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8 novembre con la Palestina fino alla Liberazione – In cammino verso lo sciopero del 28 e i cortei di Milano e Roma del 29

IN CAMMINO VERSO LO SCIOPERO GENERALE DEL 28 NOVEMBRE  E LA GRANDE GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE DEL 29 NOVEMBRE  CON CORTEI A ROMA E MILANO

  • ore 14 BOICOTTAGGIO AL MACDONALD’S DI PIAZZALE LORETO ANG. C.SO BUENOS AIRES

con striscione senza firme e portiamoci solo bandiere palestinesi e megafono

  • ore 15 CORTEO DA PIAZZALE LORETO con termine in viale Monza fermata MM Rovereto

Aggiornamento in pillole sullo stato della cosiddetta “civiltà occidentale”: 

– Sotto la limpida supervisione USA, l’entità coloniale sionista Israele continua il genocidio palestinese a Gaza con centinaia di morti e feriti (238 morti e 501 feriti al 4 novembre) e l’ingresso insufficiente di cibo, acqua potabile, supporto sanitario e ora anche tende e protezione dal freddo.

– “Trionfa” la giustizia nell’entità coloniale sionista con l’arresto della procurattrice militare che aveva permesso la diffusione del video dello stupro di un detenuto palestinese nel famigerato carcere di Sde Teiman.

– La Knesset il parlamento israeliano autorizza la costruzione di a nuove 1300 abitazioni a Gerusalemme est e tutta la Cisgiordania è quotidianamente letteralmente rubata ai palestinesi metro dopo metro dai coloni e dall’IDF .

– Il sudamerica, a partire dal Venezuela, è oggetto delle aggressioni imperialistiche di Trump che mira alle risorse naturali e alla sottomissione del “cortile di casa”

e l’elenco potrebbe continuare interminabile

@  Ma questa volta, per una volta, vogliano offrire un ragionamento non vincolato alla cronaca del genocidio e della “guerra a pezzi”

Dopo più di 2 anni di appelli settimanali siamo ormai colti da una forma strana di dissociazione nello scrivere di quello che sta accadendo in Palestina da Gaza alla Cisgiordania e in tutto il pianeta lanciato verso il baratro della guerra continua.

La parte più analitica e dialettica del nostro approccio alla realtà e alle sue contraddizioni ci fa analizzare il più freddamente e scientificamente le possibili cause strutturali, la trasformazione epocale in corso verso un’economia di guerra, la corsa al riarmo come strumento di valorizzazione del capitale, i suoi probabili effetti sulle classi sfruttate e sulla natura dell’intero pianeta. Le potenziali contromisure da un punto di vista di classe come tattica per una strategia di un possibile e necessario superamento del presente. Ma c’è un ma perché tutto questo non basta, perché questo ma è il nostro “cuore” che si ribella, che batte forte, che toglie le parole, che piange e nello stesso tempo si riempie sempre più di un odio che sembra esplodere, che non si rassegna e che è cosi pieno di rabbia e condivisione empatica della sofferenza verso quella enorme, reiterata e più che centenaria impunita ingiustizia e violenza quotidiana inflitta al popolo palestinese che dobbiamo impedirgli di offuscare la parte razionale di noi stessi. 

Lo sappiamo, non è per tutt@ cosi. Lo sappiamo, a chi “legge” di Palestina dai giornali e “ascolta” di Palestina dalle televisioni noi, che abbiamo “somatizzato” e ci sentiamo immersi nella sofferenza palestinese , sembriamo “pazzi”, quantomeno “strani” perché guardano quanto accade in Palestina da lontano, con un distacco che ha radici, probabilmente inconsce in quell’aurea, in quel sapore di sottofondo razzista che considera il sud del mondo, peggio se islamico, con diffidenza. Lo sappiamo, lo fanno anche certi “compagni” di percorso che, perdendo la dialettica per strada, credono di poter forzare la questione palestinese dentro un freddo (ma non rigoroso) incasellamento analitico frutto di un approccio deterministico alle contraddizioni. 

@  La Palestina invece, con le sue contraddizioni, la sua determinazione a sopravvivere e resistere, il suo Sumud espresso e motivato da diversi riferimenti ideologici e storia pregressa, è un laboratorio per i popoli del sud del mondo di rivolta anticoloniale, di incontro/scontro tra ideologia, politica, tatticismi, identità religiosa ancor più che religione, patriottismo (quello buono dei nostri partigiani) e tendenze più coerentemente marxiste che insieme hanno cucito una trama cosi potente e forte da mantenere viva un’identità e un intero popolo davanti ad un nemico preponderante. 

@  Combattere l’ideologia del genocidio, il racconto sionista e borghese è un compito di tutte e tutti.

L’approccio dell’empatia personale deve essere coniugata con l’analisi politica materialista delle contraddizioni mai dimenticando che  guerra e genocidio hanno bisogno che si affermi l’idea di una superiorità occidentale, il racconto di una sovrastruttura ideologica suprematista dalle mille sfumature e gradazioni che li supporti. E questo racconto che, probabilmente, ancora tiene lontan@ molte e molti dall’esprimere solidarietà piena e incondizionata al popolo palestinese e alla sua Resistenza. Ed è sempre questo racconto, questa costruzione ideologica malata al servizio dell’imperialismo e del sionismo che fa scendere milioni di persone in piazza solo per i bambini e le bambine palestinesi dilaniati e macellate dalla violenza sionista senza fare un passo in più verso un’idea di liberazione del popolo palestinese  dalle catene della subordinazione al fondamentalismo ebraico-sionista. Ne siamo ben consapevoli e questo non ci porta certamente a fare graduatorie, perché il carico gravoso della quotidianità, della fatica di vivere in una società che comprime economicamente e socialmente i nostri bisogni, insieme alla nostra dose stratificata di individualismo, può portare a rimuovere, ad accantonare, a vivere in maniera “frenata” l’esplosione di quello che dovrebbe essere un innato senso di empatia e di solidarietà verso la sofferenza, lo strazio e l’orrore per quel mare di sangue consapevolmente e scientificamente versato in Palestina. Ma è qui che entra in gioco il pensiero organizzato, la ragione, la nostra coscienza politica, la nostra concezione del mondo che è fondata su un profondo senso di umanità coniugata razionalmente e posta al servizio di un’analisi lucida della realtà e delle contraddizioni che muovono la storia dell’umanità a partire dalla divisione in classi. Sotto, però, deve continuare a battere e scorrere la nostra umanità come il rumore di sottofondo di un torrente carsico che sostiene la nostra ideologia di liberazione dell’intera umanità da ogni forma di disuguaglianza e di sfruttamento.

@  Questa righe ci servono per spiegare come il quotidiano sanguinario macello, la tragedia immane e la negazione dell’identità e di un futuro per l’intero popolo palestinese di Gaza e Cisgiordania, vada interpretata con un duplice approccio profondamente intrecciato in un rapporto dialettico di causa ed effetto, tra la struttura economica e la sovrastruttura ideologica e culturale delle società “moderne”.

– Un primo approccio, forse non compreso da tutte e tutti nella sua valenza totalizzante, è il collasso etico e morale dell’occidente imperialista. Il genocidio palestinese ha strappato la pagina del libro della storia. Non regge più il presupposto suprematista della difesa dei “nostri” valori occidentali contro l’invasione dei barbari. Il velo cristiano e la “croce” contro l’hijab, le crociate contro l’infedele sulla base dell’appartenenza di sangue ad una “nazione” bianca. Il velo è caduto e rimane solo l’immagine del comando. Estremizzando, ma non di molto, potremmo tranquillamente sostenere che l’abominio delle teorie del Klu Klux Klan sono oggi scritte con lettere di sangue sul bastone con il quale Trump vuole imporre il suo comando al mondo. Se partiamo dal presupposto che l’etica sia quel libro non scritto di principi e valori che dovrebbero guidare il cammino dell’intera società fino all’ultimo di noi nel decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è bene e cosa è male, che la morale sia l’insieme di regole che definiscono in positivo e in negativo il quotidiano delle nostre vite, possiamo ben comprendere che l’involucro profumato e luccicante disegnato dalla pubblicità consumista serva ormai solo a coprire l’odore della putrefazione della società capitalista in progressivo disfacimento. Un odore di morte che arriva da lontano, dal genocidio dei nativi americani che è durato cent’anni, degli aborigeni australiani, delle popolazioni Herero e Nama in Namibia e Sudafrica, insieme al clangore delle catene dello schiavismo e del colonialismo che ha spremuto vite e interi territori per il profitto. 

– La “nostra” tanto decantata e supposta democrazia occidentale sta formalmente  cadendo sotto i colpi di una crisi economica globale che spinge verso l’arroccamento di quelli che ci permettiamo di definire sinteticamente ” privilegi e interessi di classe”. Una ricchezza però non solo individuale del singolo ricco capitalista arricchito con lo sfruttamento dei suoi dipendenti ma, anche e soprattutto, in termini di surplus di ricchezza estratto dal lavoro di milioni di lavoratori e lavoratrici che arricchiscono complessivamente la classe al potere. Paura e insicurezza del posto di lavoro, precarietà, qualità del lavoro, bassi salari, tutte queste sono condizioni che aumentano esponenzialmente in tempo di crisi, a fronte di un arricchimento progressivo delle classi al potere che, proprio per la crisi e la saturazione di alcuni mercati, spostano miliardi di dollari ed euro verso investimenti finanziari speculativi in quanto tali.  La tanto decantata positività della “concorrenza”, per i suoi effetti benefici e calmieratori dei mercati, è talmente esasperata in tempo di crisi che esportata sul terreno di scontro globale sta provocando guerre, distruzione e miseria a causa dello scontro tra i contrapposti blocchi imperialistici.

@  Il quadro generale è estremamente negativo e l’assenza di un cosciente movimento di classe che se ne possa fare carico, ridando speranza per un cambiamento necessario e possibile, consegna alla destra al governo pezzi della nostra stessa classe lavoratrice perché la difficoltà ad una vita e un lavoro decente sta creando ” invidia sociale” e quindi la riproposizione degli stessi meccanismi di arricchimento individuale e di accesso a beni di consumo o “status” che solo “i ricchi” si possono permettere. Non rabbia e rivolta sociale quindi, non identificazione in una stessa classe che condivide interessi e speranze per cui lottare collettivamente, non ribellione e collettivizzazione di un processo di liberazione (la parola torna sempre) dalla subordinazione di classe e quindi dalla precarietà e dallo sfruttamento.

Questa situazione ci obbliga ad un salto di qualità politica, ad un’assunzione di responsabilità collettiva senza primogeniture nè egemonismi di sorta.

Crediamo che l’impegno di tutte e tutti debba essere quello di lavorare in maniera unitaria per un appello politico condiviso per le mobilitazioni di fine mese e una pratica collettiva nella gestione delle iniziative di avvicinamento. Se l’obiettivo comune è quello riuscire a fermare con lo sciopero generale i siti produttivi e della logistica e di portare in piazza una massa potente di donne e uomini, ragazzi e ragazze contro la corsa al riarmo, all’economia di guerra e contro il genocidio del popolo palestinese, dobbiamo riuscire a coniugare tutti questi elementi di carattere generale con le contraddizioni materiali che incidono nelle nostre vite.

Per questo motivo sosteniamo l’importanza della consapevolezza che il genocidio del popolo palestinese, la tendenza alla guerra, il riarmo e l’economia di guerra, i processi di irreggimentazione autoritaria della società, la repressione, la precarietà di vita e del lavoro, la strisciante deindustrializzazione, l’abbassamento del valore reale dei salari, il lavoro nero ed i tagli al Welfare con la demolizione progressiva della qualità e dello stesso Servizio Sanitario universale a favore della privatizzazione della Sanità, i tagli alla Scuola e il caro affitti siano parte di un’unica strategia globale delle classi al potere contro gli interessi di milioni di donne e uomini, sfruttate e sfruttati e le giovani generazioni di proletarie e proletari che si avvicinano ad una vita di sfruttamento. E’ sotto gli occhi di tutt@ che siamo immersi in una guerra che l’imperialismo, con le sue diverse bandiere, sta portando contro il sud del mondo fino dentro le nostre metropoli imperialiste.

Questa traiettoria bellicista incide sulle nostre vite spostando investimenti e risorse verso un’economia di guerra che oggettivamente e inevitabilmente confligge contro il nostro salario e il welfare pubblico, la sanità universalistica, il diritto all’istruzione, la casa, la salvaguardia delle risorse e dei cicli ecologici del pianeta.

NO AL GENOCIDIO E ALL’APARTHEID A GAZA E CISGIORDANIA!

NO ALLA GUERRA! NO ALL’ECONOMIA DI GUERRA!

NO AL RIARMO E NO AL TAGLIO DELLE SPESE SOCIALI!

A FIANCO DEL POPOLOPALESTINESE E DELLA SUA RESISTENZA!

Con la Palestina nel cuore!

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