflitto sociale e di classe e affrontando i passaggi ineludibili che questo comporta.
Le giornate di sciopero generale di venerdì 28 novembre e di mobilitazione nazionale di sabato 29 novembre con cortei a Milano e Roma possono rappresentare quella occasione di convergenza tra realtà politiche e forze sociali, tra sindacati conflittuali e associazioni di base che segnino questi passaggi e che diffondano, se virtuosamente assunte da tutti e tutte non quali palcoscenici di rappresentanza di bandiera e/o di organizzazione, ulteriori occasioni per vaste mobilitazioni di opposizione al genocidio del popolo palestinese, alle politiche governative e al nuovo ordine di guerra e che stimolino i processi di cui sopra.
La scelta e il terreno su cui dobbiamo misurarci è ancora una volta quella tra il governo della guerra, del profitto e delle conseguenti politiche antiproletaria e repressive, e un’alternativa di sistema che superi lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna e sulla natura.


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