Note di approfondimento sugli interessi complessivi in gioco e le motivazioni strutturali dell’aggressione imperialista e sionista all’Iran.
Dopo la scellerata operazione militare contro il Venezuela e l’inaudito e clamoroso rapimento del presidente Maduro e di sua moglie, da sabato mattina è in corso un’ulteriore criminale aggressione imperialista nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran.
Un’aggressione su larga scala che tra le prime vittime ha annoverato l’anziana guida suprema Khamenei oltre a imporre il solito lugubre tributo di sangue alla popolazione civile (interi quartieri di Teheran e delle principali città, ospedali e scuole sono stati bombardati indiscriminatamente; un bilancio che già annovera oltre 800 morti e tragicamente destinato ad aumentare mentre stiamo scrivendo).
Al pari degli attacchi del 2025, anche in questa occasione, erano ancora in corso i complessi ma ricattatori negoziati aventi ad oggetto la tecnologia nucleare e il disarmo di fatto, mediati dall’Oman.
Negoziati che, stante la natura delle richieste sempre più irricevibili avanzate e in sostanza dirette alla capitolazione preventiva delle possibilità di difesa iraniane, non potevano che essere infranti ovvero condurre all’unica reale conclusione già programmata nelle agende di Trump e Netanyahu: il tentativo di schiacciare l’unico attuale esempio di autonomia nazionale dell’intera regione alternativo e ostile al progetto colonialista sionista e agli interessi imperialisti statunitensi nell’area. In buona sostanza, l’esplosione di fatto – o l’ultimo passaggio – della strategia di progressivo indebolimento dell’Iran composta da sanzioni sempre più micidiali per l’economia del paese e dalla contestuale operazione di isolamento internazionale.
Interessi convergenti e talmente innervati nel progetto sionista sin dalla creazione di Israele – nonché dal ruolo e funzione a quest’ultimo assegnato dalle potenze occidentali, UK e Francia in primis – da rendere pressoché indistinguibile dove inizi la proiezione espansionistica sionista sull’intera area (il sogno biblico della Grande Israele peraltro recentemente richiamato dall’ambasciatore USA Mike Huckabee) e dove la necessità imperialista del rigido controllo e assoggettamento verticale di un’area strategica e decisiva per l’intero capitalismo globale alimentato ancora e in gran parte dai combustibili fossili.
Una regione che per l’imperialismo non è fonte di diretta appropriazione (a maggior ragione oggi allorché gli USA sono ormai esportatori netti di idrocarburi e pressoché autosufficienti nella loro estrazione e raffinazione), bensì motivo storico di rigida vigilanza delle vaste risorse presenti attuato attraverso il mantenimento sotto stretta dipendenza economica, finanziaria e militare del loro sfruttamento e delle borghesie dei paesi estrattori.
Ciò unito all’obbiettivo sempre più strategico di evitare che la commercializzazione su rotte non controllate e indipendenti favoriscano lo sviluppo di potenze regionali autonome o collegate ad alleanze che, in scala complessiva, sono in competizione strategica per l’egemonia politica ed economica.
Un dominio che nei decenni seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale ha garantito agli USA profitti eccezionali contribuendo altresì in maniera decisiva al rafforzamento del dollaro quale valuta di scambio e di riserva. Lo sgretolamento di un ruolo (e una funzione) fortemente indebolito anche dal crescente spostamento di capitali fuori dal controllo USA, nonché dalla riduzione degli investimenti strategici in acquisto di dollari (e dei titoli pubblici e privati connessi).
Basti osservare come nell’ultimo quinquennio è costante e progressivo l’abbandono della Cina – che storicamente ha sostenuto il debito americano e conseguentemente lo “american way of life” investendovi il proprio notevole surplus commerciale – delle riserve di titoli del Tesoro statunitensi. Un indebolimento che trova altresì linfa dal forte declino di competitività del capitalismo statunitense[1] e squilibrio finanziario ormai insostenibile stante il forte peso delle passività del debito (e degli interessi su queste) verso il resto del mondo in esponenziale aumento anche per l’incremento altrettanto esponenziale della spesa militare operata dal governo federale USA. Al progressivo disimpegno USA nell’alleanza atlantica con l’imposizione agli alleati di incrementare le spese militari, non corrisponde di certo un freno al proprio riarmo.
L’adozione di misure protezionistiche non ha rallentato il declino ma si sono rivelate sostanzialmente controproducenti: nel quarto trimestre del 2025 il PIL degli Stati Uniti ha registrato una brusca frenata e l’inflazione è cresciuta più del previsto[2].
A tal fine mantenere sotto il proprio giogo finanziario le petromonarchie del Golfo, anche attraverso l’imposizione di effettuare le transazioni di petrolio e gas esclusivamente in dollari, è ancor più indispensabile per l’imperialismo statunitense per continuare a drenare rendita sicura e sostenere il ruolo del dollaro quale moneta di riferimento per gli scambi. Lo scambio da sempre con la protezione militare statunitense diventa anzi per l’imperialismo ulteriore motivo del rafforzamento della propria presenza militare nell’area.
Tali finalità sono state peraltro confermate anche nelle recenti linee espresse dalla National Security Strategy (NSS) dello scorso novembre che, in perfetta continuità con le politiche imperialistiche condotte dagli USA dal 1945, hanno tratteggiato tra gli interessi fondamentali statunitensi quello di “garantire che le forniture energetiche del Golfo non cadano nelle mani di un nemico dichiarato, che lo Stretto di Hormuz rimanga aperto, che il Mar Rosso resti navigabile, che la regione non diventi un incubatore o un esportatore di terrorismo contro gli interessi americani o il territorio nazionale degli Stati Uniti, e che Israele rimanga sicuro. Possiamo e dobbiamo affrontare questa minaccia sul piano ideologico e militare senza intraprendere decenni di infruttuose guerre di “nation-building”. Abbiamo inoltre un chiaro interesse ad ampliare gli Accordi di Abramo a più nazioni della regione e ad altri Paesi del mondo musulmano”.
Appaiono pertanto assolutamente pretestuose le goffe e contraddittorie parole spese da Trump (che ha via via ciarlato di un sostegno alla popolazione iraniana, di “regime change”, di fermare i mai provati progetti iraniani di arricchimento dell’uranio per scopi militari negati anche dall’AIEA, di atti di difesa preventiva per minacce smentite dallo stesso Pentagono e dal segretario di Stato Rubio) per cercare di celare ciò che era evidente: il consolidamento della subordinazione ai propri interessi e la militarizzazione delle rotte commerciali ivi presenti nel contesto dell’emergere di sempre più stringenti equilibri multipolari e concorrenziali inediti che minano e indeboliscono il sistema globale fondato sul dollaro e sul consenso all’ideologia neoliberale.
Una complessiva crisi di egemonia nella quale l’imperialismo USA si affanna nel tentativo di mantenere le redini dell’ordine internazionale rifiutando di mettere in discussione i meccanismi che hanno prodotto il proprio primato economico, sfruttando esclusivamente la forza e la propria potenza militare per mascherarla. Tutto ciò, unito agli effetti delle contraddizioni poste dalla fase di perdurante crisi complessiva del modo di produzione e di riproduzione capitalista (e dal grado da queste raggiunte a causa della pesante sovrapproduzione e sovraccumulazione di capitali di difficile se non impossibile valorizzazione soprattutto nella produzione reale), non può che trovare una propria riorganizzazione nell’uso, appunto rivendicato esplicitamente, della forza ampiamente intesa. Un uso della forza che permette all’imperialismo di temperare gli effetti della medesima crisi con il saccheggio e/o il controllo militare delle risorse naturali (in particolare dei combustibili fossili) abbandonando quell’idea di progresso già minato e mutato dalla finanziarizzazione e dalle nuove tecnologie e preda di una competizione internazionale con difficili probabilità di vittoria completa.
A tal fine confermare e anzi incrementare in Asia occidentale il ruolo di gendarme all’entità sionista è passaggio necessario per tenere in scacco i complessi e profittevoli flussi finanziari dell’intera area (già rimodellati con il famigerato suprematista “Board of Peace”) e controllare il terminale di partenza degli approvvigionamenti petroliferi diretti in oriente[3], per regolare i numerosi corridoi commerciali alternativi alla minaccia rappresentata dalla costruenda nuova via della seta cinese (nella quale l’Iran è passaggio e terminale fondamentale), per ostacolare o colpire ogni autodeterminazione a ciò contraria, . La gravissima aggressione lanciata da Israele e USA si colloca in questo contesto e, senza alcun determinismo, trova una propria ragione dialettica da queste contraddizioni e dalle necessità dell’imperialismo di rafforzare e consolidare le proprie posizioni, eliminando gli ostacoli che si oppongono in aree strategiche per indebolire l’avversario strategico nella competizione globale.
È evidente che il salto di qualità determinato da questo attacco comporta un rischio esiziale anche per gli stessi aggressori che, nell’unica soluzione per loro possibile (la guerra) agita per mantenere il vertice nella crisi gerarchica globale, accelerano nei fatti il rischio di una escalation oggi indeterminabile negli effetti.
A gettar ancor più benzina sul fuoco e ad aumentare tale rischio contribuisce ancor più il criminale governo Netanyahu che ha ripreso i bombardamenti in Libano e invaso via terra i territori meridionali costringendo una popolazione già martoriata ad evacuare in un esodo infinito.
Parimenti, la catastrofe umanitaria in cui versa la popolazione palestinese di Gaza, indomita nonostante l’entità dell’attacco militare portato dalla macchina bellica sionista dall’inizio del genocidio, la distruzione e l’assedio a questo conseguiti, è aggravata dalla decisione unilaterale sionista di chiudere ogni via d’accesso all’enclave palestinese. L’entità sionista ha infatti già provveduto a chiudere il passaggio da poco consentito dal valico di Rafah, costringendo i sopravvissuti a subire un inferno di sofferenza e morte. Nel mentre stessa sorte è quella dei palestinesi in Cisgiordania, anch’essa blindata per consentire l’impunito allargamento dell’occupazione di nuove terre e l’offensiva dei coloni in una spirale continua di aggressione diretta alla pulizia etnica totale.
La risposta iraniana all’aggressione ha colpito non solo i territori sotto il controllo dell’entità sionista ma anche le basi militare di occupazione imperialiste “ospitate” nella regione dai diversi paesi dell’area, obiettivi militari e le loro infrastrutture energetiche. La tattica di difesa e rappresaglia seguite sono segnate dalla volontà da un lato di allargare il conflitto e, saturando i cieli con droni e missili, cercare di esaurire le difese antiaeree sioniste e dei loro complici, dall’altro, anche con la chiusura dello stretto di Hormuz e delle sue rotte marittime e i bombardamenti alle piattaforme di estrazione e alle infrastrutture collegate, determinare uno shock energetico globale indebolendo il sistema economico mondiale e destabilizzare gli aggressori imperialisti. I costi economici della scellerata operazione militare USA/entità sionista iniziano già a mordere: il prezzo del petrolio ha già superato gli 83 dollari al barile (+18%) e quello del gas i 56 dollari per megawattora (+82%), con dirette e diffuse conseguenze sulla generalità dei prezzi.
Lo scontato e servile allineamento dell’Unione Europea e dell’UK agli aggressori sionisti e imperialisti è stato immediato con l’assurdo riconoscimento di responsabilità iraniane. Il governo Meloni tiene la posizione guerrafondaia statunitense e con dichiarazioni complici e subordinate continua a porsi nel ruolo gregario già fatto proprio con il sostegno economico, politico e militare del genocidio sionista del popolo palestinese.
Un intervento diretto quantomeno di parte della sempre più disaggregata unione è altresì all’orizzonte, con conseguente incremento dei rischi concreti e della possibilità di un’ulteriore estensione del conflitto dagli esiti imprevedibili. Infatti, le fiamme che hanno investito l’intera area sono arrivate a lambire la base britannica di Cipro.
Rimaniamo convinti che debba essere rigettata ogni possibile tentazione campista (rappresentata nel “nemico del mio nemico è mio amico”), non si tratta infatti difare una scelta di campo perché ogni ingerenza imperialista, abbandonando ogni tentazione di esaminare con le lenti del suprematismo occidentale i processi evolutivi di società con connotazioni non assimilabili alle società capitaliste occidentali, è da ritenersi criminale e tocca solo alle donne e gli uomini, lavoratori e lavoratrici iraniane trovare la strada e le modalità per la loro autodeterminazione.
Il genocidio e la pulizia etnica palestinese, le continue aggressioni dell’imperialismo in preda alle convulsioni dettate dalle contraddizioni interne, la tendenza globale alla guerra diffusa e all’economia di guerra, la predisposizione di misure atte alla spinta e all’accelerazione dello slittamento della democrazia cosiddetta liberale in forme inedite di autoritarismo, gli attacchi agli strati proletari e alle loro condizioni di vita, sono i processi cui dobbiamo contrapporci affrontandoli con un attivo protagonismo.
E’ necessario opporsi e rafforzare l’argine contro il nuovo ordine imperialista basato sulla sopraffazione e sulla predazione.
Siamo assolutamente convinti invece che la scelta e il terreno su cui dobbiamo misurarci e contrastare questi processi globali sia quello della concretezza dei bisogni materiali a partire dalla contrapposizione al governo della guerra, del profitto e delle conseguenti politiche antiproletaria e repressive, indicando collettivamente un’alternativa di sistema che superi lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, dell’uomo sulla donna e sulla natura.
CACCIAMO L’IMPERIALISMO DALL’ASIA OCCIDENTALE!
GUERRA ALLA GUERRA IMPERIALISTA!
[1]Peraltro, come era facilmente intuibile, dopo decenni di disinvestimento industriale determinato dalla ricerca della valorizzazione dei capitali in paesi con possibilità di sfruttamento della forza lavoro elevati per il costo irrisorio della stessa, non vi è stato alcun rilancio occupazionale e manifatturiero negli USA nonostante le promesse trumpiane e le corollarie misure di imposizione di investimenti in industria locale che hanno accompagnato i dazi. Ciò è ostacolato anche dalla introduzione di robotica, digitalizzazione e la concentrazione di cicli d’investimento come quello legato all’intelligenza artificiale; un’adozione di tecnologie nei processi produttivi resi ancor più obbligatori dalla concorrenza e dalla necessità di creare nuovi cicli di accumulazione.
[2]Il PIL è infatti cresciuto solo dello 1,4%, la metà delle attese degli analisti, l’espansione dell’economia è pari al 2,2%, in rallentamento rispetto al 2,8% del 2024. L’inflazione è ai massimi da febbraio dello scorso anno.
[3]Sebbene la Cina nell’ultimo anno abbia incrementato i volumi delle proprie scorte di petrolio immagazzinate a causa delle tensioni geopolitiche internazionali, dei bassi prezzi e dell’eccesso di offerta globale, nonché abbia diversificato la provenienza delle importazioni (tra cui il grosso proviene da Russia, Brasile, Canada e Indonesia); una buona parte delle importazioni stesse sono comunque ancora legate al petrolio estratto nell’area del Golfo e di passaggio nello stretto di Hormuz (ove peraltro transita il 30% del commercio di petrolio via mare e il 20% del commercio globale di gas naturale liquefatto). In particolare, di origine saudita, iraqeno e degli Emirati Arabi Uniti per un totale del 39% del suo import. A ciò si aggiunge il petrolio iraniano che, a causa delle sanzioni imposte, viene importato attraverso triangolazioni soprattutto con la Malaysia. Il petrolio venezuelano pesava sul totale delle importazioni cinesi per un 5% circa



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