Fermiamo il nuovo modello di organizzazione del lavoro. Basta precarietà – Basta omicidi sul lavoro

Inviato da redazione il Mer, 24/11/2021 - 18:19
Categoria
boicotta amzon, combatti il capitalismo

Fermiamo il nuovo modello di organizzazione del lavoro

       Basta precarietà – Basta omicidi sul lavoro

E’ di qualche settimana fa la morte di un giovane facchino schiacciato da un camion in ribalta nel magazzino SDA di Bologna (corriere espresso di Poste Italiane). L’ennesima vittima di lavoro che, al terzo giorno di impiego, era ingaggiata con un contratto in somministrazione della durata di soli 7 giorni, in un magazzino nel quale il 30% delle maestranze complessive è interinale o comunque precario, senza formazione alcuna né adeguata conoscenza delle procedure di sicurezza.

Il termine brevissimo del rapporto di lavoro e la tipologia contrattuale di assunzione non devono però stupire, in quanto sintomi dell’attuale organizzazione del lavoro nella quale l’abuso delle differenti forme di flessibilità, già endemico, sta assumendo nuova vitalità soprattutto nella logistica.

Un vero e proprio boom del lavoro interinale in un settore che sta mutando il proprio tessuto e i paradigmi consolidati che, per decenni, hanno garantito consistenti profitti ai grandi corrieri (TNT-Fedex, DHL, GLS, ecc.) e alle imprese della grande distribuzione organizzata (Esselunga, Unes, LIDL, ecc.).

A fronte di investimenti irrisori in tecnologie e automazione, l’elevata intensità delle forme di sfruttamento (bassi salari, ritmi e orari elevati, subordinazione al dispotismo di caporali e capetti) della forza lavoro impiegata nella catena degli appalti a consorzi e cooperative ha permesso margini pressoché unici per il padronato di categoria.

Una forza lavoro in prevalenza immigrata, condizionata dal ricatto del permesso di soggiorno e soggiogata a norme discriminatorie e intimamente razziste, che però è stata capace di invertire una tendenza e rapporti di forza che la volevano supina e docile. Infatti, sono stati i lavoratori e le lavoratrici a scardinare quei paradigmi diventando protagonisti di un ciclo di lotte che ha investito i magazzini e gli hub disseminati lungo le direttrici nazionali e internazionali delle catene di distribuzione.

Un ciclo di lotte che ha ridimensionato il dispotico comando padronale e strappato incrementi salariali e normativi, anche a dispetto della scontata ma robusta repressione poliziesca e giudiziaria affiancata ai licenziamenti politici, alle diverse forme di discriminazione degli iscritti e dei delegati del SI Cobas e in generale di chi si è posto sul piano del conflitto.

Scioperi e blocchi del flusso e della circolazione delle merci che, quali materiali palestre di coscienza di classe e unità operaia, hanno costretto il padronato alla sottoscrizione di accordi che hanno migliorato le condizioni materiali non solo dei protagonisti e delle protagoniste delle stesse lotte, erodendo il consenso del sindacalismo confederale e complice.

Alla riduzione dei margini di profitto e alle conquiste operaie, il padronato ha risposto sia innalzando il livello repressivo (basti pensare all’utilizzo di milizie private stile Pinkerton alla Zampieri di S.Giuliano Milanese, oppure alle aggressioni mafiose nel distretto del tessile di Prato, ecc.) sia operando ristrutturazioni su più livelli, con l’unico denominatore di recuperare quanto sottratto negli anni dalla lotta di classe e di costringere all’angolo i lavoratori e le loro organizzazioni sindacali conflittuali.

Un complesso riassetto che sta riguardando tanto l’implementazione dell’innovazione tecnologica e l’introduzione di automazione per rendere più efficiente il processo produttivo, quanto l’internalizzazione della forza lavoro escludendo, nella catena degli appalti, consorzi e cooperative non più funzionali alla compressione salariale e normativa, ovvero sostituendo e/o affiancando queste ultime con il ricorso alle agenzie di somministrazione (Adecco, Gi Group e Ranstad su tutte).

Ovvero, ancora, con l’introduzione nei propri centri logistici di modelli organizzativi che tendano a quello tipico di Amazon che racchiude in sé una forte automazione e robotizzazione delle operazioni comunque gestite da algoritmi che dettano i ritmi e i tempi delle medesime, l’applicazione formale del contratto collettivo di categoria accompagnata dal forte contrasto alla sindacalizzazione (anche delle organizzazioni più accomodanti e concertative), la prevalenza dell’utilizzo del lavoro in somministrazione senza il ricorso ad appalti a cooperative o altri soggetti imprenditoriali autonomi, il controllo pervasivo della forza lavoro impiegata e la standardizzazione dell’attività lavorativa. Un’opzione quest’ultima sempre più praticata per l’efficienza del modello e per le dinamiche concorrenziali con gli altri operatori concorrenti determinate dal medesimo.  

Un modello che dai confini del comparto della logistica e dei trasporti, limitato ma fondamentale stante anche il ruolo assegnato all’Italia nella competizione internazionale del lavoro, non potrà che essere emulato in altri settori economici per tentare di uscire dalle secche della crisi pandemica e far ripartire un nuovo di ciclo di accumulazione.

Ciò in particolare nelle industria manifatturiera di piccole-medie dimensioni del nord che, in un contesto di elevata competizione per rimanere agganciate alle catene del valore che hanno il proprio centro in Germania e nel nord dell’UE, hanno necessità di forza lavoro sempre più precaria e flessibile, di deflazione salariale e normativa, di una distribuzione logistica e di circolazione dei fattori produttivi veloce e senza strozzature, di automazione per aumentare la produttività.

La forza lavoro impiegata nel resto del sistema industriale italiano, sempre più aggredito dal grande capitale finanziario internazionale e delle multinazionali loro espressione che lo acquistano, lo gestiscono e lo trattano, al pari di un qualsiasi prodotto finanziario da valorizzare dove più conviene (Alitalia, GKN, ex ILVA rappresentano esempi lampanti di un elenco destinato ad allungarsi), con la fine della moratoria dei licenziamenti è invece tendenzialmente destinata a ingrossare quel vasto bacino di forza lavoro ormai intermittente senza stabilità alcuna, ovvero a subire l’aumento dei livelli di sfruttamento e di repressione in azienda. 

Il modello Amazon si rivela essere pertanto una possibilità tra le più adeguate a informare l’intera e ampia ristrutturazione dell’organizzazione capitalistica del lavoro alimentata dalla prossima pioggia di miliardi garantiti dal Recovery Fund e plasmata dalle politiche del Governo Draghi sugli esclusivi interessi del capitale produttivo e finanziario a discapito della classe lavoratrice. Una ristrutturazione che investirà, irrigidendoli verso l’alto, il controllo e il dominio di classe e che comporterà un netto peggioramento delle condizioni di vita per milioni di proletari già compromesse dal rapido aumento dei prezzi e per i quali si prefigura dalla prossima finanziaria la riduzione delle già insufficienti misure di sostegno al reddito e l’aumento dell’età pensionabile con assegni al ribasso.

Un ampio attacco dettato dalla necessità di sostenere livelli di competizione internazionale accelerati dall’impatto della pandemia da Covid-19 sulla crisi economica in atto. Una crisi strutturale dalla quale il capitalismo, per sua natura intrinseca, non può offrire alcuna via d’uscita praticabile se non il galleggiamento nel tentativo di continuare a trovare modalità di socializzare le perdite e i costi sul proletariato e garantire profitti in un contesto complicato dall’emersione di ostacoli lungo le catene mondiali di approvvigionamento di materie prime e semi-lavorati, dalla saturazione dei mercati, dal progredire inesorabile dell’emergenza ambientale ed ecologica, dalla difficoltà di superare le conseguenze di una pandemia ancora in essere.

All’elevato livello dell’attacco di classe portato dai padroni e da un governo che è nei fatti espressione e rappresentanza diretta del capitale produttivo e finanziario deve essere contrapposto un fronte unico di classe e di massa che chiami tutti all’unità.

Chiediamo a tutte e tutti di farsi carico di indicare una prospettiva di lavoro, di analisi politica, di denuncia e di lotta conseguentemente a quanto analizzato in queste brevi riflessioni.

Invitiamo tutte e tutti, quali primi passaggi, a partecipare attivamente ai momenti di lotta e di sciopero organizzate, a livello internazionale, dalla campagna “Make Amazon Pay” per la giornata di venerdì 26 novembre in occasione del c.d. “black friday” e, per il successivo sabato 27 novembre, a un’iniziativa di denuncia politica di massa che coinvolga tutte le realtà e che sia aperta ad ogni soggetto politico e sindacale che si voglia confrontare e che voglia collaborare a questa campagna politica.

Csa Vittoria www.csavittoria.org - info@csavittoria.org

 

adil

 

In allegato il volantino che distribuiremo durante l'iniziativa di sabato 27 novembre ore 15,30 in piazzale Loreto angolo viale Padova

organizzata da

Csa Vittoria – Sicobas Milano – Partito Comunista dei Lavoratori – Fronte Gioventù Comunista