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Corteo 1° novembre – Con il popolo palestinese fino alla Liberazione – No alla criminalizzazione della solidarietà


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SOLIDARIETA’ CON CHI LOTTA, SOLIDARIETA’ CON CHI E’ STATO COLPITO DALLA REPRESSIONE A MILANO, TORINO, ROMA, NAPOLI.

Fermare il genocidio palestinese non è sufficiente perché il sionismo è sopraffazione coloniale e genocidio! 

Fermiamo il sionismo! Non esiste pace senza Liberazione.

@  La corsa al riarmo e alla conseguente economia di guerra, la trasformazione in senso autoritario delle società, l’insorgere del nazionalismo, del militarismo, della repressione e dello stesso genocidio del popolo palestinese sono parte di un progetto globale del capitalismo contro la classe lavoratrice, contro l’umanità e contro il pianeta. Il governo Meloni sta facendo la sua parte, ma ora tocca a noi tracciare una strada comune per un’alternativa non di governo ma di sistema.

“La storia del capitalismo è la storia della pirateria organizzata da pochi che si appropriano del lavoro di molti.” Che Guevara. 

Iniziamo l’appello per il prossimo corteo di sabato 1 novembre con questa evocativa frase del Che per rimettere al centro la contraddizione primaria che muove la storia. Sfruttati contro sfruttatori, capitale contro lavoro, giustizia e uguaglianza sociale contro lo sfruttamento di classe. Al di fuori di questa contraddizione materiale rimane solo un concetto generico di appello all’umanità, certamente importante nei momenti più aspri dell’attacco imperialistico e del genocidio palestinese, che per essere utile e non regressivo deve essere solo un punto di partenza per interpretare i compiti che un movimento di classe e di solidarietà internazionalista si deve assumere con la responsabilità di prefigurare un futuro diverso che rimetta al centro i bisogni primari di donne, uomini, della natura e non il profitto capitalista.
@ L’imperialismo sta portando l’intera umanità sul baratro della guerra. La nuova versione del “colonialismo sovranista” Usa sta obbligando il resto del mondo a inginocchiarsi davanti alla propria manifesta e minacciosa potenza militare anche con l’acquisto di risorse energetiche e armi (https://www.csavittoria.org/2025/10/23/25-ottobre-corteo-a-milano-con-il-popolo-palestinese-e-la-sua-resistenza-non-ce-giustizia-senza-resistenza/) per ripianare il proprio debito pubblico in costante aumento. Una dipendenza creata attraverso l’uso di strumenti di potere coloniale (persuasivi e materiali, di assedio e di sanzioni) che affiancano alla distruzione di territori e alla guerra aperta il sistematico drenaggio di risorse e il controllo dei flussi finanziari e logistici.

I dazi stessi sono una forma avanzata di guerra che dal piano economico si può trasformare in guerra combattuta con le armi. Il tentativo di ridurre i prezzi dell’immensa quantità di merci importate dagli USA e i correlati profitti dei paesi esportatori (in primis della Cina) attraverso la loro trasformazione in entrate fiscali (i dazi non sono altro che imposte) hanno una duplice funzione: da un lato, una cura “palliativa” per il già citato bilancio fuori controllo e schiacciato dagli interessi, dall’altro un avvertimento per quei paesi riottosi ad accettare di piegarsi ai diktat economici e geopolitici dell’imperialismo Usa. La minaccia dello “uso delle armi” è infatti ormai l’unico reale deterrente in mano a un’economia sempre più in declino, nel quale lo stesso dollaro non assolve più alla funzione di strumento di mantenimento del potere. La vera e propria corsa all’accaparramento di oro delle banche centrali e delle centrali della finanza rappresenta la cartina di tornasole di quest’ultimo passaggio: il progressivo tramonto della funzione di bene rifugio e di garanzia della conversione di una moneta (e dei titoli del debito USA a esso collegati) per l’accumulazione di valore. La de-dollarizzazione accompagnata da una finanza sempre più vorace nei confronti della produzione, ci mostrano anche come sia l’intero sistema capitalistico a essere in crisi irreversibile e come gli investimenti militari e il sostanziale varo di economie di guerra siano gli strumenti adottati internazionalmente per tentare di rilanciare nuovi cicli di accumulazione. 

E quindi gli episodi, i pretesti, le intimidazioni non potranno che incrementarsi. L’esempio più lampante è rappresentato dall’invio di portaerei e navi da guerra per le esercitazioni Usa nel Mar dei Caraibi davanti alle coste del Venezuela e le minacce alla Colombia per il suo impegno nella solidarietà politica e concreta contro il genocidio palestinese.  La stessa supposta “pace” tra il Ruanda, il Movimento M23 e la Repubblica popolare del Congo, di cui Trump si sta vantando, è per gli Usa solo un miserabile mezzo per avere accesso diretto alle fonti energetiche e alle “terre rare” congolesi così utili per vincere la corsa verso processi di innovazione tecnologica che stanno aiutando a definire l’egemonia sull’intero pianeta nel momento in cui il colosso economico cinese sta frenando le esportazioni per non favorire l’avversario statunitense. 

 L’inequivocabile crisi economico-sociale del sistema capitalistico globale, smascherata anche dal presunto punto di vista “valoriale” per l’appoggio al genocidio palestinese, è tale che la corsa agli armamenti venga appunto individuata e pianificata come leva per rimettere in moto un nuovo ciclo di valorizzazione che rialzi i margini di profitto, spostando altresì un grande volume di capitali  dalle pericolose bolle della speculazione finanziaria alla produzione materiale di armi e sistemi bellici. Perfettamente conseguente alle esigenze della struttura economica le diverse borghesie nazionali stanno affinando le armi della macchina del consenso. Della sovrastruttura ideologica, valoriale e pseudo-culturale perché questa corsa suicida alle armi ha la necessità della costruzione di una campagna di massa per l’acquisizione di un consenso che sostenga e permetta la riconversione delle industrie in produzione bellica evitando l’insorgenza di proteste da parte della classe lavoratrice e di larghi settori della società solidale che è scesa in piazza contro il genocidio del popolo palestinese. In tempi brevi, anche in Italia, verrà certamente anche posto il ricatto della scelta: da una parte disoccupazione e miseria e dall’altra il “nobile” lavoro nelle fabbriche di guerra che avranno sempre più bisogno di patriottici lavoratori da subordinare alle esigenze guerrafondaie del capitalismo nazionale e dell’imperialismo Usa.

@  Nazionalismo, militarismo, bellicismo, accentramento del comando, gerarchizzazione della società, razzismo, islamofobia, omolesbobitransfobia e fascistizzazione ideologica, sono ormai disvalori che incidono e provano a condizionare quotidianamente le nostre scelte e le nostre vite. 

L’attacco al diritto di sciopero, la criminalizzazione della solidarietà, il riemergere di provocazioni fasciste in diverse città italiane con l’aggressione agli studenti di scuole occupate, l’innalzamento e l’incrudimento dei livelli repressivi con violente cariche contro chi manifestava in piazza a Roma e Torino, i gravissimi arresti arbitrari e ingiustificati a Napoli di Mimì, Dario e Francesco, dopo la protesta contro l’azienda farmaceutica israeliana Teva, il foglio di via per un anno da Milano e la denuncia per “istigazione a delinquere” a Mohammad Hannoun per il suo impegno costante nella solidarietà concreta al popolo palestinese, sono il segno chiaro di questo progetto di società autoritaria tanto cara al governo Meloni, come anche il nuovo decreto Gasparri 1627 che per criminalizzare la solidarietà vuole equiparare l‘antisemitismo fondamento dell’ideologia nazista al nostro antisionismo motivato storicamente. Un nuovo tipo di fascismo e di destra autoritaria del terzo millennio naturalmente diverso dal regime in camicia nera del ventennio mussoliniano ma sovrapponibile nei suoi valori sostanziali, “Dio, Patria e Famiglia, e nel suo odio anticomunista, antidemocratico e antipolare sempre al servizio degli interessi della classe al potere

 Non ci sono scorciatoie elettoralistiche, non ci sono asfittici fronti contro la repressione, non è possibile la subordinazione a “campi larghi” di nessun tipo, l’idea della trasformazione radicale e rivoluzionaria della società non è praticabile diventando la ruota di scorta di governi che si muovono sul piano delle compatibilità con le esigenze dell’imperialismo e dei capitalisti di casa nostra. La stessa ultima finanziaria del governo Meloni chiarisce e offre molti spunti per un’opposizione di classe larga e partecipata. Una finanziaria con tagli ai comuni e al comparto pubblico all’insegna dell’Austerità sul piano delle necessarie riforme sociali per rimanere dentro il limite del 3 % del rapporto tra il P.I.L. (Prodotto interno Lordo) e il Debito Pubblico per poter accedere ad ingenti finanziamenti europei per l’acquisto di armi e la riconversione di apparati produttivi in produzione bellica. L’unica risposta possibile ai piani di ristrutturazione e alla repressione è la forza della mobilitazione di massa a partire dal coinvolgimento della classe lavoratrice e delle nuove generazioni di sfruttati e di sfruttate. È la mobilitazione della solidarietà di classe e internazionalista a fianco degli sfruttati e degli oppressi di tutto il mondo, è lo sforzo di trasformazione e di articolazione di queste grandi e nobili parole d’ordine sul piano concreto dei bisogni materiali di milioni di donne e uomini: L’ oggettiva necessità di questa trasformazione della società noi la chiamiamo bisogno di uguaglianza e di solidarietà, noi la chiamiamo con il suo vero nome, comunismo.  Lavoro, salario, sanità, istruzione, casa, relazioni sociali non mercificate, parità di diritti senza differenza di genere o luogo di provenienza, rispetto della natura e degli animali, il rispetto dei cicli ecologici del pianeta, sono tutti terreni su cui combattere e contendere il potere alla classe al comando. Tutto si lega sul terreno della lotta contro le ingiustizie e lo schierarsi a fianco del popolo palestinese e della sua legittima Resistenza non solo contro il genocidio ma contro il colonialismo sionista è oggi elemento prioritario di lotta.

Mentre scriviamo arrivano notizie dell’ennesima rottura della tregua da parte dell’entità canaglia Israele.

@  Il finto senso di appagamento delle coscienze che pare attraversare l’occidente per la cosiddetta pace in Palestina ci dà il voltastomaco, ma crediamo che il racconto della Hasbara (la macchina di propaganda dello stato ebraico)  non sia così potente da far addormentare l’empatia e la calda solidarietà che ha scosso da nord a sud l’intera Italia negli scorsi mesi perché questa ad ora non è pace ma solo una tregua che peraltro l’entità coloniale sionista Israele ha già rotto numerose volte causando ancora morte e distruzione con i bombardamenti ma anche frenando il flusso di aiuti umanitari contemplato dall’ accordo siglato. La situazione sul campo parla chiaro e ci dice che in questo momento non esiste alcun riconoscimento del diritto all’Autodeterminazione del popolo palestinese. Il governo Netanyahu, che i sondaggi danno ancora largamente favorito e al “comando” dell’entità coloniale sionista Israele (la famosa democrazia medio-orientale), sta costruendo una cintura militare sulla “riga gialla” che delimita il 53 % del territorio di Gaza in mano all’ IDF, dimostrando così nessuna intenzione di abbandonarla per un ritiro completo dalla striscia. Giorno dopo giorno i criminali sionisti demoliscono intenzionalmente la possibilità di una continuità territoriale tra Gaza e la Cisgiordania, alla faccia dell’ipocrisia occidentale che blatera a vanvera di un’impraticabile opzione di 2 popoli in 2 stati annunciata ai quattro venti come elemento dirimente della guerra. Ma infatti non è guerra ma è colonialismo d’insediamento, è pulizia etnica fino al genocidio come rivendicato dallo stato canaglia israele dal giorno della sua nascita qualunque sia stato il suo governo. Secondo l’ufficio degli aiuti umanitari dell’O.N.U. solamente tra il 7 e il 13 ottobre i coloni sionisti, armati dal governo e spalleggiati dall’esercito, hanno compiuto 71 attacchi contro famiglie di contadini palestinesi. Sono 158 invece le aggressioni nel mese di ottobre per impedire la raccolta delle olive per picchiare, ferire, umiliare nella più completa impunità il popolo palestinese e per togliergli il diritto alla sopravvivenza con la distruzione di quasi 49.000 alberi negli ultimi 2 anni. Sono decine i bambini e le bambine uccisi in Cisgiordania solo in quest’ultimo anno.

E la responsabilità di questa barbarie non è frutto di un’esagerazione di qualche estremista messianico ma direttamente del parlamento israeliano perché è proprio la Knesset che ha approvato una legge per la sovranità israeliana su sempre maggiori fette di territorio palestinese. A chi ancora si stupisce rispondiamo che per chi conosce la storia sanguinosa dell’occupazione sionista in Palestina non c’è nulla di nuovo. Era tutto scritto fin dal 1948 quando, senza mai fermarsi, dal giorno stesso della nascita dell’entità coloniale sionista chiamata Israele, è continuato giorno dopo giorno il furto e l’annessione di terra palestinese. Dopo la guerra “preventiva” sionista del 1967 (…. si sa che loro si difendono e basta) il processo di insediamento coloniale è esploso in maniera più ampia e devastante includendo il Sinai egiziano, parti del Libano, le alture del Golan in Sira e pezzi interi della rimanente parte araba a Gerusalemme. L’apoteosi del colonialismo ebraico-sionista è stata la costruzione del muro dell’apartheid nel 2002 che ha sancito l’esproprio di terra palestinese frantumando famiglie per costringerle in ghetti palestinesi circondati da mura e filo spinato. Ghetti per uscire dai quali intere famiglie palestinesi si devono sottomettere ai controlli e alle vessazioni disumanizzanti dei soldati israeliani ai checkpoint. Alla faccia del diritto internazionale e delle centinaia di risoluzioni dell’ONU che imponevano al piccolo stato canaglia israele di lasciare le terre occupate, di garantire il diritto al ritorno dei profughi, di pagare la ricostruzione di ogni casa distrutta o espropriata. E ancora c’è chi si domanda il perché del sostegno del popolo palestinese alla sua legittima Resistenza. Perché è questo il discrimine. LA RESISTENZA COME STRUMENTO DI LIBERAZIONE. Proprio in questi giorni tutte le organizzazioni della Resistenza si stanno incontrando per dare una prospettiva unitaria al futuro del popolo palestinese, pronte ad un passo indietro delle singole organizzazioni per muovere i primi passi verso la prospettiva di nuove elezioni e un nuovo governo in cui vengano rappresentate tutte le diverse sensibilità e posizioni riaffermando il legittimo diritto ad un libero processo di Autodeterminazione senza alcuna ingerenza esterna. Il futuro del popolo palestinese lo deve decidere solo il popolo palestinese e non può essere deciso nella stanza ovale dell’immorale sanguinario affarista Trump o a Tel Aviv dal macellaio di vite umane Netanyahu.

  • PER L’INGRESSO IMMEDIATO DEGLI AIUTI UMANITARI SENZA LIMITI PER SALVARE LA POPOLAZIONE GAZAWI DA FAME, SETE E MALATTIE.
  • PER IL RILASCIO DEI PIU’ DI 10.000 OSTAGGI PALESTINESI ANCORA NELLE MANI DEI TORTURATORI SIONISTI
  • PER LA LIBERAZIONE IMMEDIATA DI MARWAN BARGHOUTI E DI AHMAD SAADAT.
  • Per un governo di palestinesi deciso dai palestinesi.
  • PER IL RITORNO DEI PROFUGHI
  • PER UNA PAESTINA LIBERA DALL’OCCUPAZIONE SIONISTA
  • DAL FIUME AL MARE CON GERUSALEMME CAPITALE.
  • Una Palestina terra di Pace abitata da palestinesi di ogni identità culturale e religione, terra di convivenza, di uguaglianza di diritti senza razzismo e suprematismo sionista.

IN CAMMINO VERSO LO SCIOPERO GENERALA DEL 28 NOVEMBRE E LA GIORNATA DI MOBILITAZIONE NAZIONALE DI SABATO 29 NOVEMBRE!

Con la Palestina nel cuore!

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