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SABATO 12 CORTEO A MILANO ORE 17.00 PIAZZALE LODI CON TERMINE IN PIAZZALE CORVETTO

Con il popolo palestinese e la sua Resistenza non un passo indietro.

Per un’opposizione di classe anticapitalista come unico antidoto alla guerra imperialista, allo sfruttamento, all’avanzare dell’ideologia fascista comunque declinata.

Qualche breve spunto di riflessione per un “se non ora quando”? 

Tutto si tiene. Un filo nero che imprigiona corpi e coscienze per tenerle legate alle catene dello sfruttamento di classe e alle leggi della subordinazione all’imperialismo e al sionismo. A partire dall’universo distopico tracciato dalle decine di alte torrette di controllo automatizzato (di cui ci parla Samah Jabr nel pezzo che riportiamo alla fine dell’appello)  costruite sulla linea gialla tracciata dall’entità coloniale sionista autoproclamata strumentalmente “stato ebraico”

Queste torrette …… “Non hanno bisogno di sparare continuamente per svolgere il loro lavoro.

È sufficiente che le persone sappiano che possono farlo.

È sufficiente che siano lì, sospese sopra di loro, che l’occhio armato diventi parte del paesaggio quotidiano; che renda le persone più caute nei loro movimenti, più consapevoli di ciò che le circonda e meno capaci di sentire che i loro corpi e i loro spazi appartengono a loro stessi”. Il controllo non inizia solo quando un proiettile colpisce un corpo. Inizia molto prima, quando il corpo impara a temere di essere visto. Pertanto, queste piattaforme non sono semplici depositi di armi. Sono anche strumenti per produrre uno stato psicologico generale: vivere con la consapevolezza di poter essere osservati, di poter essere presi di mira, senza sapere quando o perché.” …

Da queste torrette al terrorismo preventivo contro del Collettivo Autistici/Inventati (a cui va tutta la nostra solidarietà) che si batte da decenni per un accesso e un utilizzo libero e non mercificato alla rete, al divieto di manifestare in Inghilterra alla IJAN – Rete Internazionale degli ebrei contro il sionismo”, all’attacco a Palestin Action, all’incredibile sequestro di spillette con la bandiera palestinese alla Mostra del Cinema di Venezia.  All’evidente, continua e generalizzata repressione e isolamento “motivata” dall’ Hasbara sionista nei confronti delle voci che si alzano con maggior forza contro la guerra e il genodicio palestinese. 

Nel frattempo l’entità coloniale sionista Israele uccide. Uccide a Gaza, uccide in Cisgiordania, uccide in Libano. Droni e missili “intelligenti” che fanno, appunto scientemente, scempio insopportabile di corpi di bambini e bambine, donne e uomini colpevoli di essere palestinesi. Nel frattempo gli assassini Usa bombardano una festa di matrimonio in Iran uccidendo famiglie intere. Nel frattempo più di 12.000 palestinesi di ogni sesso ed età muoiono di torture e di inedia nelle carceri sioniste, con metodi da fare invidia al medico nazista Menghele, L’Angelo della morte dei campi di concentramento di Auschwitz e BVirkenau. Nel frattempo i nostri fratelli e compagni palestinesi Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly, Ryad Albustanji, Anan Yaeesh, Ahmad Salem, Abdelmuti Abunada, colpevoli di solidarietà al popolo palestinese, sono rinchiusi nelle carceri italiane come segno di israelizzazione della società italiana e di complicità con il genocidio palestinese del governo Meloni. Il segno tangibile di questo patto indissolubile con l’entità coloniale genocida è in questi giorni dimostrato dall’ odg della Commissione  Affari costituzionali della Camera dove il governo Meloni (contando sulla trasversale organizzazione di sostegno filo sionista nel parlamento italiano) sta spingendo per l’equiparazione dell’antisemitismo, caratteristica organica del nazi-fascismo, all’antisionismo di chi si oppone alla colonizzazione sionista, al genocidio, alla pulizia etnica per una Palestina di pace e convivenza.

l’appello al popolo contro una fantomatica elite, la strumentale “difesa dei confini”, il becero nazionalismo del ricorso alla “patria”, la presunta “identità nazionale”, il presunto “noi” “contro loro”, la falsa paura della “sostituzione etnica”, la purezza del sangue come segno di appartenenza alla patria … chiunque li enunci e comunque declinati sono la sovrastruttura ideologica del nazismo.

AVANZA IL FASCISMO DOVE LA SINISTRA DI CLASSE TACE ED E’ NORMALIZZATA E PACIFICATA

Ma alziamo lo sguardo uscendo dalla facile sociologia e dall’analisi superficiale e normalizzata del malessere sociale. L’Europa si è svegliata improvvisamente e ipocritamente allarmata dall’avanzare della destra para-nazista in Sassonia e in altri paesi europei. Nulla purtroppo di che stupirsi perchè è un processo che arriva da lontano. L’assenza di una sinistra di classe, di un’agenda politica di conflitto indicatore di un’autonomia di percorso, ha lasciato campo aperto alle pulsioni più miserabili, xenofobe, individualiste e suprematiste frutto di una “presunta narrazione antisistema” ma soprattutto, e questo va rimarcato, delle condizioni materiali di sofferenza e di mancanza di futuro per milioni di lavoratori e lavoratrici in Germania come in tutta Europa. Per questo è importante dire che in quel voto ignobile c’è anche altro. Quei lavoratori e quelle lavoratrici sono vittime delle scelte liberiste di austerità, della sottrazione di risorse al welfare per la riconversione in produzione di armamenti frutto della durata di una guerra scellerata che si poteva evitare, pagata a caro prezzo dal proletariato tedesco. Condizione data dalle scelte di compatibilità con la crisi del sistema economico capitalista che ha prodotto quella stessa guerra. Nessuno infatti si azzarda a ricordare che, dopo la caduta del muro di Berlino, Ã¨ iniziata una corsa al profitto che ha saccheggiato posti di lavoro e il welfare garantito nella Germania dell’ Est (lungi da noi ovviamente esaltare l’esperienza del “socialismo reale”) criminalizzato per ogni suo aspetto. I governi di “unità nazionale“. portavoce degli interessi del grande capitale industriale, hanno solo incentivato le privatizzazioni e questo saccheggio. La saturazione dei mercati e l’esasperata concorrenza (considerata anzi positiva per il sistema capitalista) nel settore automotive delle potenze produttive orientali (Cina, Giappone, India, Corea) unite alla guerra dei dazi, hanno contribuito a demolire il sistema industriale tedesco. Crisi, disoccupazione, inflazione in crescita, basso valore reale dei salari mentre invece il governo parla di investimenti milionari per una guerra disgraziata, tritacarne di generazioni di giovani russi e ucraini, che serve solo al posizionamento tra imperialismi. 

Ma forse le motivazioni dell’involuzione reazionaria del presente sono persino più evidenti e l’esempio storico della caduta della repubblica Weimar che ha dato fondamenta solide e popolari all’ascesa del nazismo è un faro acceso sul presente. Se si nega storicamente il diritto all’emancipazione delle masse sfruttate, se si allargano in maniera esponenziale le diseguaglianze quando l’accumulazione di profitto è basata proprio sulle disuguaglianze e sullo sfruttamento. Se si nega o si nasconde il dato che la guerra è solo la fiamma che ha incendiato la benzina di una crisi di un un sistema economico basato solo sul profitto. Se non si capisce che questo modo di produzione non può più produrre sviluppo sociale, che non ci sono margini per mettere “pezze” riformiste o keynesiane a questo sistema economico. Un sistema economico politico e sociale che affoga lentamente nella sua crisi che è strutturale a volte accelerando la sua tendenza verso la guerra. Se non si ha la concapevolezze che è possibile anzi necessaria una radicale alternativa di sistema, si consegnano pezzi della nostra stessa classe nelle mani della demagogia populista e xenofoba, della ideologia suprematista e dell’ “orgoglio bianco”, dell’identitarismo e del nazionalismo come presupposti ideologici per una prossima guerra. Il fascismo non Ã¨ un’anomalia della storia e va combattuto proprio perchè è l’espressione più violenta di un sistema economico fondato sullo sfruttamento che si rappresenta con volti diversi incluso quello della guerra.

Un altro esempio : l’Europa di scandalizza indignata per la partecipazione indubbiamente di massa ai funerali di Ratko Mladić, il Boia di Srebrenica. Nessuno può dimenticare l’assedio, gli stupri etnici e lo sterminio di quella popolazione Ma come può tragicamente essere diverso se contro quel popolo si è scatenata una guerra mirata alla distruzione dell’allora Jugoslavia per creare mercati e zone di interesse economico e politico afferenti ad esempio proprio all’ area del marco, a Germania e all’ Austria? Il nazionalismo identitario è orribile comunque si presenti ma gli Usa e l’Europa hanno soffiato su quel fuoco bombardando Belgrado (usando l’Italia come base di partenza) e contribuendo allo smembramento di un intero paese coprendo le spalle gli “amici” e riconoscendo il torto solo in quello che si definiva come nemico dei propri interessi economici. Nulla di nuovo, il solito doppiopesismo. Ma proprio per questo come possono le masse popolari dell’intero pianeta non covare rancore se non odio dichiarato per chi, giustamente, ha definito GENOCIDIO quello dei musulmani bosniaci ma ha sempre tentato di chiudere la bocca a chi parlava di GENOCIDIO palestinese

Ma se questo odio non trova una ragionata collocazione di classe che sappia fare una divisione tra sfruttatore e sfruttato, qualunque sia il colore della sua pelle o il luogo di provenienza, la sua cultura o la sua religione, vincerà il racconto degli oscuri “poteri  forti” e più semplicemente delle classi al potere, il complottismo  dell'”elite globalista” invece dell’imperialismo, il negazionismo razzista delle lobby ebraiche e non invece lobby sioniste, la logica del nemico più facile, più vicino, l’immigrato su cui scaricare le proprie paure e la propria insicurezza sociale.

Il filo nero degli interessi dei capitalismi nazionali, l’imperialismo comunque coniugato sta portando l’umanità verso la guerra. Siamo già in guerra.

Abbiamo posto solo brevi e molto parziali spunti di riflessione ma quel filo nero di cui parlavamo passa anche in Italia attraverso l’assemblea padronale di Cernobbio perchè quelli sono i padroni da combattere e dai quali ci dividono interessi inconciliabili. La grande industria sta puntando sul cavallo “nero” che garantisce più profitto, che sonsolida i privilegi, che tiene sotto controllo le possibili fiammate di lotta, che criminalizza l’opposizione di classe. E’ semplicemente il loro lavoro, la loro parte di lotta di classe. Tocca al lavoro, alle classi lavoratrici comunque distribuite e composte di organizzarsi e progettare il proprio futuro. Tracciare una narrazione che contempli i nostri bisogni e non le compatibilità di sistema. Che costruisca opposizione e ricomponga sui bisogni materiali quello che l’organizzazione del lavoro capitalista ha scomposto nei mille rivoli della produzione diffusa nei territori. Siamo l’unica opzione percorribile, basta essere consapevoli della propria forza ed essere capaci di uscire dalle diverse specificità di intervento e ricomporle in un unico fronte di classe. Senza che nessuno più parli per noi e di noi. Noi dobbiamo essere pratica e strategia. Concretezza nel quotidiano e prospettiva per il futuro. Gli interessi dei capitalismi nazionali, gli interessi dell’imperialismo, comunque coniugato, stanno portando l’umanità verso la guerra. Siamo già in guerra. Stiamo con i piedi per terra, non combattiamo per gli interessi di altri, combattiamo battaglie che siano nostre e per la nostra classe. A fianco di ogni sfruttato e sfruttata, a fianco delle lotte di liberazione dal colonialismo, a fianco del popolo palestinese simbolo di Resistenza all‘imperialismo e al sionismo.

CONTRO GUERRA E GENOCIDIO.

PER UN MONDO DI LIBERI E UGUALI SENZA PIù GUERRE E SFRUTTAMENTO DI CLASSE.

A FIANCO DEL POPOLO PALESTINESE E DELLA SUA LEGITTIMA RESISTENZA.

PER IL DIRITTO A ESISTERE A RESISTERE, PER IL RITORNO DEI PROFUGHI

PER LA LIBERAZIONE DEI PRIGIONIERI E DELLE PRIGIONIERE PALESTINESE

PER L’AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE!

Con la Palestina nel cuore!

Le compagne e i compagni del Csa Vittoria

SAMAH JABR: Ecco come si presenta il cessate il fuoco a Gaza.

Circa 23 gru militari sono state erette all’interno di Gaza lungo quella che è conosciuta come la Linea Gialla. Ma non si tratta di gru edili. Sono piattaforme di osservazione sopraelevate, equipaggiate con telecamere e mitragliatrici a controllo remoto, che consentono di monitorare vaste aree e sparare da grande altezza. Diverse segnalazioni hanno documentato episodi in cui il fuoco è stato diretto da queste postazioni contro aree civili, provocando morti e feriti.

Non si tratta di un concetto del tutto nuovo; Israele ha già utilizzato sistemi simili in passato, combinando la videosorveglianza con armi a controllo remoto.

Purtroppo, le armi non sono scomparse con il cessate il fuoco.

Sono state semplicemente sollevate in quota.

Da lassù, al di sopra delle macerie, delle tende e delle case, questo sistema può vedere molto più di quanto un essere umano possa vedere da terra. La telecamera osserva, l’arma è in agguato e la persona che la manovra è lontana dal punto in cui il proiettile colpirà.

Qui vediamo qualcosa che trascende l’arma stessa:

L’ingegneria dell’uccisione.

Uccidere non è più necessariamente uno scontro tra un soldato e qualcuno che gli si para davanti. È diventato un sistema di telecamere, sensori, piattaforme sopraelevate, armi automatiche e controllo remoto. Un sistema che rende la violenza regolamentata e ripetibile, e separa la mano che spara dal corpo che riceve il colpo.

E non si limita all’uccisione.

Forse l’impatto più profondo di queste gru è quello che fanno alla mente di chi vive sotto di esse.

Mi viene in mente Michel Foucault e la sua idea di panopticon, la prigione proposta dal filosofo inglese Jeremy Bentham alla fine del XVIII secolo, incentrata su una torre di guardia centrale. Il suo potere non risiedeva nel fatto che la guardia sorvegliasse costantemente ogni prigioniero, ma nel fatto che il prigioniero non sapesse mai di essere osservato. Col tempo, la semplice possibilità di essere osservati diventa sufficiente perché una persona interiorizzi la sorveglianza e adatti di conseguenza i propri movimenti e comportamenti.

A Gaza, questo scenario assume una forma ancora più brutale.

La torre di guardia non è nascosta nel cuore della prigione.

È visibile sopra la città. Lo vedi, ma non sai quando ti vedrà.

Sai che c’è una pistola sopra di te, ma non sai quando sparerà.

E questo basta a cambiare il significato della vita quotidiana.

Dovrei uscire adesso?

Dovrei salire sul tetto?

Dovrei restare qui o spostarmi?

Dovrei lasciare che mio figlio giochi fuori?

La sorveglianza si insinua anche nelle decisioni più semplici, quelle che non dovrebbero richiedere riflessione. Le persone iniziano a valutare la distanza, la direzione dello sguardo, la posizione del corpo e il tempo che possono trascorrere in strada.

Così, la paura non è più solo un sentimento che attanaglia le persone dopo un episodio di violenza. Diventa parte integrante dell’organizzazione della vita prima che accada.

E questo, a mio parere, è l’aspetto più crudele di queste gru.

Non hanno bisogno di sparare continuamente per svolgere il loro lavoro.

È sufficiente che le persone sappiano che possono farlo.

È sufficiente che siano lì, sospese sopra di loro, che l’occhio armato diventi parte del paesaggio quotidiano; che renda le persone più caute nei loro movimenti, più consapevoli di ciò che le circonda e meno capaci di sentire che i loro corpi e i loro spazi appartengono a loro stessi.

Il controllo non inizia solo quando un proiettile colpisce un corpo. Inizia molto prima, quando il corpo impara a temere di essere visto.

Pertanto, queste piattaforme non sono semplici depositi di armi. Sono anche strumenti per produrre uno stato psicologico generale: vivere con la consapevolezza di poter essere osservati, di poter essere presi di mira, senza sapere quando o perché.

E questo è l’aspetto più amaro di un cessate il fuoco: La violenza non si è fermata. Ha cambiato forma, si è innalzata sopra le teste delle persone ed è diventata parte dell’architettura dello spazio, della psiche e della vita quotidiana“.

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