Inviato da redazione il Mer, 16/03/2016 - 17:49
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sciopero


Il modo di produzione capitalista non riesce a uscire da una crisi non più congiunturale: i cicli di accumulazione sembrano essersi ormai esauriti e assistiamo a un annaspare degli stati nazionali e delle strutture politico finanzarie mondiali nel tentativo di tamponare falle e recuperare un declino progressivo ma inarrestabile.
Non sono più sufficienti i tentativi mediatici e ideologici di diffondere ottimismo davanti a cifre di esigue virgole di PIL per nascondere lo stato di stagnazione, se non di vera e propria recessione, in cui versa l'economia mondiale. 
Se anche i sintomi sembrano diversi (prima i fondi sovrani ora il sistema bancario nel suo complesso, ancora gravato da titoli tossici impossibili da smaltire e da enormi quantità di crediti pressoché inesigibili), la ragione principale e strutturale è sempre la medesima: la sovrapproduzione di merci che non si riescono più a vendere e la sovraccumulazione di capitali che non si riescono a investire o valorizzare nella produzione. 
In una situazione di mercati globali ormai saturi ed esauriti proiettarsi nella finanza diventa sempre più un'alternativa, se non è una vera e propria necessità: da un lato per garantirsi quote di profitti quantomeno nel breve periodo, dall'altro, sfruttando i sempre più articolati meccanismi di borsa, per cercare di saccheggiare ai concorrenti parti di profitto creati e incassati. 
E' infatti anche una guerra combattuta con le armi più o meno convenzionali della finanza dalle varie potenze imperialiste mondiali e dalle rispettive borghesie rapaci, non sul terreno o nei cieli, ma nelle “piazze affari” di Wall Street, di Londra, di Milano e nelle fredde stanze delle rispettive banche centrali per cercare di imporsi nel contesto geopolitico mondiale e aggredire le aeree di influenza dei propri concorrenti diretti.  
Con svalutazioni, nuovi dazi e protezionismi nazionali, trattati di libero scambio, aumento/diminuzione dei tassi, iniezioni massicce di liquidità, si cerca di raggiungere il duplice obiettivo di sostenere le rispettive economie stagnanti e di renderle più competitive nell'agone internazionale. Sino a quando gli interessi contrapposti e concorrenti nello scontro interimperialistico non esplodono in tutta la devastante violenza dei bombardamenti o del sostegno palese o per procura a quelle forze utili per destabilizzare, controllare risorse o comunque sottomettere al proprio tornaconto intere aeree e nazioni.  
Comunque tutto ciò non fa altro che continuare ad alimentare questo meccanismo perverso: più viene creata moneta e capitale fittizio più questo deve essere valorizzato nelle borse mondiali o scambiata, più si creano i presupposti per bolle speculative e conseguenti crolli dai contorni e dall'entità indefiniti. 
Ciò che è certo è che le crisi non potranno quindi che susseguirsi e, in una condizione di debolezza sistemica diffusa peggiore che nel 2008 (per il crollo dei prezzi delle materie prime, petrolio in testa; per la frenata della Cina che sino a oggi ha “trainato” nei fatti l'economia mondiale; e, in definitiva, per l'impossibilità congenita e intrinseca del modo di produzione capitalistico di aggredirne le cause reali per non negarsi), aggravarsi negli effetti e nelle conseguenze, trascinando con sé popolazioni già immiserite da decenni di attacco al lavoro, precarizzazione e distruzione di salari e garanzie conquistate al prezzo di dure lotte. Mentre diventa sempre più strutturale e in progressiva crescita una quota di disoccupazione eccedente lo stesso esercito di riserva. 
Una teoria continua di politiche economiche e sociali imposte alla classe lavoratrice mondiale, sicuramente diverse per declinazione nazionale, ma accomunate dallo scopo di spostare ricchezza nell'orbita del profitto e del capitale annichilendo (o perlomeno limitando), al contempo, le istanze antagoniste del lavoro. Ciò con l'intervento deciso delle istituzioni finanziarie sovranazionali (FMI e Banca Mondiale su tutti) e macroregionali, per esempio per quel che riguarda un'Europa impegnata nella costruzione di un polo imperialista competitivo, i cui diktat vincolano i bilanci dei paesi membri a tutto favore delle borghesie nazionali. In particolare di quella tedesca, potenza economica-produttiva regionale fortemente orientata all'esportazione, che sin dalla formazione dell'area di moneta unica (euro) e del mercato unico è riuscita a creare un “cortile” privilegiato per le proprie merci, drenando quote di plusvalore dalle economia mediterranee lanciatesi nella de-industrializzazione (e ora dai nuovi paesi membri) e profitti per le proprie banche grazie a un tasso di cambio “gonfiato” a proprio esclusivo favore.    
In Italia il Jobs Act del governo Renzi-Poletti non è solo che l'ultima riforma in ordine di tempo in osservanza alle esplicite finalità di attacco alle classi subordinate e di ristrutturazione del mondo del lavoro, ma ne rappresenta la forma più compiuta e non potrà che contribuire a polarizzare un contesto sociale frammentato e diviso, affossando ulteriormente un ceto medio già fortemente proletarizzato e incrementando precarietà e disoccupazione. I costi della crisi e il calo di produttività devono essere fatti pagare completamente alla classe subalterna, già in profondo affanno e divisa, imponendo condizioni tali da renderle impossibile uscire dalla marginalità cui il padronato aspira a isolarla: l'abolizione dell'art. 18, la liberalizzazione dei sistemi di controllo, il testo unico sulla rappresentanza sindacale, l'attacco al diritto di sciopero, il favore dato alla contrattazione aziendale a scapito del moribondo livello nazionale, la restituzione di quote di aumenti salariali richiesta nell'ultima tornata di rinnovi contrattuali, l'ennesima riforma delle pensioni, rappresentano i puntelli per perimetrare gli stretti confini nei quali relegare chi ancora cerca di rifiutare la subordinazione e la compatibilità con gli interessi avversi. Avvalendosi poi della repressione quotidiana e minuta sul lavoro (licenziamenti politici, sospensioni, dequalificazioni, trasferimenti, ecc.), agevolata dallo stesso sgretolamento delle tutele, per espellere lavoratori e avanguardie di lotta nonché della magistratura e forze di polizia contro le organizzazioni di lotta, i sindacati conflittuali e di classe, le realtà politiche solidali.     
Ma bisogna essere altrettanto consapevoli che la situazione concreta non cambierebbe nemmeno se, da un lato, si assecondassero le ignobili politiche razziste e xenofobe che speculano sulle paure recondite dello stesso ceto medio e sull'impotenza che prova il proletariato parlandone alla “pancia” e, dall'altra, se si riproponessero ipotesi riformiste che attuino politiche redistributive e ingenuamente concertate con la voracità del capitale e i con suoi utili servi. L'assenza materiale di risorse da redistribuire, unita all'attuale inutilità di compromessi per il padronato data la debolezza delle classe e alle ormai consolidate politiche economiche spostate supinamente sul profitto, dovrebbero infatti far desistere anche il più strenue apologeta del post-keynesismo sul possibile ritorno di misure sociali o di welfare efficaci.
La crisi non è infatti contingente ma strutturale e non può quindi essere temperata o irregimentata.
E' invece ora e tempo di un'opposizione reale agli interessi del capitale agendo tra le contraddizioni che esso stesso produce, riportando al centro gli interessi della classe lavoratrice con l'obiettivo di un radicale cambio dell'attuale modo di produzione.
Ed è nella logistica (e comunque nella fase della circolazione delle merci), uno dei comparti fondamentali per la nostra economia rispetto anche al ruolo assegnato negli ultimi anni all'Italia nella divisione internazionale del lavoro, che tali contraddizioni sono esplose con più virulenza una volta che i facchini hanno posto la questione del comando nei magazzini nei quali sono stati per anni sfruttati in condizioni al limite della schiavitù. 
Un protagonismo operaio che, rifiutando la delega al sindacalismo complice, ci restituisce una prima risposta di metodo: l'unità di classe e la solidarietà tra sfruttati permette, anche nell'attuale fase di brutale attacco al lavoro, di squarciare il velo di paura e impotenza recuperando quote di salario e tutele. Ma che contribuisce a evidenziare, anche a livello di immaginario, che esistono i margini per un'opposizione reale in una prospettiva anticapitalista e che ampi sono gli spazi per far emergere un punto di vista di classe sulla crisi partendo dalla ricomposizione tra lavoratori e lavoratrici dei diversi settori produttivi e le lotte metropolitane che si sviluppano su altri terreno di scontro (casa, riappropriazione di salario indiretto, formazione, ecc.).
Siamo convinti che questo sciopero, se costruito dal basso nei posti di lavoro e in tutti quei luoghi dove si manifestano altre forme di conflitto, possa essere un momento significativo per rilanciare questi contenuti e nella pratica costruire una nuova e più estesa possibilità di generalizzazione del conflitto di classe.
Per questi motivi aderiamo e sosteniamo lo sciopero generale del 18 marzo 2016 lanciato da SI Cobas, CUB e USI-Ait e le motivazioni della piattaforma di indizione. 


I compagni e le compagne del Centro Sociale Autogestito Vittoria