Inviato da redazione il Mar, 22/05/2018 - 15:57
Categoria
stato e potenza e tranquillino
Per chi non avesse ancora capito di cosa parliamo :
Giulietto Chiesa a casa pound.
 
Non vogliamo entrare nel merito ne dare peso al contraddittorio  vociare prodotto dal nostro comunicato sul corteo del 19 maggio ma, ancora una volta dosando il linguaggio, facciamo solo notare come i nuovi nazional/sovranisti si difendano l'un l'altro senza che però nessuno entri nel merito dei rapporti dei loro "contigui" con le nuove forme di rossobrunismo e nazionalsocialsmo che infatti ringraziano per averli sdoganati.
Con un po' più di buona fede bisognerebbe curarsi meglio di chi si supporta e con un po' meno di sicumera basterebbe guardare un po' più in la della propria setta ……
Il nostro comunicato ci sembrava parlasse chiaro delineando in maniera trasparente il limite tra le eventuali (ed evidenti) divergenze politiche e il limite ben oltrepassato dei rapporti con organizzazioni nazional socialiste e rosso brune ma evidentemente di ciò nessuno se ne assume la responsabilità.
Ci interessa ancora poco entrare nel merito delle diverse gradazioni di colore di queste posizioni ma la questione sostanziale e il vero oggetto del contendere, nel merito del quale chi ci attacca non profferisce parola, è che (e perché) abbiamo messo il dito in una piaga dolente visto che oltre ad esserci chi propugna un nuovo CLN  sovranista insieme a lega e 5 stelle , dopo le iniziative organizzate a Milano con organizzazioni fasciste negli scorsi anni, una di queste gradazioni a breve terrà un convegno in una sede di casa pound a Roma con Giulietto Chiesa protagonista di un confronto con i teorici del rossobrunismo/nazionalsocialis mo e con ciò crediamo che ogni limite sia stato oltrepassato
Alleghiamo delle  interessanti riflessioni che ci ha inviato l'Osservatorio sulle nuove destre e lasciamo il giudizio a chi legge …...
 
 
 
 

OMBRE ROSSOBRUNE

 

I TENTATIVI DELL’ESTREMA DESTRA DI ORGANIZZARE

UN FRONTE UNICO ANTICAPITALISTA E ANTIAMERICANO

IN ITALIA

              

               Presente il console generale della Repubblica popolare cinese, Cai Wen, il 18 febbraio scorso a Milano, presso una sala di via Sansovino, si è svolta una conferenza dal titolo: «Il risveglio del Drago. Politiche e strategie della rinascita cinese». Fin qui nulla di strano. Tranne che ad organizzarla sia stata «Eurasia», una rivista di studi geostrategici legata all’estrema destra, e che a presiederla vi fosse Claudio Mutti, ex dirigente di Giovane Europa, un’organizzazione neofascista degli anni Sessanta, sezione italiana di Jeune Europe. Mutti, oltre a dirigere «Eurasia», è anche il fondatore di una delle principali case editrici di riferimento del radicalismo di destra, le Edizioni all’insegna del Veltro, nonché autore di Nazismo e Islam, un testo apologetico dei volontari bosniaci nelle SS. Convertitosi alla regione musulmana, Mutti ha anche assunto in onore dell’ex ufficiale delle SS, nonché criminale di guerra, Johann von Leers, riparato in Egitto, il suo stesso nome di copertura in arabo, Omar Amin.

Non sappiamo le ragioni per cui il consolato cinese abbia deciso di inviare propri rappresentanti. Ma non è questo il punto.

 

STATO E POTENZA

               Prima di questa iniziativa, sempre indette da «Eurasia», si erano già tenute a Milano altre piccole assemblee, come nel giugno dell’anno scorso, presso il Centro culturale San Fedele, sugli «obiettivi geostrategici dietro la guerra in Libia». Ma anche altre sigle si erano nel frattempo mosse per  promuovere appuntamenti antiamericani e di amicizia con Cina e Russia. È il caso di Stato e potenza, un «nuovo nucleo politico e militante» impegnato «nel tentativo epocale di individuare in modo preciso e inequivocabile una nuova teoria del socialismo». Sua l’indizione, il 10 marzo, di un’assemblea al Victory Café di Via Castel Morrone dal titolo «Siria baluardo dell’antimperialismo o stato canaglia?», presente l’ex senatore di Rifondazione comunista Fernando Rossi. A impreziosire l’evento anche un collegamento, via skype, con Alexander Dugin, il traduttore in russo delle opere di Evola.

Riguardo le “nuove teorie socialiste” di Stato e potenza, basterebbe limitarsi a qualche proposta presente nel suo «Manifesto politico».

«Va prima di tutto recuperato» sostengono i nostri «il primato della scienza e della tecnica al servizio della politica [...] Parliamo di innovazioni e di capacità di crescita, a partire dalle fondamenta di ogni moderna economia di sviluppo: l’energia.  Tornare al nucleare – anche se – sconfiggere la rete delle ong ambientaliste non sarà facile sul piano comunicativo». Oltre a ciò, sempre secondo Stato e potenza, bisognerebbe «avviare nuove reti di viabilità ferroviaria ad alta velocità destinate principalmente al trasporto commerciale, in modo da restringere i tempi di percorrenza tra Nord e Sud della Penisola». Andrebbe anche riformata la leva, ripristinando «il vecchio servizio obbligatorio, eliminando l’arruolamento professionale facoltativo, per preparare tutti gli uomini e le donne idonei al servizio – almeno per un anno – alla capacità di difesa e alla mobilitazione totale in caso di attacco, nel quadro della formazione di nuove milizie popolari». Nucleare più alta velocità più una società militarizzata. Questo il suo programma. Eppure Stato e potenza vanta relazioni con alcuni movimenti comunisti dell’Europa dell’est, come in Bielorussia e in Romania. Evidentemente da quelle parti c’è chi non si pone troppe domande.

 

I NAZIONALBOLSCEVICHI

 

               Da tempo, in verità, quantomeno da un quindicennio, sono andate formandosi in Italia piccole realtà interne al neofascismo, che hanno cercato di collocarsi su posizioni anticapitaliste e antimperialiste. Certamente un fenomeno non nuovo. Le ascendenze vanno addirittura rintracciate nel primo movimento fascista in Italia e all’interno del movimento nazionalsocialista in Germania. Si pensi alle camicie brune di Ernst Rhom, ma ancor prima alla posizione assunta, nel periodo 1919-1920, da due esponenti socialisti, Friederich Wolffheim e Heinrich Laufenberg, che si dichiararono favorevoli a un’alleanza tra nazionalisti e comunisti, da cui la tendenza “nazionalbolscevica”, bollata dallo stesso Lenin come «madornale assurdità».

Due oggi gli approcci prevalenti: l’assunzione di una lettura del capitalismo ridotto a sole banche e finanza, senza alcuna critica del sistema che li ha prodotti, con il contorno di presunte cospirazioni ebraiche, e una visione geostrategica in cui i soggetti di riferimento diventano unicamente gli stati, non i popoli e le classi, con i loro diritti e le loro rivendicazioni. Da qui l’opposizione agli Usa, in mano ormai ai «circoli sionisti», e il sostegno a Cina e Russia. «Eurasia» (che auspicherebbe un’alleanza tra russi, europei e stati mediorientali in chiave antiamericana) e Stato e potenza sono solo in definitiva solo le ultime espressioni di questo filone. Basterebbe citare alcuni tentativi precedenti: dalla rivista «Orion», negli anni Novanta, alla cosiddetta Rete dei circoli comunitaristi, inneggiante a Marcos e a Stalin («vero nazional-bolscevico»), inizialmente una corrente interna al Fronte nazionale di Adriano Tilgher poi legatasi al Partito comunitarista nazional-Europeo (fondato nel 1984 dagli epigoni di Jeune Europe), per finire all’Unione dei comunisti nazionalitari, tra il 2002 e il 2003, a Socialismo e liberazione e ora a Comunismo e comunità. In questo stesso ambito potrebbero essere a pieno titolo inseriti anche quelli di Rinascita nazionale e della casa editrice Arianna.

Un fenomeno, questo, dalle tinte rossobrune, non solo italiano ma sviluppatosi anche in altri paesi europei, con un occhio di riguardo al laboratorio russo con il suo Partito nazionalbolscevico, fondato nel 1993 dallo scrittore Eduard Limonov, le cui bandiere riproducono falce e martello in un cerchio bianco su sfondo rosso. Una realtà ambigua, tra fascismo e nostalgia per l’Unione sovietica.

 

IL COMUNITARISMO

 

               L’area di riferimento per tutti in Italia è quella “comunitarista”,  caratterizzata da correnti e tendenze anche molto diverse, se non opposte. Un terreno comunque entro cui nuotare, anche per via di alcune scelte, a sinistra, di realtà come il Campo antimperialista, o di intellettuali come Costanzo Preve, di puntare a un fronte antisistema senza più distinzioni fra destra e sinistra, fascisti e antifascisti. Già si tentò nel 2003, quando ad alcuni meeting proprio del Campo antimperialista furono invitati esponenti di estrema destra, arrivando a promuovere, in dicembre, un appello e una manifestazione nazionale a Roma, in difesa del popolo irakeno, con il sostegno di esponenti neofascisti, poi naufragata. L’idea era di uno schieramento unico contro l’imperialismo americano. Ora, in tempi di crisi, c’è chi ritenta. Diversi i segnali.

Andrebbe sottolineato che, nella sua accezione di estrema destra, il “comunitarismo”, come «superamento in avanti del nazismo e del comunismo, depurato da Marx», fu promosso nei primi anni Sessanta dal belga Jean Thiriart, una delle personalità più in vista del neonazismo europeo. Da questa stessa matrice furono poi originate organizzazioni come Lotta di popolo, che cercarono di inserirsi, senza riuscirvi, nei primi movimenti studenteschi. Anni dopo si scoprì che qualche loro dirigente figurava in rapporti con l’Ufficio affari riservati. Giusto per ricordarselo.

 

                                                                                                                                     SAVERIO FERRARI

 

Milano, 15 maggio 2012

 

 

 

 

Siria, rosso/bruni e infiltrazioni fasciste nella solidarietà alla Palestina

 

Giriamo una nostra breve riflessione di merito e di metodo e qualche dato per chi abbia voglia di capire qualcosa sulle "contraddizioni" sorte all'interno del corteo di sabato 19 maggio a Milano. Riteniamo infatti fondamentale restituire alla “POLITICA”, e non alla tifoseria dei diversi vessilli e dogmi, la capacità di redimere o quantomeno rendere esplicite le divergenze emerse in piazza nella maniera peggiore.

 

Crediamo siano note e chiarissime a tutti e tutte le nostre posizioni di sostegno ai movimenti che, pur tra mille contraddizioni e dialettiche “nazionali”, si schierano su posizioni esplicitamente di classe.

Abbiamo sempre utilizzato una chiave interpretativa di classe per separare nettamente, ad esempio, anticolonialismo e antimperialismo (per esemplificare la differenza tra Gheddafi e Ho Chi Minh anche se è un paragone oltraggioso per i compagni vietnamiti). Il fine è proprio quello di non creare, o contribuire a generalizzare, confusione o sovrapposizione di ruoli in una chiara prospettiva antimperialista. Ciò in una fase in cui spesso riscontriamo una mancanza di lucidità collettiva anche e proprio perché di collettività è oggi difficile parlare in un panorama politico così frazionato.

Siamo stati purtroppo tra i pochi a non inginocchiarsi alle cosiddette "rivoluzioni" o primavere arabe, comprendendo quanto l'imperialismo occidentale agiva per controllare i cambiamenti voluti dalle mobilitazioni popolari, congiuntamente a un'estrema attenzione a non gettare via una possibile “insorgenza popolare” insieme all'acqua sporca di un radicalismo islamista che nella crisi vedeva la possibilità della costruzione di un regime teocratico.

Abbiamo da sempre constatato che l'assenza di movimenti di classe organici a un compiuto progetto complessivo, relegano purtroppo quella che dovrebbe essere la solidarietà internazionalista a nicchie ridotte, anche senza volerlo, a forme di testimonianza autoreferenziale.

 

A questo proposito, per esigenza di sintesi, riproponiamo una parte dell'introduzione a una serata di dibattito su Palestina e i venti di guerra che soffiano in Medioriente.

Parlando di guerra dicevamo: -  “..... Siamo quindi di fronte ad un percorso tracciato dove accelerazioni e ampliamenti della stessa sono possibili. Per questo quanto prima occorre ribaltare la nostra prospettiva e mutare il nostro intervento. Occorre riportare in prima linea l'opposizione secca alla guerra. Una guerra che è del capitalismo e dell'imperialismo. Una guerra che è solo distruzione di popoli, culture e territori. Una guerra che è solo per profitto e interessi economici.

A questo proposito crediamo fermamente che la difficoltà data dall'assenza in quell'area di riferimenti di classe espliciti egemoni dal punto di vista politico, e lo smarrimento della chiave ideologica di lettura antimperialista, stia producendo anche a sinistra una gravissima confusione e distorsione di ruoli sintetizzabile nell'affermazione "il nemico del mio nemico è il mio amico" mentre, in questo contesto, l’unico e imprescindibile schieramento possibile è quello con i popoli di questi territori martoriati, rifiutando di sostenere tutti i diversi imperialismi (e i loro alleati locali) che si contendono la ricca posta in gioco. Imperialismi, come detto, in conflitto e costantemente impegnati nel reciproco contenimento con alleanze variabili e mutevoli in ragioni delle proprie mire. Confondere quindi le strategie attuate da questi per consolidare ruoli e nuovi poli egemonici per resistenza all’imperialismo americano, ovvero sostenere presunte “rivoluzioni” egemonizzate da forze jihadiste e oscurantiste finanziate da quest’ultimo considerandole quali anti-regime, sono le due facce del medesimo errore e abbaglio. Nessuna emancipazione per i popoli oppressi può discendere da entrambi, nessun fronte di classe è oggettivamente possibile.

Un no secco alla guerra deve essere quindi agito con le nostre parole d’ordine: internazionalismo di classe, autodeterminazione dei popoli, per un società diversa fatta di liberi e uguali... ” -

 

Dal punto di vista politico generale questo è, in estrema sintesi, il nostro approccio per un coerente antimperialismo e, sempre con la nostra autonomia di pensiero e analisi, senza ingerenza alcuna o giudizio (da esterni) sulle ovvie e comprensibili tattiche di sopravvivenza e alleanze “spurie” negli scenari di guerra.

Senza mai però sentirci costretti a scegliere tra i diversi schieramenti di una guerra comunque di rapina imperialista, come peraltro ci siamo rifiutati di scegliere tra il nuovo zar nazionalista Putin e l'imperialismo occidentale (tedesco in primis) ma scegliendo di schierarci con gli antifascisti del Donbass contro le bande fasciste di stato. Schierandoci contro la guerra in Libia o in Iraq senza però sostenere politicamente Gheddafi o Saddam Hussein e, come ovvio, ci schiereremo nella probabile prossima guerra contro l'Iran senza prendere le difese dei padroni di uno stato/regime teocratico.

 

Crediamo che questo dovrebbe essere chiaro ed evidente a tutti e tutte ma, in quanto ragionamento politico, si presta a legittimi approfondimenti e critiche perché questo attiene alla Politica.

 

Diverso è quando si oltrepassa la linea di demarcazione dell'antifascismo.

Nei cortei in solidarietà per la Palestina è stato più volte chiesto dagli organizzatori (Associazione Palestinesi d'Italia e Comunità Palestinese di Milano) di non portare bandiere che esulino dal terreno della solidarietà alla Palestina proprio per evitare interpretazioni "ambigue".

Noi portiamo infatti in piazza quelle della Palestina e del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina come riconoscimento di una prospettiva laica e anticapitalista ma la confusione è tale che, ci ricordiamo a questo proposito quando anni fa dopo l'attacco sionista alla Freedom Flottilla, una parte di un corteo aveva inneggiato alla Turchia e Erdogan (fascista genocida del popolo Curdo e in specifico ora della popolazione del Rojava) per le sue (strumentali) prese di posizione in difesa del popolo palestinese e fummo gli unici a contestare quella scelta!

Portare quindi bandiere di altre nazioni è oggettivamente una forzatura e un errore settario di metodo oltre che un errore politico.

Ma purtroppo anche altro ha inficiato la buona riuscita della manifestazione.

 

Da qualche anno c'è in atto, da parte di organizzazioni della destra che ammiccano a sinistra con modalità che ricordano terza posizione, un tentativo di infiltrazione sul terreno della solidarietà internazionale.

Nel 2014 durante un corteo in solidarietà per la Palestina ci fu un'iniziativa di piazza congiunta tra un comitato milanese.... e un gruppo nazionalista e neofascista (stato e potenza) che poi si dichiarava a tal punto soddisfatto per essere stato finalmente sdoganato dopo anni di ostracismo antifascista da modificare il proprio nome in "socialismo patriottico"...... Stante la riproduzione dei medesimi tentativi a Roma, la questione assunse portata nazionale con un serrato dibattito per bloccare ogni infiltrazione fascista comunque camuffata anche perché la collaborazione si stava consolidando con altre iniziative congiunte tra questa realtà di “sinistra” e i fascisti dell’organizzazione Millennium e Stato e Potenza.

Ora se per qualcuno, abbacinato dalla centralità del proprio ombelico, ciò non ha importanza, per noi la discriminante antifascista rimane vincolante in ogni terreno di conflitto e da questa derivano i nostri slogan: "Fuori i fascisti dal corteo" e la nostra affermazione in piazza ........"la prossima volta scendete in piazza con il saluto romano cosi tutto è più chiaro".

 

Sabato 19 maggio gli stessi soggetti provocatori (una volta vicini al PDCI...), contigui a questa organizzazione nazionalista si sono presentati organizzati in piazza per la Palestina, in un ambito quindi collettivo e plurale, imponendo la bandiera siriana e quella iraniana (nuova frontiera teoantimperialista?) nonostante le richieste contrarie reiteratamente espresse dagli organizzatori. Hanno quindi attaccato un singolo manifestante (al quale il sabato precedente, nell'ultimo corteo, era stato imposto di non esporre la bandiera a 3 stelle dei "ribelli siriani") che, credendo suo diritto rispondere alla loro imposizione, ha ritirato fuori la sua bandiera determinando qualche minuto di "contraddizioni" con chi non aspettava se non cercava evidentemente altro che trovarsi un nemico nella piazza stessa. Smembrando cosi il già non enorme corteo e dimostrando nei fatti che, evidentemente, la massima aspirazione di costoro non era l'allargamento della solidarietà e la buona riuscita della manifestazione, ma la mera imposizione del proprio discutibile punto di vista con un gravissimo errore oltretutto di metodo per l'assoluta mancanza di rispetto di un ambito collettivo.

 

E la "Politica" scompare e la solidarietà si indebolisce in questa “guerra delle bandiere” che nasconde errori e in qualche caso ha fatto abbandonare la discriminante antifascista.

 

Per il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese.

Con la Palestina che resiste!

Per una Palestina rossa laica e rivoluzionaria !

 

 

Alleghiamo il link del sito Palestina Rossa che riporta un documento del Fronte Palestina di Milano (quando ne facevamo parte) sulle contiguità fasciste dei soggetti presenti sabato 19 maggio.

 

http://www.palestinarossa.it/?q=it/content/story/nella-solidarietà-alla-lotta-palestinese-non-cè-spazio-i-rosso-bruni