Inviato da redazione il Mar, 29/01/2019 - 09:42
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workers of the world unite

Il SI Cobas ha indetto per sabato 2 febbraio alle 14.00 a Bologna, presso la sede di via Saffi n. 30, un’assemblea pubblica di confronto tra realtà politiche e sindacali che segni un passaggio condiviso e allargato per perseguire l’obiettivo di unificare e generalizzare il conflitto di classe.

Un ulteriore e fondamentale passaggio di quel percorso che, sviluppato dall’esemplare ciclo di lotte nel settore della logistica e dal rinnovato protagonismo operaio capace di sottrarre comando e profitti a padronato e potentati locali, sta tentando di strutturare un unico fronte non limitato al terreno sindacale ma che riesca a saldare le diverse vertenze e lotta sociali, territoriali e di lavoro.

Un percorso che è riuscito a produrre mobilitazioni, seppur parziali, di fondamentale importanza e costruite su una piattaforma di rottura capace di coniugare la resistenza contro il razzismo di Stato e il decreto “sicurezza” di Salvini e l’offensiva per la conquista dei diritti per il proletariato immigrato e per l’abolizione delle norme precarizzanti, per la difesa del diritto di sciopero, contro i licenziamenti politici.

Un percorso che tenta ora di allargarsi e rilanciare la necessità imprescindibile dell’unità di classe. Una ricomposizione reale tra comitati e coordinamenti operai, realtà politiche conflittuali e, nel complesso, settori e lotte ancora divise che, partendo dalla materialità delle stesse, possa rappresentare un punto di riferimento chiaro per l’opposizione sociale e per la classe frammentata e dispersa. Ciò in un coerente orizzonte anticapitalista di definizione strategica dell’incompatibilità e inconciliabilità dei propri interessi di classe dato anche dal rifiuto di cedere ai richiami, sempre più afoni a dire il vero, di possibili tattiche elettoralistiche. Ma che riesca invece, senza pallide e fallimentari scorciatoie, a produrre rapporti di forza più favorevoli con l’obiettivo strategico del superamento del modo di produzione capitalistico e in grado, nell’immediato, di contrapporsi all'attacco sempre più aspro portato alla classe dal governo Lega-5Stelle e dalle sue politiche razziste e padronali.

Un governo che, ove ve ne fosse bisogno, ha oggi chiarito il proprio reale schieramento. Dopo che questa coalizione apparentemente spuria ha vinto le elezioni grazie alla capacità propagandistica di rappresentarsi quale alternativa all’agenda europeista dei precedenti governi (da Monti a Gentiloni), riuscendo a intercettare il rancore di un paese con salari stagnanti, disoccupazione massiccia e precarietà diffusa agitando sia il pericolo di una presunta invasione sia, maldestramente e con finalità esplicitamente reazionarie, i vincoli della “gabbia europea” e l’austerity da questa imposta quali responsabili primi e diretti, è oggi stata costretta rivelarsi per quello che è.

In buona sostanza un governo che non è in alcun modo discontinuo con Renzi & Co., ma che si pone con speculari modalità quale rappresentante degli interessi materiali, anche i più retrivi, del padronato nazionale e comunque subordinato ai diktat europei di tagli draconiani alla spesa pubblica e di precarietà imposti.

La pantomima dall’esito scontato sui decimali di differenziale di PIL da “strappare agli oligarchi europei” si è tradotta in una manovra che continua nell’operazione di indebolimento del potere contrattuale dei lavoratori e di consolidamento di un comando capitalistico e di disciplina del lavoro sempre più capillare e pervasivo. 

Il cosiddetto reddito di cittadinanza si è tradotto in una misura ricattatoria che scambia una misera elemosina di Stato con bassi salari, sgravi fiscali per chi assumerà e che prevede la deportazione coatta di forza lavoro disponibile e incatenata a qualsivoglia offerta nell’intero territorio nazionale.

Una elemosina finanziata con tasse e con un ulteriore taglio dei servizi pubblici, al pari dell’altra misura bandiera di riforma del sistema pensionistico che avrebbe dovuto affossare la legge Fornero ma che, in realtà, si è risolto nell’ennesimo cedimento alle politiche fiscali comunitarie che di fatto l’hanno ridotta nell’entità e nell’estensione temporale.

Una manovra giocata anche in chiave elettorale, nel tentativo di ingrassare un bacino di voti per le imminenti elezioni europee nelle quali lo scontro tra i “populismi” e i “sovranismi” dei diversi paesi UE e il blocco europeista sarà decisivo, ma che nasce ipotecata da un pressoché certo e prossimo forte aumento dell’IVA. Da qui la corsa a una comunque rapida approvazione di questi provvedimenti seppur ridotti per ottenere il necessario sostegno trasversale: da un lato, un padronato che ottiene forza lavoro disciplinata e meno costosa, dall’altro un proletariato blandito e ingaggiato in una perenne “guerra tra poveri” utile a perpetuare divisione e riduzione complessiva di diritti e tutele.

Il decreto sicurezza, che comunque si pone con lucida continuità nell’alveo impostato anche da Gentiloni e Minniti complici dell’internamento e delle torture nei lager libici di chi fugge da guerra e miseria, attacca frontalmente tanto chi cerca di superare i confini quanto l’intera popolazione immigrata presente precarizzandone ulteriormente la permanenza.

La crisi di accumulazione che non accenna a mitigarsi impone infatti la permanente necessità di reperire forza lavoro disponibile al momento, o da espellere con analoga facilità, per il continuo abbassamento dei costi di produzione favorito peraltro, su scala più ampia, da fenomeni migratori ridotti a scambiare sopravvivenza con illimitato sfruttamento.

E contestualmente offre uno strumento pressoché perfetto per la cinica macchina propagandistica quotidianamente impegnata ad alimentare insicurezza e falsa ma interessata emergenzialità. Ma rappresenta anche un formidabile attacco al mondo del lavoro e al diritto di sciopero prevedendo l’inasprimento della repressione e delle pene detentive contro chiunque organizzi e promuova forme di protesta, in particolar modo contro gli occupanti di case e contro chi organizza picchetti e blocchi stradali.

In questo quadro, l’assemblea di sabato e il percorso in atto rappresentano un importante tentativo per iniziare a invertire la sostanziale debolezza in cui versa la sinistra di classe, per produrre un’adeguata critica di classe che individui obiettivi e interventi praticabili per unire, su basi non settarie né settoriali, quegli episodi di scontro di classe fatto di picchetti, scioperi, occupazioni, lotte territoriali a oggi disaggregati e scomposti.

Un fronte unitario che sia antirazzista, anticapitalista, antisessista e internazionalista, e che riesca a strutturarsi per generalizzare e sviluppare lo scontro di classe e reggere alla reazione e alla repressione, anche militare e giudiziaria, che sarà sempre più aspra e di cui si vedono i primi decisi segnali.   

 

Per questi motivi invitiamo tutti e tutte a partecipare all’assemblea di sabato 2 febbraio.