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16 maggio anniversario della Nakba – CORTEO NAZIONALE A MILANO contro guerra sfruttamento e genocidio

CONTRO LA GUERRA IMPERIALISTA!

FERMIAMO IL GENOCIDIO DEL POPOLO PALESTINESE!

CONTRO L’AGGRESSIONE ALL’IRAN CONTRO L’AGGRESSIONE E LA PULIZIA ETNICA IN LIBANO.

A FIANCO DEL POPOLO CUBANO!

MENO ARMI E PIU’ SALARI, PIU’SANITA’ UNIVERSALISTICA, ISTRUZIONE E SPESE SOCIALI!

CONTRO IL GOVERNO MELONI COMPLICE DI GUERRA E GENOCIDIO! FERMIAMO LE MANI DEGLI ASSASSINI SIONISTI!

15 MAGGIO 1948 – LA NAKBA – LA CATASTROFE

16 MAGGIO 2026 Portiamo la palestina nelle piazze.

– 15 maggio sciopero generale della logistica

– 16 maggio corteo nazionale a Milano

– 18 maggio sciopero generale

– 29 maggio sciopero generale

Il nostro cuore è ancora e sempre gravato dalla sofferenza dei 10.000 palestinesi che sono tutt’ora arbitrariamente detenuti e torturati fino alla morte, il nostro abbraccio fraterno e solidale va a Mohammad Hannoun a Raed Dawoud a Yaser Elasaly a Ryiad Albustanji (che vede calpestato da tempo il suo diritto a una visita medica), a Anan Yaeesh a Ahmad Salem a Tarek Dridi ma in questo momento siamo grandemente più che felici di sapere finalmente liberi i generosissimi Thiago Saif della Global Sumud Flotilla e ancor di più perchè consapevoli che la loro liberazione sia dipesa anche dalla mobilitazione internazione che ha isolato l’entità coloniale sionista Israele intimandole di aprire loro le porte del carcere.

Il 16 maggio sarà una giornata di mobilitazione nazionale con il corteo a Milano con la quale abbiamo alzato l’orizzonte politico, perché abbiamo tutte e tutti la consapevolezza che il fronte di lotta sia unico e che lo scontro sia globale e complessivo contro la guerra imperialista, l’abbassamento del valore reale dei salari, lo sfruttamento e la precarietà, lo spostamento di risorse dal “welfare” (quello rimasto dal saccheggio delle privatizzazioni della sanità e della scuola) agli armamenti, e che la crisi economica strutturale del modo di produzione capitalistico Ã¨ al centro e motore dei processi di ristrutturazione internazionale con il posizionamento delle superpotenze imperialiste. Su questo ci ripromettiamo di far uscire a breve un ragionamento speriamo compiuto anche perché il concetto stesso di imperialismo sembra svuotato del suo contenuto di classe, quasi un indice per misurare l’aggressività,  quasi come un insulto da rivolgere al nemico senza però approfondire i processi economici nell’evoluzione della storia dell’umanità e nel rapporto tra le classi che ne definiscono le condizioni e le caratteristiche.   

Vorremmo ora approfittare dell’avvicinarsi della ricorrenza della Nakba, (15 maggio1948 nascita dell’entità coloniale sionista-16 maggio la Nakba-la catastrofe) questa data simbolica, questa ferita storica che ha cambiato la vita del popolo palestinese, per FARE IL PUNTO provare a ragionare sulla coerenza della solidarietà in maniera inclusiva e senza in alcun modo porre barriere settarie ma per consolidare le basi di una maggiore consapevolezza del cammino che stiamo tutte e tutti percorrendo. Dal 7 ottobre, senza mai un’interruzione, siamo sces@ in piazza tutte e tutti insieme provando collettivamente a dare spessore ai ragionamenti, scambiandoci dati e analisi in una difficile fase in cui la banalizzazione regna sovrana. Siamo collettivamente riusciti a parlare dell’impatto sulle nostre coscienze e della necessità primaria della solidarietà, dell’empatia, della rabbia, del profondo dolore che tutte e tutti noi proviamo e persino dello scoramento di fronte all’enorme sofferenza fino al martirio del popolo palestinese sottoposto ad un’oppressione coloniale che dura da almeno 78 anni e ora a un genocidio conclamato e persino rivendicato dall’entità coloniale suprematista sionista chiamata Israele. Abbiamo insieme denunciato l’odiosa e arrogante impunità sionista e la legittimazione all’omicidio, alla tortura, alla detenzione arbitraria, allo stillicidio della violenza e allo smembramento letterale di famiglie intere ma abbiamo provato a dire anche tanto altro.

Abbiamo insieme provato ad andare oltre e abbiamo provato a coniugare questa nostra appartenenza a un senso di umanità collettivo, che tutte e tutti noi portiamo in piazza ogni sabato, con un’analisi che provasse a spiegare i motivi di questa barbarie disumana. Il genocidio non è infatti il prodotto di una propensione all’odio suprematista dell’ebraismo sionista o quanto meno non è solo questo il dato profondo così purtroppo presente nella società israeliana, checché ne dicano i lugubri sionisti “buoni”  della “sinistra per israele” (assertori del tragico concetto che la democrazia è un qualcosa che vale e deve essere applicato solo agli affiliati alla setta dell’ebraismo sionista). Giustizia, democrazia e sionismo sono chiaramente e soprattutto storicamente un ossimoro. 

Abbiamo insieme ribadito che il genocidio ha radici nelle condizioni materiali, è economia, è colonialismo, è politica, è sfruttamento di mano d’opera palestinese a basso costo (invitiamo a studiare le motivazioni della ribellione dei contadini palestinesi nel 1936 pagati la metà del salario di un lavoratore di religione ebraica). Il sionismo è, ridotto all’osso, l’arma ideologica per giustificare un’occupazione coloniale sostenuta dall’occidente per coprire il razzismo delle proprie società, utilizzandolo come testa di ponte della propria economia in Asia occidentale. 

Il suprematismo della concezione del “white power ebraico/sionista” è insita nella versione fondamentalista (al pari dell’Isis ma in versione ebraica) del “popolo eletto”, è il tessuto culturale ideologico, il culto che forma “identità” e che tiene insieme la massa, Ã¨ la giustificazione ideologica della struttura economica sionista che ha edificato, a sua immagine e somiglianza, una società per un popolo/esercito (in alcuni momenti anzi un esercito/popolo) letteralmente sopra la società palestinese annientandone e cancellandone l’esistenza.

Davanti a tutto questo dobbiamo comprendere che non può bastare la pur necessaria empatia, non basta l’appello alla pur necessaria umanità, non può bastare e non è mai bastato scendere in piazza chiedendo accoratamente e giustamente di non uccidere più bambini denunciando la quotidianità dell’abisso di disumanità che spacca letteralmente i nostri cuori.  Il dolore continuo abbatte e si trasforma in stanchezza e rischia di diventare solo un rumore di fondo che può produrre assuefazione e tende a svuotare le piazze (ed è su questo che contano i macellai sionisti).

Davanti a tutto questo dobbiamo alzare lo sguardo e sinceramente abbandonare ogni ipocrisia, ogni paternalismo inconscio e comprendere che al popolo palestinese sta veramente troppo stretto il ruolo di vittime e, se non ampliamo l’orizzonte del nostro sguardo, se non lo rendiamo consapevole dei meccanismi economici e politici che producono il genocidio come la stessa guerra, possiamo involontariamente diventare parte del meccanismo della compatibilità e propedeutici alla normalizzazione della pulizia etnica perchè non basta portare cibo, acque e cure mediche. Diamo per scontato che su questo nessun@ di noi  sia disposto a fare passi indietro ma non basta rendere più umano un carcere a cielo aperto per renderlo giusto.

– Al popolo palestinese va riconosciuto il diritto a un legittimo e necessario diritto alla propria AUTODETERMINAZIONE  con i tempi e le modalità necessarie perchè possa trovare liberamente e senza ingerenze sioniste o imperialiste la propria strada verso la liberazione. – 

Magari anche accompagnato da tutto il disprezzo possibile per le elezioni truffa volute dall’ ANP e Fatah funzionali ai disegni del dominio coloniale sionista e infatti disertati dalla poplazione palestinese senza alcuna rappresentanza della Resistenza in tutte le forme politico/organizzative in cui si è espressa. (la candidatura era vincolata al riconoscimento degli accordi di oslo e i riconoscimento unilaterale dell’entità coloniale sionista)

15 MAGGIO 1948 – LA NAKBA – LA CATASTROFE

16 MAGGIO 2026 Portiamo la palestina nelle piazze.

Questo ragionamento sulla consapevolezza collettiva di una prospettiva di liberazione è ancora più valido e attuale nella ricorrenza della Nakba, la catastrofe palestinese. Perché la Nakba non fu solo la violenta cacciata di almeno 700.000 palestinesi dalla loro terra ma fu la legittimazione internazionale di un’occupazione del colonialismo sionista ebraico che ancor oggi continua dalla nascita il 14 maggio del 1948 dell’entità coloniale sionista. La violenza criminale sionista non fu e non è oggi occasionale ma pianificata perché elemento portante di un progetto coloniale. Infatti la violenza sionista non terminò con la Nakba del ’48. Negli anni che seguirono furono migliaia i palestinesi uccisi mentre tentavano di ritornare legittimamente nelle loro case e sulla loro terra.

Alla Nakba (la catastrofe) del ’48 segui la Naksa del 1967 (la ricaduta) quando circa 500.000 palestinesi e siriani vennero scacciati dalle loro abitazioni nell’inarrestabile processo di espansione armata del colonialismo sionista ebraico. Alla Nakba e alla Naksa dobbiamo però aggiungere gli  accordi di Oslo del 1993 come pietra tombale (la terza nakba) su un possibile stato palestinese edificato su tutta la Palestina storica se non come stato senza continuità territoriale, divisa in tanti piccoli “bantustan”, controllata, dipendente e colonia di contorno della potenza economica e militare sionista. Parlare oggi di Palestina vuol dire opporsi a questo progetto che incarna il sogno sionista di una Grande Israele “Eretz Israel”. Un progetto che l’entità coloniale sionista sta applicando in Libano con un’operazione militare di devastazione assoluta chiamata infatti “Eternal Darkness” scientificamente mirata a evitare ogni possibile ritorno delle famiglie libanesi nelle loro abitazioni.

Davanti a tutto questo scempio di vite e alla cancellazione di intere società non possiamo fermarci alla solidarietà umana, non possiamo non assumerci la responsabilità di farci carico delle contraddizioni che muovono la violenza imperialista e sionista che ci stanno portando sul bordo di una guerra della quale noi tutte e tutti saremo le vittime designate. Saremo noi a dover imbracciare le armi con le quali i diversi capitalismi nazionali si arricchiscono e non certo le classi al potere di ogni paese del mondo i cui interessi di sopravvivenza hanno più importanza della vita di miliardi di esseri umani o la sopravvivenza stessa dei cicli ecologici della natura. Essere coerenti nella solidarietà vuol dire parlare di Liberazione e di Resistenza, per essere coerentemente a fianco del popolo palestinese senza lasciare nessuno indietro, aprendo il fronte della solidarietà ma nella consapevolezza che l’imperialismo e il nemico sionista vanno battuti sul piano della coscienza e della lotta di classe per un possibile percorso di liberazione e di resistenza dalle catene del dominio di classe in ogni angolo del pianeta. E questo è internazionalismo, è antimperialismo, è proporre, lavorare e dare gambe e organizzazione a un progetto di una radicale trasformazione del presente per una società nuova di liberi e di uguali senza più guerra, sfruttamento, sionismo razzismo, fascismo, sessismo nel rispetto della natura e del pianeta.

PER IL DIRITTO ALL’ESISTENZA, ALLA RESISTENZA, AL RITORNO DEI PROFUGHI DEL 1948 E DEL 1967

PER IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE DEL POPOLO PALESTINESE

GIU’ LE MANI DAL LIBANO, DALL’IRAN, DA CUBA!

CONTRO IMPERIALISMO E SIONISMO!

Con la Palestina nel cuore!

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