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24 gennaio Partigiani ieri-Partigiani oggi! CORTEO a fianco del popolo palestinese per la sua Autodeterminazione. Per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi.

PARTIGIANI IERI – PARTIGIANI OGGI

Sabato 24 gennaio concentramento ore 15 Piazza Loreto angolo via Andrea Doria alla lapide dedicata ai 15 partigiani milanesi trucidati dai nazifascisti il 10 agosto del 1944.L’API – Associazione dei Palestinesi in Italia – prima della partenza del corteo, deporrà sulla lapide un mazzo di garofani rossi come segno di rispetto, di continuità di valori e di condivisione della lotta contro la dittatura fasciste a e l’occupazione nazista di ieri che continua oggi contro imperialismo, fascismo e sionismo!

NO ALLA GUERRA IMPERIALISTA!

NO AL RIARMO! NO ALLA MILITARIZZAZIONE DELLA SOCIETA’!

NO AI DDL SICUREZZA! NO ALLA REPRESSIONE! NO ALL’ EQUIPARAZIONE TRA ANTISIONISMO E ANTISEMITISMO!

Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Ryad Albustanji e Anan Yaeesh e Ahmad Salem.

COLPEVOLI DI ESSERE PALESTINESI. LIBERI SUBITO!

LA SOLIDARIETA’ NON SI ARRESTA! LA RESISTENZA NON E’ TERRORISMO!

 Una riflessione per brevi punti da leggersi con calma per facilitare la lettura della complessità della trasformazione epocale in cui ci troviamo. Come sempre partiamo dal quadro generale per arrivare alla repressione e agli arresti dei nostri compagni di lotta.

@  Trump annuncia un “Board of peace” che lavori per…la pace nel mondo. Un nuovo consiglio di guerra alla cui testa Trump si è auto collocato come capo eterno e supremo. Un consiglio a cui sono stati invitati Putin e Netanyahu, Erdogan e Lukashenko, Al Sisi, Milei e l’ex premier inglese Blair…Sarebbe tema da film di satira che ridicolizzi questi personaggi se non fosse che invece è chiara espressione di un cinico disegno politico che, facendo saltare ogni ipocrita regola del diritto internazionale e rovesciando ogni tavolo delle alleanze consolidate dal dopoguerra ad oggi, possa prendere in tendenza il posto di ONU e della stessa NATO svuotandole di ogni funzione. Il progetto trumpiano, confuso e contraddittorio per l’eterogeneità degli interessi in gioco, è dare organicità operativa  senza più limiti né remore, a un nuovo blocco di nazioni da raccogliere intorno al comando degli Stati Uniti che lavori per contenere l’espansionismo commerciale e politico cinese, contenderle l’acquisizione di nuovi mercati (e alleanze) e l’appropriazione di risorse e fonti energetiche (con un occhio di riguardo per le cosiddette “terre rare” indispensabili per le nuove tecnologie) che permettano di contendere “con le buone o con le cattive” l’emersione di un nuovo e ancora contradditorio aggregato degli stati ora parte dei BRICS. E’ un intero sistema egemonico e di dominio ormai in crisi, aggredito dalle contraddizioni interne ed esterne. Il crinale su cui stanno scivolando gli USA è dato dal clima di guerra civile in diverse metropoli fomentato dalla nuova “gestapo” ICE, alle conseguenze dell’estrema difficoltà di controllare un debito pubblico ormai insostenibile e sull’orlo del default oggi anche stretto nell’inedito conflitto tra poteri – Presidenza e Banca Centrale – sui tassi nei quali si alternano le paure governative di incrementare il processo di dedollarizzazione in caso di diminuzione dei rendimenti (e di progressivo sgretolamento del ruolo di valuta di riserva) e quindi della appetibilità dei buoni del tesoro, ovvero dall’inflazione e dall’impossibilità di sostenere i già bassi investimenti nella produzione e nei consumi in caso di ulteriore slittamento di politiche espansive per la mancanza convenienza di prestiti a tassi ritenuti troppo alti. Un modello sistemico che diventa cartina di tornasole dello stadio raggiunto dal modo di produzione capitalistico, sempre più schiavo di finanza e speculazione. 

@  In questa proiezione strategica vanno inquadrate l’interesse criminale e da predone per l’Amazzonia come zona geografica con un’ enorme disponibilità di acqua potabile, l’aggressione al Venezuela, le minacce al Messico, a Cuba, alla Groenlandia e naturalmente anche il “disinteressato” sostegno alle legittime rivolte popolari in Iran frutto di un decennale embargo e dell’assommarsi di molte contraddizioni ora esplose con traiettorie molto diverse e antitetiche tra loro. Con ogni mezzo necessario, ci tiene a sottolineare Trump, senza alcuna parvenza di rispetto dello stesso ipocrita diritto internazionale, a tal punto da minacciare ritorsioni economiche e non solo verso i paesi europei che hanno annunciato di voler stabilire in Groenlandia un presidio militare per difenderla … da una possibile invasione russa o cinese mentre sono evidentemente gli USA che annunciano e confermano la loro volontà di metterla definitivamente sotto il loro controllo politico, economico e militare … con le buone o con le cattive. Anche in questo caso il racconto sarebbe più soggetto da barzelletta se non fosse che la Meloni, schierata politicamente con Trump, conferma con serietà il suo miserabile prono servilismo blaterando su un suo etereo ruolo di mediazione. Nel frattempo il progetto trumpiano di un nuovo ordine mondiale funzionale alla sopravvivenza dell’imperialismo USA fondato sulla dipendenza dal dollaro di ogni transazione sulle materie prime, sul ricatto economico verso i paesi subalterni e sulla strapotenza militare, travalica ogni regola formale di rispetto delle relazioni internazionali a tal punto da invitare l’alleato criminale Netanyahu, sulla cui testa pende un mandato di cattura internazionale per crimini contro l’umanità, a presenziare con questo Board of Peace, la verifica dell’attuazione della seconda fase degli accordi per la “pace” a Gaza. Sono l’attuazione degli obiettivi del documento denominato “National Security Strategy” che teorizza appunto gli assi strategici su cui fondare il sempre più complesso tentativo di mantenere una posizione dominante a forza di potenziamento militare e di guerra ibrida (commerciale e in armi). Mentre la Resistenza palestinese dà ancora una volta un segnale di responsabilità per la sofferenza del proprio popolo riconoscendo il nascente Comitato Nazionale per l’Amministrazione di Gaza, gli USA in continuo disprezzo degli accordi firmati, consegnano invece nuovi aerei da combattimento F-35 all’ IDF responsabile di numerosissime interruzioni al cessate il il fuoco.

@  Non ci vogliamo ripetere ma è sempre più evidente come la crisi globale del modo di produzione capitalistico fondato sulla massimizzazione del profitto e delle conseguenti indefinite produzione e consumo di merci e sullo sfruttamento intensivo del lavoro (K.Marx lo indicava come capitale variabile) si stia evolvendo in uno scontro globale tra imperialismo e potenze concorrenti in una tendenza alla guerra che sta trasformando le priorità degli apparati e della organizzazione produttiva. A ciò è funzionale, nella trasformazione autoritaria delle istituzioni cosiddette “democratiche”, lo svuotamento delle funzioni del parlamento come organo deputato allo svolgimento della democrazia rappresentativa e l’accentramento del comando nelle mani dell’esecutivo se non direttamente nei “pieni poteri” del “capo o della capa” di turno.

@  L’attuale deriva autoritaria e culturalmente fascista sembra essere quella che, in questa fase, meglio interpreta la tendenza alla guerra e all’irregimentazione sociale ad essa utile. Lo scriviamo sugli appelli e sui comunicati, lo diciamo da sempre negli interventi in piazza: non siamo nel 1922, non più è necessaria la marcia su Roma ma, dopo anni di campagne di revisionismo storico e il cedimento dal punto di vista valoriale di ciò che è rimasto della cosiddetta “sinistra” istituzionale, giorno dopo giorno avanza a grandi passi il processo di “fascistizzazione” delle istituzioni e in generale dell’irregimentazione di massa in una subcultura fondata su obbedienza, retorica populista, autoritarismo, militarismo e nazionalismo, gerarchizzazione della società, culto della capa … e in sostanza il recupero dell’identità sub valoriale, questa sì propriamente fascista, del ventennio mussoliniano. Ma facciamo attenzione, il nostro non è un semplice “allarme antifascista” o una chiamata alla piazza antifascista perchè questo sarebbe ridurre e banalizzare la grande complessità delle trasformazioni epocali nell’idiota esposizione di qualche gagliardetto nero o all’aumento del numero delle camice nere in circolazione o dei “sieg heil”, il saluto al furher con il braccio teso. La (sub)cultura dell’autoritarismo e della formazione della possibilità di un comando diretto tra il/la comandante e il suo popolo (in armi) è funzionale a un progetto di società che si muove a grandi passi verso la guerra e con la trasformazione dell’organizzazione produttiva in un’economia di guerra con produzione di armi e di nuove tecnologie in grado di supportare le nuove guerre ibride. Questa “militarizzazione” della società va sostenuta con un consenso di massa, con la repressione del conflitto sociale, e con l’obbedienza alle decisioni della capa o del capo. La stessa società nella sua interezza va rimodellata in un senso gerarchicamente piramidale. Bellicismo, patria, famiglia, una religione che diventi tutt’uno con il popolo e che investa il vertice dell’onore e dell’onere di guidarlo nel pericolo. Tutto questo è ormai quotidianità, ma questa cos’è se non (sub)cultura fascista? Quello che poniamo non è un problema squisitamente ideologico, di naturale e legittima insofferenza davanti alla prevaricazione, al razzismo, al sessismo, all’omofobia. Questi (sub)valori di riferimento della destra fascista vengono oggi ripresi e sparsi a piene mani perchè utili al potere economico come nel ventennio fascista. Il fascismo non è un mostro strano che esce dalle pieghe buie della storia, o figlio di qualche folle dittatore(lasciamo questa concezione alle interpretazioni idealistiche della storia, incapaci di porlo nello scontro tra gli interessi inconciliabili tra le classi). Il fascismo nelle sue molteplici forme, dalla dittatura conclamata alla “democratura” è e rimane il cane da guardia del potere economico, è il volto più feroce dell’ordine costituito borghese, è il manganello che la mano inguantata del padrone non vuole impugnare, è la repressione contro chi si oppone, è la matrice delle politiche sicuritarie, è il ricatto tra miseria e un posto di lavoro da servi sfruttati senza neanche dignità formale, è la forma trasparente della dittatura di una classe sulle altre.

@  Davanti a questi processi in evoluzione, davanti al procedere di questa crisi economica, diventa necessario comprendere come questa tendenza alla guerra incida profondamente e materialmente sulle nostre vite, come impoverisca i nostri salari, come abbatta garanzie e diritti, come gli investimenti miliardari in armamenti e nelle nuove tecnologie ad esse funzionali, tolgono speranza e futuro rubati al sociale, alla sanità, alla casa, ai trasporti, al recupero dei territori, alla gestione dell’ambiente. La tendenza alla guerra è espressa chiaramente nell’ennesimo pacchetto sicurezza in discussione il 27 gennaio nel parlamento, nelle nuove misure repressive che criminalizzano e reprimono ogni forma di opposizione, nell’azzeramento di qualsiasi mediazione “democratica”. La tendenza alla guerra è evidente nel passaggio al comando diretto. Sostanzialmente la classe al potere, i padroni, stanno facendo la loro parte di lotta di classe mentre ancora noi, un noi collettivo, come classe e come strutture che in questa agiscono, non abbiamo ancora compreso come sia indispensabile ricomporre ogni ambito di conflitto senza più tenere separate la vertenzialità sociale e la lotta nei luoghi di lavoro, la protesta studentesca e giovanile con la solidarietà internazionalista, la lotta sui diritti ad un progetto di società diversa e alternativa all’attuale. Senza questo strappo saremo destinati al galleggiare sulle contraddizioni, alla rincorsa dei fuochi spontanei “antisistema” senza collocarli in un’ottica anticapitalista, a esprimere ogni sforzo e ogni energia in singole vertenze, anche disposti a pagarne il prezzo dal punto di vista repressivo, senza però essere in grado di dargli una prospettiva di classe. Dobbiamo essere in grado di costruire e generalizzare il conflitto su ogni terreno di scontro a partire dal provare a incidere sulla struttura, sui rapporti economici, sulle condizioni materiali senza mai separarli da una battaglia di valori sempre più necessari per dare il senso di una prospettiva di società e di vita. Sbaglia profondamente chi tende a tenere separate queste due componenti organicamente legate tra loro. Un approccio dialettico alle contraddizioni non può considerare la sovrastruttura (per dirla breve la cultura e il campo del pensiero fino alle ideologie) come semplice ricaduta deterministica della struttura economica, della materialità delle condizioni economiche: la prima influenza infatti e si pone in stretto rapporto con la struttura stessa e quindi i rapporti di produzione ad essa propri. E, di converso, sbaglia profondamente anche chi invece separa la condizione materiale dalle contraddizioni “sovrastrutturali”, privilegiandole e trasformando la battaglia sui diritti individuali in elemento centrale perché ciò collocherebbe ogni rivendicazione anche legittima e corretta su un piano di compatibilità e di irreversibile generico riformismo sociale.

@ LA SOLIDARIETA’ NON E’ REATO LA RESISTENZA NON E’ TERRORISMO

Nel fine settimana scorsa la giustizia sionista e di stato ha dato l’ennesima prova di barbarie e di contradditorietà. Il processo farsa contro Anan, Ali e Mansour si è concluso con l’assoluzione di Ali e Mansour e la condanna in primo grado per Anan Yaeesh. L’impianto accusatorio era basato sull’individuazione di “cellula terroristica” in Italia ma, alla prova dei fatti, questa accusa non ha retto e Anan è stato condannato a una pena di 5 anni e 6 mesi esclusivamente per aver compiuto atti di resistenza in Cisgiordania contro caserme dell’ IDF. Una Resistenza partigiana che per l’entità coloniale sionista Israele è ovviamente equiparabile a terrorismo al contrario di quanto sancito dalla carta delle nazioni Unite oltre e soprattutto scritto con il sangue dei martiri nella storia dei movimenti di liberazione nazionale. Anche nel caso dell’udienza del riesame tenutasi a Genova lo scorso lunedì contro i nostri amici e compagni di lotta dell’Associazione dei Palestinesi in Italia arrestati il 27 dicembre, e contro l’Abspp – Associazione benefica di solidarietà al popolo palestinese –si è incrinata la montatura politico giudiziaria svelando il senso esclusivamente persecutorio di questo gravissimo atto repressivo. Aspettiamo, come il loro collegio di difesa, di poter leggere la sentenza che però indica nei fatti come sia stata rigettata la volontà di utilizzare documenti presentati dai servizi segreti israeliani che con accuse di finanziamento al “terrorismo”. Se questo è certamente un dato positivo che ha portato alla scarcerazione di tre degli imputati, rimangono tuttora detenuti in carceri di massima sicurezza senza possibilità di accesso a visite familiari, i nostri compagni Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly e Ryiad Albustanji. Il ricorso in Cassazione speriamo possa aprire loro le porte del carcere. L’udienza del riesame  si è però svolto in una fase di guerra alla magistratura in vista del prossimo referendum da parte del governo Meloni che insieme a Piantedosi hanno rincarato la dose con comunicazioni ufficiali sulla loro “colpevolezza” con una forte e indebita pressione sui magistrati. Tutte e tutti noi l’abbiamo invece detto e rivendicato con forza dal primo giorno, denunciando la miserabile campagna di stampa mirata alla loro criminalizzazione, l’abbiamo urlato nelle piazze insieme a tutte e tutti coloro che conoscono il loro impegno e la loro dedizione alla causa del loro popolo che sta subendo la pulizia etnica e il genocidio per mano dell’entità coloniale sionista israele. La loro unica colpa è quella di mettere in pratica il valore indiscutibile e irrinunciabile della solidarietà con campagne di raccolta fondi a sostegno del popolo palestinese. Noi tutte e tutti abbiamo condiviso molti dei loro progetti, noi siamo al loro fianco, la Milano palestinese è al loro fianco perché loro sono parte di quel grandissimo movimento di solidarietà che si è schierato dalla pare giusta della storia contro la barbarie e la disumanità sionista. Loro erano e sono un ostacolo per la narrazione dei sionisti e dei loro servi e complici in Italia e per questo sono stati arrestati, loro hanno animato le piazze di Milano e di Genova in questi ultimi 27 mesi e noi tutte e tutti rivendichiamo la solidarietà nei loro confronti e nei confronti delle loro famiglie.

CONTRO IMPERIALISMO E SIONISMO, FASCISMO E SICURITARISMO.

CONTRO I NUOVI DECRETI “SICUREZZA” 

CON LA PALESTINA CHE RESISTE E CON LA SUA RESISTENZA

Ricordiamo che è sempre aperta la campgana di sottoscrizione per Gaza. 

Per info sui destinatari e sulle modalità dei versamenti vai sul sito ricostruiamoasilovik.it

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