Inviato da redazione il Lun, 28/04/2014 - 08:27
no precarietà

Le scelte e gli obiettivi di politica economica del nuovo governo Renzi - Poletti, al netto della minutaglia retorica e demagogica sulla “rottamazione della vecchia politica”, si stanno in questi ultimi mesi delineando in tutta chiarezza. 
I primi provvedimenti presi si rappresentano infatti  in assoluta continuità  on le politiche dei governi che l'hanno preceduto - e non poteva essere altrimenti, dati gli identici interessi rappresentati dall'attuale compagine governativa di “larghe intese” - che, solo parzialmente, erano riusciti a compiere quella ristrutturazione del mercato del lavoro fatta di contrazione dei costi e di tutele ritenuta necessaria per attrarre investimenti per un possibile nuovo ciclo di accumulazione nei rigidi limiti di ruolo imposto al nostro capitalismo nazionale nell'assetto comunitario. 
Un riassetto complessivo del mercato del lavoro, di cui il decreto sui contratti a termine e sull'apprendistato rappresenta per ora solo il primo passaggio, per abbattere ulteriormente i salari e ridurre l'intero mondo del lavoro a una condizione di flessibilità pressoché completa e di frammentazione assoluta. Una condizione operaia subordinata agli esclusivi interessi del padronato nell'impossibilità concreta di una propria rappresentazione autonoma e di classe (già con l'accordo sulla rappresentanza del maggio 2013 Confindustria e sindacalismo complice avevano posto le basi per escludere e sanzionare ogni istanza conflittuale) e costretta quasi all'accettazione passiva di qualsivoglia condizione lavorativa proposta pena la disoccupazione (l'Istat ci dice che sono quasi un milione e mezzo le famiglie prive di reddito da lavoro).       
In questo contesto e con queste finalità si colloca il decreto legge n. 34 dello scorso marzo che, con l'ipocrita giustificazione della semplificazione e del voler generare nuova occupazione in particolare giovanile, sferra un decisivo colpo al comunque appannato contratto a tempo indeterminato quale forma tipica di assunzione, precarizzando ulteriormente l'ingresso nel mondo del lavoro (in palese contraddizione peraltro con la normativa comunitaria in materia) con salari sempre più infimi. 
E perciò la previsione di contratti a termine (con ingaggio diretto o per somministrazione per il tramite di agenzia di intermediazione) “acausali”, in cui cioè non è necessario giustificare le ragioni organizzative, sostitutive o produttive della temporalità del rapporto di lavoro, di durata sino a 36 mesi con possibilità di cinque proroghe nel medesimo periodo (e non più le 8 del testo originario dopo il passaggio in Commissione parlamentare nel processo di ratifica del decreto). La percentuale di lavoratori a termine, di norma, non dovrà superare il 20% del totale: limite che potrà essere comunque aggirato dalla contrattazione collettiva.
Viene poi modificato in senso peggiorativo il contratto di apprendistato con una fortissima riduzione dei salari e dei contributi da versare, viene mantenuta solo la formazione regionale riducendo altresì alle sole aziende con più di 20 dipendenti l'obbligo di stabilizzazione di apprendisti (peraltro solo il 20% di questi). 
Come detto questo è solo il primo atto di un progetto più generale che prevede di realizzare ancor più flessibilità anche in uscita dal mondo del lavoro (nuovo attacco all'art. 18, progressiva abolizione della cassa integrazione in deroga e della cassa integrazione straordinaria) da scambiarsi con qualche forma di “flexicurity” (riforma degli ammortizzatori sociali con previsione anche di un sussidio di disoccupazione per alcune categorie di lavoratori precari e parasubordinati), dimostrandone peraltro l'artificiosità allorché con il meccanismo della spending review verrà tagliata ulteriormente la spesa sociale. Le stesse 80 euro elargite dal governo Renzi sono solo il contrappeso di una nuova politica d’aggressione nei confronti dei diritti dei lavoratori. Ci offrono un basso salario e un posto di lavoro precario  in cambio della perdita di diritti con il ricatto di una disoccupazione sempre maggiore.

La crisi strutturale del modo di produzione  capitalistico continua inevitabilmente a portare con sé misure legislative e contrattuali che peggiorano le condizioni complessive della classe operaia fornendo ulteriori strumenti a tutto vantaggio degli interessi e dei profitti del padronato.
E' quindi ora e tempo di un'opposizione reale ai provvedimenti del governo Renzi e ai piani europei riportando al centro gli interessi della classe lavoratrice sviluppando un percorso virtuoso che sappia mettere in relazione tutti quei settori oggi in lotta in un'ottica di ricomposizione sociale rifuggendo ogni ipotesi concertativa o di subordinazione ai profitti padronali. 
Nel settore della logistica i lavoratori stanno imparando a ribellarsi alle condizioni di precarietà e sfruttamento rompendo ogni forma di concertazione e imparando che l’unica arma in mano ai lavoratori è la lotta di classe  e la generalizzazione del conflitto a partire dall’identità di interessi.             
GIOVEDI 1° MAGGIO parteciperemo e invitiamo a partecipare tutti e tutte al corteo dei lavoratori delle cooperative a Bologna dietro allo striscione unitario.

          NO AL CAPORALATO NO AL JOB ACT
           RIMETTIAMO ALCENTRO IL CONFLITTO


Centro Sociale Autogestito Vittoria