Inviato da redazione il Mar, 29/09/2015 - 01:20
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Oggi questo meccanismo tende ad andare in frantumi, e non certo come effetto della spinta delle lotte proletarie, bensì al contrario come prodotto di rapporti di forza sempre più consolidatisi a favore dei padroni, al punto da spingerli a liberarsi finanche del velo della concertazione e dei rituali oramai stantii e inservibili del sindacalismo confederale.
Non è un caso se i vertici confederali hanno perso ogni parvenza di sindacato degna di questo nome trasformandosi da professionisti della mediazione al ribasso in semplici servitori del capitale pronti a scodinzolare e firmare ogni porcata antioperaia che gli passa per le mani, come non è un caso se la stessa Cgil, nonostante le resistenze dell'opposizione interna e di alcuni delegati, sia sempre più simile a un'impresa dedita a ogni forma di business (a partire dai fondi-pensione).
D'altronde, prima o poi i nodi vengono al pettine: gli scandali sugli stipendi e le pensioni d'oro dei sindacalisti da un lato, e i dati impietosi che attestano la perdita di centinaia di migliaia di iscritti (una tendenza che segue a pochi anni di distanza l'analoga crisi di consensi della sinistra riformista sul piano militante ed elettorale) attestano in maniera chiara come ci troviamo di fronte a un profondo cambiamento dei paradigmi con cui gran parte della sinistra di classe si è misurata nel secolo scorso.
 
Di fronte a queste trasformazioni non ci troviamo tuttavia di fronte, se non in minima parte, a masse pronte a riprendere l'offensiva di classe, bensì a proletari divisi, isolati e privi di punti di riferimento.
 
A beneficiare della crisi del riformismo e delle sue appendici sindacali, non è stato certo (è oggi sotto gli occhi di tutti e a nostro avviso non potrà essere) un sindacalismo "di base" arroccato nella custodia di piccole nicchie di potere e di sempre più sporadici momenti di visibilità mediatica, e il cui radicalismo verbale fa spesso il paio con pratiche opportuniste come dimostra, in ultimo, la firma da parte di alcune sigle del Protocollo sulla rappresentanza sindacale del 10 gennaio 2014, voluto da padroni e Renzi sulla scorta del "modello-Marchionne" con lo scopo di distruggere ed azzerare ogni residuo di democrazia e di libertà sindacale.
 
Dunque torna di attualità il classico quesito: che fare?
 
La situazione non si è modificata nel suo quadro complessivo rispetto ai mesi scorsi, tranne che per l'irruzione di una massa migratoria che sta rompendo confini e divieti e sta conseguentemente mettendo in discussione una serie di assetti che si davano invece per consolidati nei rapporti di forza tra i diversi interessi nazionali e tra le due sponde dell'oceano. Un fenomeno che si inserisce all'interno del più generale processo di crisi mondiale del capitalismo come si evidenzia anche nel significativo rallentamento della produzione in Cina e dall'esplodere di sempre più evidenti contraddizioni sociali in un dialettico rapporto causa effetto.
 
In Italia, il governo Renzi-Alfano sta continuando nel suo devastante percorso di affermazione di politiche che tendono, parallelamente ad un ennesimo attacco al “welfare”, ad abbassare i livelli salariali e ad incrementare la precarietà e la ricattabilità con la demolizione dei diritti acquisiti, legando definitivamente l’aspirazione ad un posto di lavoro e ad un salario alla disponibilità di essere proni e flessibili alle esigenze (presentate come “oggettive” ) del mercato. Il disegno è quello di far pagare i costi della crisi alle classi subordinate immaginando di allargare, a costo zero per le imprese, la platea della forza lavoro disponibile e pensando di incrementare strutturalmente i consumi. Il capitale prova cosi a dare risposte che possano garantire la sopravvivenza del dominio di classe a fronte di una crisi economica ancora in essere, al di la delle roboanti affermazioni del presidente del consiglio.
 
In Europa, con la triste parabola di Tzipras si spengono nel giro di una notte le eterne illusioni del "riformismo-radicale" sulla possibilità di cambiare il sistema dall'interno e a piccoli passi: il peso che avrà il terzo memorandum sulle condizioni del proletariato greco sarà maggiore di quello assunto dai governi di destra e socialisti, e già questo è sufficiente a seppellire una volta e per tutte la retorica dei "sinistri" nostrani perennemente  alla ricerca di vie d'uscita dalla crisi compatibili col dominio borghese.
 
Di fronte a questa situazione il nostro impegno collettivo deve essere quello di continuare ad allargare e consolidare il percorso intrapreso, a partire da una base condivisa di rifiuto di ogni forma di gestione borghese della crisi, di concertazione politica e sindacale al fine di creare rapporti di forza tali da invertire la condizione di subordinazione della classe nelle sue mille forme.
 
Pur dovendo fare i conti con i mille nodi e le innumerevoli criticità che ci presenta la fase attuale, per giungere a delle risposte e a delle indicazioni di lavoro utili riteniamo che bisogna partire non dagli slogan astratti e men che meno dalle tavole dei desideri che ciascuno di noi ha in testa, bensì dall'esperienza materiale condotta sul campo a partire dalle lotte e nelle lotte.
 
Per quanto ci riguarda, negli anni spesi ad intervenire nel settore della logistica, come organizzatori delle lotte sul piano sociale e nei territori, abbiamo ricavato l'insegnamento (per molti di noi una conferma) che i diritti si difendono e si estendono con gli scioperi e il protagonismo in primis degli operai, che l'unità dei lavoratori su obiettivi chiari è il principale se non l'unico antidoto capace di fermare lo strapotere dei padroni, le politiche di schiacciamento dei salari al di sotto della soglia di sopravvivenza e di negazione delle più elementari tutele, e soprattutto che è possibile vincere e strappare risultati concreti estendendo sempre più le lotte esistenti a tutti i settori lavorativi, e al contempo generalizzare l'opposizione di classe legandola a quella che si sviluppa sui territori contro i piani di devastazione ambientale, ai movimenti di disoccupati e precari, alle lotte per la casa e per il diritto all'istruzione e al trasporto, e in generale contro le politiche padronali e governative.
 
A poco servono le carte bollate, i ricorsi in tribunale e gli scioperi-passeggiata a Roma, quando non si è capaci di fronteggiare la controparte fuori ai cancelli di una fabbrica, di un magazzino, nelle scuole, sui territori, ecc. A poco serve inveire contro il Jobs Act se nei luoghi di lavoro non si ha la forza per fermare un licenziamento o imporre la stabilizzazione di lavoratori precari o ancora fermare il depauperamento salariale complessivo della forza-lavoro.
Piccoli ma importanti segnali positivi iniziano a giungere ad esempio dal settore metalmeccanico, dove in molte fabbriche inizia la domanda di lotta e di autorganizzazione inizia a farsi strada dopo decenni di sconfitte e rassegnazione.
 
Ciò vale a maggior ragione in relazione alle recenti leggi antisciopero: l'importante segnale proveniente dai lavoratori dei musei e dei beni archeologici e dai lavoratori della logistica che hanno risposto con scioperi selvaggi alle provocazioni del governo-Renzi, pone la necessità di offrire a questi lavoratori forme concrete di supporto che mirino all'allargamento delle mobilitazioni.
In quest'ottica, essendo impegnati nelle prossime settimane in una difficile trattativa con tutti i principali corrieri del trasporto-merci per il rinnovo del CCNL della logistica, dichiariamo fin d'ora la nostra disponibilità a definire azioni di lotta comuni con tutti quei settori e gruppi di lavoratori realmente interessati a porsi sul terreno dell'incompatibilità coi disegni del capitale e dei suoi governi.
 
Ciò vale tanto più su ambiti che ci hanno già visto protagonisti di mobilitazioni unitarie al fianco dei movimenti di lotta cittadini e nazionali, come sul tema del diritto alla casa e del rifiuto del piano-Lupi, o su quello del diritto al permesso di soggiorno (senza limitazioni) per tutti i proletari provenienti dai teatri di guerra e devastazione prodotti dall'imperialismo e dalla sua fame di profitti.
 
Certo, ad oggi sono pochi, pochissimi i luoghi di lavoro in cui è possibile sviluppare azioni di lotta capaci di mobilitare masse di lavoratori, ma se non invertiamo la rotta iniziando a collegare e coordinare quel che di buono ancora si esprime nei luoghi di lavoro, staremo ancora per decenni o secoli a leccarci le ferite.
 
Di fronte a un'offensiva di tale portata è necessario, da subito, promuovere un fronte di lotta che, a partire dall’unificazione delle lotte operaie e sociali che sono presenti su scala nazionale, sappia porsi come punto di riferimento complessivo per l’insieme degli sfruttati e delle masse proletarie colpite dalla crisi, in una prospettiva di superamento della società capitalista in una visione internazionale ed internazionalista.
Non si tratta quindi di inseguire l’ennesimo e fallimentare coordinamento tra sigle differenti (che siano esse sindacali, sociali o politiche) ma di puntare piuttosto a unificare le vertenze specifiche intorno ad un punto di vista di classe più generale capace di favorire azioni specifiche vincenti (così come il movimento di lotta nella logistica dimostra essere possibile già nell’immediato) e allo stesso tempo, dentro tale movimento, radicare una prospettiva reale di lotta al capitalismo rompendo con le illusioni riformiste e con qualsiasi logica di compatibilità con il sistema.
 
L'incontro del 3 ottobre alle ore 15 che si terra' a Bologna nella sede del SI Cobas di via Saffi 30 a cui invitiamo a partecipare si colloca, come già accennato, a ridosso di un altro banco di prova della forza dei lavoratori della logistica. Un altro sciopero generale per l'applicazione di un contratto nazionale migliorativo e avanzato da ogni punto di vista che si contrappone alla proposta di contratto dei sindacati confederali .
 
Non ci sono teorie che possano essere credibili se non si misurano con la pratica del conflitto di classe.
 
Al contempo, l'espressione e l'organizzazione di una forza operaia reale deve però andare di pari passo con la sempre più chiara espressione di un punto di riferimento politico.
La situazione odierna richiede una capacità di relazioni nuove sempre più allargate e stabili per saper cogliere e generalizzare le occasioni che lo scontro di classe ci offre.
Senza scorciatoie organizzativistiche, senza l'emersione tout -court dei sogni nel cassetto che ogni militante rivoluzionario sa di avere, ma con la consapevolezza delle responsabilità a cui siamo chiamati.
Si tratta di mettere da parte nicchie ed orticelli e provare ad irrobustire quell'alveo in cui il fiume della lotta di classe scorre quotidianamente, spesso ancora sotto traccia, in attesa che altri nuovi mille affluenti lo rinforzino fino a tracimare.
 
Per aprire un ulteriore momento di confronto su queste riflessioni partecipiamo all’incontro che si terrà
sabato 3 ottobre alle ore 15  a Bologna nella sede del SI Cobas di via Saffi 30.